Al centro, la rete della moderna "città intelligente" salentina; nel riquadro in alto, l'antica Terra d'Otranto; nel riquadro in basso, la sovrapposizioni dell'antica Terra d'Otranto e i confini attuali delle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto

di Lino DE MATTEIS

C’è chi prova una certa ritrosia solo a pronunciare le parole “Grande Salento”, come se queste evocassero chissà quale apocalittico moto rivoluzionario dello status quo. Falsità e pregiudizi impediscono di comprendere il significato vero di questa espressione, che non è stata mai proposta da nessuno con obiettivi di modifica dell’assetto istituzionale del territoriale o con volontà egemoniche non rispettose delle singole tradizioni storico-culturali delle varie realtà che animano la penisola salentina.
A ottobre scorso, in occasione del lancio dell’inserto “Grande Salento” da parte dell’edizione di Bari di “Repubblica”, il rettore dell’UniSalento, Fabio Pollice, parlando del masterplan relativo al protocollo d’intesa sottoscritto insieme ai sindaci dei tre capoluoghi e ai presidenti delle province di Brindisi, Lecce e Taranto, “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, sottolineava che il riferimento territoriale di quel masterplan «non è mai stato il “Grande Salento”, ma la Terra d’Otranto» e aggiungeva che «l’obiettivo condiviso da tutti gli enti promotori… è stato quello di sviluppare un progetto d’integrazione territoriale, creando un sistema di coordinamento sovraprovinciale, ma all’interno dell’attuale quadro istituzionale e nel rispetto delle prerogative della Regione». Peraltro, spiegava, «nel linguaggio geopolitico il termine “grande”, quando riferito ad un progetto territoriale, riflette assai spesso un intento autonomistico ed egemonico; intento che non trova alcun riscontro all’interno della nostra idea di masterplan che si presenta, al contrario, come uno strumento di orientamento e di coordinamento strategico». L’altra ragione del rifiuto del termine “Grande Salento”, precisava il rettore, era «per rimarcare la comune matrice identitaria delle tre province, un tempo unite nella Terra d’Otranto e ancora oggi caratterizzate da evidenti legami di reciprocità».
Pollice sintetizzava così, in modo chiaro ed esplicito, un sentire diffuso che emerge puntualmente, anche se in forme più rozze, nei dibattiti che si sviluppano sui social ogni qualvolta viene proposto questo tema, soprattutto sul fronte tarantino. Una sorta di repulsione infondata ad usare l’espressione “Grande Salento” che scaturisce da falsità, pregiudizi ed evidenti distorsioni concettuali che, qui di seguito, proveremo a chiarire.

Nessun intento egemonico. Innanzi tutto non esiste, e non è mai esistito, un “intento egemonico” da parte di chi, negli ultimi decenni, ha utilizzato l’espressione “Grande Salento” per indicare il territorio delle tre province di Brindisi, Lecce e Taranto, al fine di sollecitare iniziative unitarie e visioni omogenee di sviluppo del territorio, che già Ennio Bonea, nei primi anni Novanta, considerava un’unica “Subregione culturale”.
Non aveva certo intenti egemonici, nel 1983, l’urbanista di fama internazionale Giulio Radaelli, che definì quest’area «regione urbana jonico-salentina… città policentrica… ristrutturabile in un’unica grande Città jonico-salentina»; come non li aveva, nel 1999, l’iniziativa dei presidenti delle Province di Brindisi, Nicola Frugis, di Lecce, Lorenzo Ria, e di Taranto, Domenico Rana, di progettare un‘“Agenzia unica per lo sviluppo dell’area jonico-salentina”; non li avevano, nel 2006, i presidenti delle tre Province, Michele Errico (Brindisi), Giovanni Pellegrino (Lecce) e Gianni Florido (Taranto), che elaborarono la bozza del protocollo d’intesa “Infrastrutture logistiche di trasporto: le priorità del Grande Salento per la programmazione regionale 2007/2013”; come non li ha, indipendentemente dalla sua intestazione, il recente protocollo su “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, perché questo, come le precedenti iniziative, coinvolge in modo paritario gli enti territoriali delle tre province.
Non hanno mai espresso velleità egemoniche i tanti intellettuali, giornalisti, politici e esponenti della società che, nel tempo, hanno scritto e ragionato sul “Grande Salento”, come l’on. Giacinto Urso, Adelmo Gaetani, Francesco Fistetti, Angelo Salento, Daniele Morciano, Enrico Astuto, Giorgio Aguglia, Fabio Caffio, ecc., che, invece, mossi da grande amore e passione per questa terra, hanno sempre sollecitato iniziative unitarie per la crescita comune.

