di Nazareno VALENTE
A quei tempi – V secolo a.C. – il termine βιβλιοθήκη (bibliotheche) non indicava ancora il luogo per la conservazione e la consultazione dei libri, ma semplicemente la cassa (θήκη) per la custodia dei rotoli di papiri (βιβλίων). Però c’erano già i banchi (βιβλιοθῆκαι, bibliotekai) dei venditori di libri (βιβλιοπώλης, bibliopoles) che fungevano da librerie e assicuravano il commercio dei rotoli e dei codici1, ed anche a commercializzare gli inediti degli autori più alla moda2.
C’era quindi già un mercato librario attivo.
Tuttavia il modo migliore per gli scrittori di diffondere i propri scritti – e procurarsi al tempo stesso di che vivere – non era di vederli “stampati”3 quanto piuttosto quello di declamarli pubblicamente. A livelli prosaici, questo consentiva di farsi un nome e di trovare impiego negli staff dei politici del tempo, alla stregua degli attuali scrittori ombra, o, per dirla all’anglosassone, dei ghostwriter. Con la sostanziale differenza che le relative spese erano a carico del politico che li assoldava, e non del contribuente. A livelli più spirituali, invece, voleva dire guadagnarsi un pezzo di eternità e garantire alla propria opera d’essere riconosciuta anche quando sarebbe stata recitata da altri.

Qualunque fosse il fine ultimo, un po’ tutti vi indulgevano, pure scrittori di spessore, come ad esempio lo storico Erodoto, nella cui opera sono con facilità riconoscibili gli intermezzi da lui usati per interloquire con chi l’ascoltava, allo scopo di integrare o spiegare meglio l’argomento in quel momento trattato. Intermezzi talmente tipici e rinomati che quando si parla di παρενθήκη (parenthéche), vale a dire digressioni, il pensiero corre in maniera automatica a lui.
Ed è appunto in un paio di queste digressioni che la terra salentina ed i suoi abitanti fanno per la prima volta capolino sul grande scenario della storiografia.
Nel primo passo, Erodoto si limita a caratterizzare l’area geografica della penisola salentina, indicando che essa è la parte estrema della Iapigia («Ἰηπυγίης») limitata dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος»)4. Nel secondo fornisce una genesi della popolazione che vi risiede.
Racconta infatti che i cretesi, per vendicare la morte del loro re Minosse, avevano fatto una spedizione in Sicilia senza però ottenere alcun risultato concreto. Al ritorno, sorpresi da una tempesta mentre si trovavano presso la costa Iapigia, erano stati scagliati sulla terraferma dove, essendosi spezzate le navi e vista svanita la possibilità di ritornare in patria, si videro costretti a rimanere. Qui fondarono «Ὑρία» (Hyrie probabilmente l’attuale Oria) e vi si stabilirono, subendo una grande trasformazione. Infatti non solo cambiarono nome – tramutandosi da Cretesi in Iapigi Messapi – ma anche d’habitat, divenendo continentali da isolani che erano5.
Il passo, denso di messaggi impliciti, e per certi versi oscuri per i non contemporanei, meriterebbe un’analisi ben più specifica di quella che sarà fatta in questa sede. Per l’occasione ci soffermeremo infatti ai soli spunti d’interesse per il tema trattato. In particolare sulla “nascita” di questo nuovo gruppo etnico (i Messapi) che raccoglie sì l’eredità cretese ma che, al tempo stesso, si differenzia del tutto dalle sue originarie condizioni sociali.
Emerge dalle parole di Erodoto la cosiddetta tradizione ionica, e in specie ateniese, desiderosa di valorizzare il mondo calabro (ricordo che Calabria era la denominazione geografica che gli autoctoni davano all’attuale penisola salentina) in funzione antitarantina, assegnandole origini cretesi. Infatti i Calabri si opponevano alle mire espansionistiche di Taranto, colonia lacedemone e quindi emanazione di Sparta, acerrima rivale di Atene. Lo storico fa proprio questo mito perché ateniese di residenza e, in aggiunta, turino d’adozione6, sia pure con cautela premettendo alle sue argomentazioni un allusivo “si dice” («λέγεται» léghetai).
Se si aggiunge che Thurii, la città di cui Erodoto aveva acquisito la cittadinanza, e nella cui agorà si era con ogni probabilità lasciato andare a quella divagazione, era legata da saldi patti con Brindisi, anch’essa nemica di Taranto, si comprende come mai lo storico non avrebbe potuto che sostenere una simile causa, anche nel dubbio. Dubbi che a tale proposito non hanno gli studiosi moderni, quasi compatti a relegare il racconto tra le leggende, dando per certa l’origine illirica della popolazione messapica.
