di Lino DE MATTEIS

I dibattiti sui social, se seri e argomentati, sono indicativi del sentire popolare, talvolta assai più degli interventi, pur di autorevoli intellettuali ed esperi, sui media tradizionali. Con la grande potenzialità di partecipazione che offre il web, i social rappresentano una sorta di moderna “rubrica delle lettere” accessibile a tutti, un osservatorio significativo di una certa opinione pubblica. Succede, per esempio, ogni qualvolta si introduce il tema del “Grande Salento” e dei confini della penisola salentina. Un argomento che appassiona e riscalda gli animi come pochi altri, per quel miscuglio di sentimenti o risentimenti culturali e campanilistici che scatena.

Dal dibattito che è scaturito dopo la pubblicazione dell’ultimo mio editoriale, “Perché si chiama “Grande Salento”“, sono emerse due interessanti indicazioni: la prima è che non è stata di fatto confutata la spiegazione che quel “grande” sta semplicemente ad indicare la necessità di comprendere i territori a nord di Brindisi e a nord-ovest di Taranto che, pur non facendo parte geograficamente della penisola salentina, sono amministrativamente integrati nelle due Province e, come tali, non possono essere esclusi quando si vuole indicare nel complesso le tre province di Brindisi, Lecce e Taranto; la seconda è che il rifiuto emotivo dell’espressione “Grande Salento” porta, per contrapposizione, a sostenere che il Salento, in realtà, sia solo una parte della penisola salentina, delineando così l’esistenza di una sorta di “piccolo Salento”, delimitato, grosso modo, da una linea che congiunge i territori dei comuni di Ostuni, Ceglie Messapica, Francavilla Fontana, Oria, Manduria e Avetrana, solo ciò che è a sud di questo ipotetico confine sarebbe territorio salentino.

Per giustificare il “piccolo Salento”, i detrattori del “Grande Salento” ricorrono ad anacronistiche vicende storiche, che nessuno mette in discussione ma che sono ormai superate dai tempi: come quella dei dissidi tra messapi (salentini) e spartani (tarantini), che, come era prassi comune nel millennio a.C., si combatterono spesso, e anche ferocemente, per accaparrarsi risorse e insediamenti favorevoli sul territorio, ma che furono anche capaci di essere alleati quando dovettero far fronte al nemico comune rappresentato dai romani, che poi li soggiogarono entrambi. Quei dissidi storici vengono, ancora oggi, presi a pretesto per sostenere che i tarantini non fanno parte del Salento e per alimentare quei campanilismi germogliati e cresciuti il secolo scorso con la suddivisione della penisola nelle attuali tre province.

I detrattori del “Grande Salento” – inteso così come è stato più volte da noi spiegato, e cioè come semplice espressione geografica, senza nessuna pretesa egemonica o autonomistica – non solo dimenticano la lunga convivenza nella storica Terra d’Otranto e, per certi versi, nello stesso Principato di Taranto, ma sono pronti a sfidare le regole della geografia fisica, disconoscendo persino di risiedere nella penisola salentina. Un sentimento che alimenta la vis polemica soprattutto nell’area ionico-salentina, tra coloro che pretendono che un’ampia area a sud-est di Taranto, delimitata da una linea che, grosso modo, congiunge i territori dei comuni di Martina Franca, Grottaglie, San Marzano di San Giuseppe, Sava e Maruggio, non faccia parte del Salento. Una pretesa arbitraria di alterare le ragioni evidenti della territorialità, amputando una parte della penisola per ridurre la restante ad un “piccolo Salento”. Una distorsione concettuale più diffusa di quanto si pensi, e non solo tra i tarantini, ma anche in alcuni brindisini e leccesi, frutto di eventi socio-economici divisivi del secolo scorso che abbiamo cercato di raccontare nell’editoriale “Quella diaspora politico-culturale che frena il Grande Salento”.

Nessuno vuole disconoscere sfumature di storia, cultura, lingua e tradizioni, che pure si possono cogliere tra questo o quel centro abitato del Salento, ma queste non sono sufficiente per negare la territorialità a cui si appartiene. Sarebbe come se i siciliani o i sardi, per le evidenti differenze che esistono con i laziali o i toscani, non volessero considerarsi italiani.  Al di là, allora, delle erudite ed interessanti dispute degli esperti sulle vicende storiche dell’antichità e sull’origine del nome – calabri, messapi, sallentini, salentini – bisogna prendere atto che la Storia ha assegnato a questo lembo di terra il nome finale di “Salento”, da cui i geografi moderni hanno tratto la definizione di “penisola salentina”, come elemento geograficamente costitutivo del territorio italiano. Insomma, piaccia o no, coloro che vivono su questa penisola sono tutti, di fatto e di diritto, “salentini”.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it