Lino DE MATTEIS
Una città isolata, guardinga, che fluttua nel vuoto, in uno spazio indefinito: è la sensazione che si ha leggendo l’interessantissimo volume “Taranto 1980-2000 Dal disincanto alla transizione“, una monumentale raccolta di arguti saggi di autorevoli esperti, curata da Giovanni Battafarano, per i tipi di Mandese Editore, che sarà presentato il 10 luglio prossimo, a Grottaglie. Una città che, nell’ultimo ventennio del secolo scorso, aveva, ormai, certamente, interiorizzato il “disincanto” dell’industrializzazione, ma ancora in “transizione”, senza aver chiara la strada da intraprendere e, ancor meno, la meta da raggiungere.
Le narrazioni degli autori raccontano di rapporti prevalentemente verticali di una classe dirigente che riconosce e si relaziona con i vertici istituzionali, politici, sociali ed economici gerarchicamente sopra-ordinati a Bari, Roma o Bruxelles, ma chiusa, restia a rapportarsi con i territori provinciali circostanti, con gli altri capoluoghi salentini. Una città che fa gemellaggi lontani, come con la città di Donetsk in Ucraina, ma che disdegna di sviluppare rapporti articolati con le realtà più vicine del Salento, con i cugini leccesi e brindisini. Una città con la “sindrome di Sparta”, che si sente assediata e minacciata dal contesto circostante, economico, sociale e politico del territorio in cui è fisicamente, e storicamente, inserita.
Una città ripiegata su se stessa, che dopo essersi illusa del lustro e del benessere che avrebbe portato l’Italsider, scopre la sventura della disoccupazione e la sciagura dell’inquinamento ambientale, proprio mentre, nel resto della penisola salentina, andava prospettandosi il boom turistico. La crisi occupazionale e il drammatico dilemma lavoro-ambiente la spingono ad arroccarsi ulteriormente, spartanamente sola, orgogliosamente unica, autarchicamente autosufficiente, determinata a non voler avere a che fare con i salentini, in genere, dopo la lunga convivenza nella Terra d’Otranto, e con i leccesi, in particolare, dopo gli anni della dipendenza amministrativa nella post-unitaria “Provincia di Lecce”.
L’amarezza per il disincanto e la sorte avversa accrescono l’atteggiamento psicologico di chiusura, che non consente alla città di sprigionare le sue grandi potenzialità, di percepirsi per quello che realmente è: una grande metropoli mediterranea. Lo sottolinea, magistralmente, nel suo saggio, la ricercatrice Carla Sannicola, parlando di una «Taranto città per il mondo, che forse non si sentiva nel mondo». Una pòlis della Magna Grecia, dalle nobili e profonde radici storiche, che, in età moderna, non riesce ad assumere quel ruolo di leadership del territorio di sua naturale appartenenza, la penisola salentina.
Preferisce guardare a Bari, diventare terreno di colonizzazione universitaria, non rendendosi conto che la città metropolitana pugliese va avanti per la sua strada, lasciando le briciole al sud della Puglia. Il risentimento storico, che la spinge a snobbare Lecce, è tale da farle, masochisticamente, rinunciare a un impegno, deciso e convinto, per lo sviluppo comune delle infrastrutture, che avrebbero rafforzato anche il suo ruolo, in un “Salento-città-policentrica”. La testimonianza più clamorosa di questa “incompatibilità caratteriale” è la mancata realizzazione della “bradanico-salentina”, un’arteria fondamentale per collegare Taranto a Lecce, che avrebbe accresciuto l’importanza del porto ionico, sia commerciale che turistica.
Ritrosia e timidezza impacciano una classe politica, che, ancorata a pregiudizi storici e localismi elettorali, non riesce a volare alto, ad avere “visioni” lunghe, a cogliere le potenzialità di idee come quella del “canale secco”, un progetto che avrebbe collegato e potenziato i porti di Taranto e Brindisi. È sempre Carla Sannicola a ricordarci che «l’idea del canale secco non si realizzò perché “non capita” a livello locale». La stessa sottovalutazione si registrò, agli inizi degli anni Ottanta, per il progetto della “Città policentrica jonico-salentina”, dell’urbanista brianzolo Giulio Redaelli, che mirava a mettere in rete i tre capoluoghi salentini, all’epoca dei finanziamenti straordinari per il Mezzogiorno e del programma europeo transfrontaliero italo-greco. Una grande occasione persa, che avrebbe potuto dare centralità all’intera penisola salentina, facendola diventare snodo strategico e cerniera tra Mediterraneo ed Europa.
Il localismo esasperato, l’orgoglio malamente indirizzato, l’autolesionistica idea che è meglio essere “secondi con Bari” che non “primi nel Salento”, la non accettazione della propria collocazione fisica nella penisola salentina – a meno che non si vogliano stravolgere le regole della geografia –, continua, purtroppo, a far sprecare occasioni, come ha ricordato, di recente, Claudio Signorile a proposito degli imminenti “Giochi del Mediterraneo”: «Una grande occasione perduta, perché non ben utilizzata. Perché non è tanto la realizzazione delle opere, che è avvenuta, ma l’inesistenza della gestione pensata. I 27 Paesi dovevano essere invitati a Taranto e fare una specie di pittura tale da essere capita ed esaltata dai Pesi del Mediterraneo. Doveva rappresentare il Paese che unisce. Non c’è stata nessuna ambizione». I “Giochi” di Taranto coinvolgeranno anche le province di Lecce e Brindisi, non solo per lo svolgimento di alcune discipline sportive, ma perché l’intera penisola salentina si trasformerà in un grande albergo diffuso, in una destinazione turistica omogenea: quale migliore occasione, allora, per promuovere la propria leadership sul territorio?
Una città che ha dimenticato d’essere stata capitale del Principato di Taranto, primeggiando già su Lecce e Brindisi; una città che preferisce sfuggire all’impegno di rivendicare la propria legittima appartenenza alla penisola salentina, e a pretendere pari dignità nell’uso e nella gestione del brand “Salento”, ormai consolidato e riconosciuto internazionalmente; una città che ha rinunciato a contrastare l’“appropriazione indebita” di quel brand da parte dei leccesi, il cui dinamismo continua ad allontanarli da Taranto, come avvenuto in passato, col marchio “Salento d’amare”, e ora con la “Dmo Salento”, che riguarda solo alcuni Comuni leccesi. Una città che con un po’ si autostima in più e di orgoglio ben indirizzato, se volesse, ha tutte le carte in regola per diventare punto di riferimento per la crescita dell’intero territorio, traino per il suo sviluppo, capoluogo della regione storico-geografica del “Grande Salento”, erede naturale dell’antica Terra d’Otranto.



