Detto che non mi sentirei di precludere che, in un periodo arcaico, il mondo egeo abbia potuto anch’esso contribuire alla genesi dei Messapi, il racconto testimonia comunque un aspetto di particolare rilievo. Agli occhi dei Greci, per lo meno quelli d’estrazione ionica, gli Iapigi Messapi godevano d’una posizione di evidente privilegio: rispetto ai tanti barbari con cui i coloni elleni si relazionavano, essi potevano vantare antiche (e civili) origini in quanto discendenti dei Cretesi di Minosse. Privilegio questo non certo di poco conto, se si considera che solo i celebrati Etruschi – anch’essi accreditati di origini egee orientali (Lidia) – ne potevano ostentare uno simile. In altre parole, al tempo di Erodoto, i Messapi erano una delle poche popolazioni non greche fornite dai Greci stessi d’una qualche patente di nobiltà.
Altro aspetto rimarchevole è che l’etnico Messapi («Messapioi»), assegnato da Erodoto al consistente gruppo cretese che s’era integrato con gli Iapigi7, è di matrice greca. Ne è prova la constatazione che il termine è utilizzato in maniera quasi esclusiva dalle fonti greche e che quelle latine l’adoperano molto raramente8. E trova conforto pure nel fatto che la denominazione geografica corrispondente, Messapia («Messapίa»), sia dichiarata in maniera esplicita di origine greca da parte di Strabone («Gli Elleni la chiamano Messapίa»9). In aggiunta, come meglio vedremo, i due termini («Messapioi» e «Messapίa») avevano ampia diffusione negli etnici e nei toponimi del mondo greco. Il sovrapporre nomi di propria fattura a quelli preesistenti dei nativi rientrava nelle strategie cui i Greci ricorrevano per sminuire i loro interlocutori e condizionarli al loro metro di giudizio.
Al contrario gli indigeni chiamavano la penisola Calabria e sé stessi Calabri o Salentini, a seconda delle zone in cui risiedevano10 e – pare proprio – che non gradissero neppure un po’ le denominazioni d’origine greca. Non a caso, i Romani, sempre molto attenti a non turbare la suscettibilità delle popolazioni a loro soggette, misero al bando coronimi ed etnici coniati dagli Elleni e ripristinarono quelli originari. Sicché, nelle fonti latine, già poco propense all’uso della terminologia greca, dalla seconda meta del III secolo a.C. scompaiano del tutto le denominazioni Messapia e Messapi, a beneficio delle voci locali (Calabria, Calabri, Sallentini)
La domanda che ci si pone spesso è come mai i Greci scelsero proprio quei termini per caratterizzare l’attuale penisola salentina ed i suoi abitanti. Un quesito, questo, che incuriosiva anche gli autori antichi.
Di certo erano nomi abbastanza noti al mondo greco, essendo già ampiamente diffusi nelle loro regioni d’origine.
Senza farne un elenco completo, menzioniamo quelli più ricorrenti e significativi.

In Beozia esisteva una piccola catena montuosa chiamata Messapio, di cui ci dà nota Pausania ponendola a sinistra dell’Euripo – che è lo stretto tratto di mare Egeo che separa la Beozia dall’isola di Eubea – ai cui piedi c’era la città di Antedone11 distante una decina di chilometri da Calcide posta sull’altra sponda dell’Eubea.
Strabone ce ne dà menzione riferendo che, nel territorio di Antedone, si trova il monte Messapio aggiungendo l’importante notizia che esso «trae nome da Messapo che, passato in Iapigia, dette a questa contrada il nome di Messapia»12.
Pure Stefano Bizantino13 e Fozio14 – che di fatto lo copia – parlando dello stesso monte, lo collocano in apparenza in maniera errata in Eubea, confermando che aveva preso nome da Messapo «quello che si trasferì in Italia».
C’è quindi una certa sostanziale concordanza tra le fonti, sia pure, come vedremo meglio in seguito, con qualche variante di dettaglio. Parrebbe pertanto che sulla questione non ci fossero forti dubbi, tanto è vero che anche l’autorità di Plinio il Vecchio sostiene una simile ipotesi, riportando che «i Greci la chiamarono Messapia dal nome d’un condottiero» («Graeci Messapiam a duce appellavere»)15. In definitiva tutti d’accordo che Messapia traeva nome da un condottiero, in genere ritenuto proveniente dalla Beozia dove risultava già eponimo d’una piccola catena montuosa.
Pur tuttavia questa tesi non soddisfa gli studiosi, e vedremo poi perché.