Nessun intento autonomistico. Non c’è mai stato neanche un intento autonomistico o di modifica dell’assetto istituzionale del territorio. È infatti una madornale falsità, per ignoranza o malafede, quella di attribuire a chi usa l’espressione “Grade Salento” una tale volontà. Una falsità dovuta, probabilmente, all’equivoco derivante da un’inevitabile assonanza con iniziative politiche che, invece, hanno la loro ragion d’essere proprio nel perseguimento di un riassetto istituzionale e autonomistico del territorio, come il “Movimento Regione Salento” di Paolo Pagliaro.
È significativo, a tale proposito, quanto successo, circa un anno fa, con il lancio del gruppo facebook “Il Grande Salento”, di cui qualcuno degli aderenti chiese subito il cambio del nome, “perché richiamava troppo la Regione Salento di Pagliaro”. Poco importava che il groppo fosse, e sia ancora, semplicemente la community della rivista online ilGrandeSalento.it, una sorta di rubrica web delle lettere, dove i lettori possono partecipare proponendo temi e commentando i post altrui.
Va allora detto e ribadito con chiarezza che il “Grande Salento” non è la “Regione Salento”, poiché la differenza è fondamentale: il primo è solo un’espressione geografica, che intende riferirsi alle attuali tre province; la seconda propone l’obiettivo politico di modificare l’assetto istituzionale del territorio, attraverso la costituzione di una regione autonoma.

Rispetto dell’assetto istituzionale. Chi, nel corso degli anni, ha trattato del “Grande Salento” ha sempre avuto massimo rispetto dell’assetto istituzionale vigente e delle prerogative della Regione Puglia. Talvolta questo rispetto è stato anche esplicitato formalmente, come nel recente appello pubblico affinché venga elaborato il masterplan previsto dal protocollo “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”.
Nell’appello, firmato da centinaia di prestigiosi esponenti della società civile, si precisa, infatti, che l’iniziativa intende essere «una costruttiva sollecitazione agli Enti interessati affinché portino a termine la loro encomiabile iniziativa unitaria, presa con positivo spirito federalista, concretizzando e completando quanto previsto dal Protocollo stesso: e cioè l’elaborazione del Masterplan che, nel rispetto degli assetti istituzionali vigenti, deve indicare le linee programmatiche comuni per lo sviluppo organico dell’intera Penisola salentina».
Come si può facilmente constatare, dunque, la sintonia dell’appello è totale con lo spirito dell’iniziativa presa lo scorso anno dai sindaci di Brindisi, Riccardo Rossi, di Lecce, Carlo Salvemini, e di Taranto, Rinaldo Melucci, insieme ai presidenti delle Province di Brindisi, lo stesso Rossi, di Lecce, Stefano Minerva, e di Taranto, Giovanni Gugliotti, col rettore dell’UniSalento, Fabio Pollice, di sottoscrivere il protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”. Spirito efficacemente sintetizzato dal rettore nell’intervento su Repubblica.

Terra d’Otranto o Grande Salento? La questione, dunque, è semplicemente nominalistica. Se i contenuti, le motivazioni, lo spirito e le prospettive sono quelli di un coordinamento per la crescita comune, che senso ha dividersi sul nome? La ragione del rifiuto del termine “Grande Salento”, spiega il rettore, è «per rimarcare la comune matrice identitaria delle tre province, un tempo unite nella Terra d’Otranto e ancora oggi caratterizzate da evidenti legami di reciprocità». Giusto. Con l’espressione “Terra d’Otranto” si connota una lunga convivenza storica e può andar bene per un atto formale come il protocollo d’intesa, ma è evidente l’anacronismo di chi volesse riferirsi oggi, nel linguaggio di tutti i giorni, alla “Terra d’Otranto” come toponimo attuale del territorio. Espressione, per altro, già superata dalla storia, non esistendo più come realtà amministrativa: prima con la denominazione di “Provincia di Lecce”, dopo l’unità d’Italia, e, poi, nel ventennio fascista, con la creazione delle province di Taranto e di Brindisi.
Nel linguaggio comune, di tutti i giorni, oggi è più pertinente, moderno e adeguato usare “Grande Salento” per due ragioni: una, perché i confini del territorio cui intende riferirsi sono, grosso modo, quelli della storica Terra d’Otranto; l’altra, perché, in questo modo, si comprendono quei comuni a nord-ovest di Taranto che non rientrano geograficamente nella penisola salentina, ma che non si possono escludere in quanto facenti parte amministrativamente della provincia di Taranto.

In conclusione. “Grande Salento” è solo un’espressione geografica – cui si ispira anche il nome della testata di questa rivista online – senza nessun retropensiero di natura politica, egemonica o autonomista. Un’espressione che intende esprimere e coltivare un sentimento di comunanza, rispettoso dell’attuale assetto istituzionale e delle varie storie e culture presenti sul territorio. Un’espressione che, semplicemente, vuole indicare, con moderna terminologia, l’area geografica dall’antica “Terra d’Otranto”, auspicando la crescita di una sensibilità comune, solidaristica e federalistica per favorire lo sviluppo unitario del territorio, nella consapevolezza che le sfide ambientali e della globalizzazione, sociale e produttiva, che ci stanno davanti si possono vincere solo facendo rete insieme.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it