Acquisisce così in alternativa spazio una proposta moderna la quale prevede «che i Greci intendessero il nome Messápioi, per etimologia popolare, come ‘quelli tra i due mari’»16 e per Messapía «quella che sta in mezzo (tra due mari)»17. Il fascino della nuova ipotesi è tale che, sebbene ritenuta dagli studiosi non dimostrabile, visto che non si conosce l’etimologia della parola, essa prende sempre più piede nella cronachistica. A tal punto che si dà ormai per scontato che Messapia significhi «terra tra i due mari», ed in tale veste fa bella mostra nella pubblicistica locale.
Ma la potenza delle suggestioni non modifica l’attendibilità delle affermazioni: più che non dimostrabile, una simile teoria è improbabile, se non proprio impossibile.
E vediamo perché.
Abbiamo già appurato che il termine Messapi appare per la prima volta nelle fonti letterarie del V secolo a.C. per mano di Erodoto, ma è verosimile che esso fosse di tradizione più antica, collegabile al periodo precoloniale di fine IX secolo a.C. oppure coloniale del secolo immediatamente successivo. Nel primo caso, furono con ogni probabilità gli Eubei a coniarlo, quando ancora, come racconta Plutarco18, potevano disporre dell’isola di «Kérkyra» (l’attuale Corfù) controllando le rotte per l’occidente; nel secondo all’arrivo dei Lacedemoni con la fondazione di Taranto. In entrambi i casi in un periodo in cui non ci si è ancora emancipati da una visione della terra a forma d’un disco, come lo scudo di Achille descritto da Omero, costruito appunto ad immagine del disco terrestre.

Nell’epica greca arcaica la Terra è concepita priva di profondità e circondata da Oceano, da dove sorgono e dove tramontano il sole e gli altri pianeti. In pratica si dovette attendere Anassimandro, e quindi il VI secolo a.C., per avere una Terra che, senza il sostegno di Atlante, potesse galleggiare autonoma nello spazio ed essere rappresentata graficamente, in maniera per quel che si sa molto approssimativa. Questo per ricordare che, a differenza nostra, cui basta consultare una cartina per distinguere un mare da un altro o vedere la configurazione d’una costa, a quei tempi non si poteva ricorrere ad aiuti del genere. Tutto ciò comporta una difformità di prospettiva tra un qualsiasi lettore moderno ed un viaggiatore di epoca antica. Punti di vista e percezioni la cui lontananza è difficile da colmare e da comprendere, perché basati su configurazioni geografiche del tutto differenti e, quindi, su un diverso modo d’intendere i luoghi.
I navigatori del IX secolo a.C. non avevano strumenti di navigazione e neppure portolani e peripli che codificavano le rotte e le distanze. Il loro bagaglio conoscitivo aveva una chiara impronta pratica – alimentato dalle esperienze fatte di persona o trasmesse dalla tradizione marinara – che però presupponeva sensibilità e doti innate, oltre a conoscenze astronomiche legate alla posizione delle stelle. Chi prendeva il mare si trovava così ad affrontare molto spesso situazioni inconsuete ed impreviste, risolvibili solo grazie alla perizia affinata con l’esercizio ripetuto ed alla capacità di sapersi orientare guardando il cielo, unica mappa disponibile, e di sapere prevedere come poteva volgere il vento. Sopperivano alla manualistica assente con doti sviluppate con il tempo e con notizie raccolte sugli itinerari da percorrere, tipo: distanza tra un promontorio e l’altro o tra due approdi; gioco delle correnti; eventuale pericolosità dei fondali costieri. La navigazione avveniva infatti in genere lungo le coste (cabotaggio) e, solo se non si poteva fare altrimenti, si affrontava il mare aperto.
Certo, quando gli Eubei si inoltrarono lungo le coste tirreniche ed adriatiche, facendo quindi rotta verso l’occidente, questo non era «ζόφος» (zófos, oscuro) come ai tempi di Ulisse19 ma, ugualmente, pieno di incognite e di pericoli. Pure i riferimenti erano diversi da quelli attuali e l’Adriatico stesso, oltre ad avere un differente idronimo, era percepito in maniera particolare.
Intanto l’Adriatico non era vissuto come un mare vero e proprio (thálassa). Al massimo lo si considerava un mare di passaggio tra due terre («πόντος», pόntos) ma, molto più spesso, era ritenuto un golfo («kόlpos»). Inoltre i Greci, stentavano a crederlo un bacino unico e pensavano fosse composto da due distinti golfi che occupavano rispettivamente la parte più remota – il nostro Alto Adriatico – e quella più prossima alle loro coste – il Medio e Basso Adriatico.
In epoca arcaica il tratto settentrionale dell’Adriatico era chiamato dai Greci golfo di Crono20, perché il dio Crono rappresentava in sé uno spazio remoto collocato ad occidente oppure nelle estreme contrade a nord. Quindi Crono, in quanto collegabile ad una distesa marina occidentale e settentrionale rispetto al mare Ionio che solcava le coste greche. In seguito divenne golfo di Rea che, essendo moglie di Crono, richiamava probabilmente lo stesso concetto. Infine assunse la denominazione di «Adrías», Adriatico.
Come fosse chiamato il tratto di mare che bagnava le coste della penisola salentina, ci viene svelato da Eschilo21 che, narrando la storia di Io, la donna amata da Zeus e tramutata da Era in giovenca, lo denomina «Iónios kolpos» (golfo Ionio). Quest’ultimo nome serviva anche ad identificare genericamente tutto l’attuale Adriatico ma in maniera specifica e più spesso indicava solo l’Adriatico centro-meridionale.
In definitiva la parte settentrionale aveva una doppia nomenclatura – golfo Ionio o Adriatico – mentre quella centro-meridionale golfo Ionio.
Quindi ai tempi in cui gli Eubei commerciavano nell’Adriatico, oppure quando fu fondata la colonia di Taranto, il mare che bagnava la costa orientale della Iapigia era chiamato Ionio; non Adriatico.
E tale termine fu adoperato sino a tutto il V secolo a.C., vale a dire pure ai tempi in cui scriveva Erodoto che, come visto, fu il primo a fare menzione della Messapia. Infatti, parlando di Apollonia22, lo storico precisa che è una città appunto situata sul golfo Ionio, perché quel tratto di mare non aveva ancora assunto il nome di Adriatico.
Solo nel secolo successivo, e molto lentamente, il nome che aveva contraddistinto solo la parte settentrionale del mare – «Adrías» – prese ad identificare anche la restante parte di golfo, e “nacque” così l’Adriatico che tutti conosciamo. Non a caso nel Periplo dello Pseudo-Scilace23 – databile al IV secolo a.C. – l’autore, dopo aver parlato indifferentemente di Ionio e di Adriatico, per timore di confondere il lettore, precisa che, quando parla di Ionio («Iónios») o di Adriatico («Adrías»), sta discorrendo dello stesso mare. Ed il geografo Strabone, ancora secoli dopo continuava ad affermare che il golfo Ionio e l’Adriatico hanno la stessa imboccatura (il canale d’Otranto), solo che il nome Ionio viene attribuito alla prima parte del mare e quello di Adriatico per la parte interna fino al più lontano recesso. Per poi concludere che, al suo tempo, quest’ultimo, a differenza del passato, era ormai il nome dell’intero mare24.
Morale della favola, quando tra il IX ed il V secolo a.C. fu coniato il termine Messapia, la penisola salentina non era considerata dai Greci bagnata da due mari distinti ma da un unico mare. E questo mare quand’era considerato nel suo complesso, compresi quindi entrambi gli attuali bacini adriatico e ionico e quello al di sotto del Bruzio (la moderna Calabria), veniva chiamato dagli scoliasti mar Ionio d’Italia («Iónios pélagos tes Italías25»), per non confonderlo con il mar Ionio greco. Di conseguenza, Messapia non poteva voler dire “terra che si trova tra due mari” per il semplice motivo che, allora, si riteneva che entrambe le coste della penisola salentina fossero bagnate da un solo mare, appunto lo Ionio.
Occorre rilevare che non era una mera questione formale, derivante dai diversi idronimi utilizzati; all’opposto riguardava un aspetto sostanziale. Alla base c’era un’errata valutazione dell’estensione della penisola salentina e, in particolare, del suo orientamento che la faceva credere disposta in modo tale da non creare due distinti bacini. Da questa rappresentazione falsata derivava la convinzione che fosse contornata da un unico mare.

Lo lascia intendere Polibio, uno degli storici più attenti e stimati, che ancora nel II secolo a.C. dichiarava che l’Italia aveva una configurazione triangolare («τριγωνοειδοῦς») con base le Alpi e per vertice il capo Cocinto26, attuale punta Stilo. Tale schematizzazione faceva quindi prevedere che tutte le terre ad oriente di Cocinto, e quindi anche la Messapia, fossero necessariamente solcate da un solo mare, e questo a prescindere dalle denominazioni geografiche in uso. E successivamente pure Strabone, sebbene conscio che l’Italia non fosse assimilabile ad un triangolo, in quanto – come evidenziava – la parte centro-meridionale «termina con due punte che s’inoltrano l’uno verso lo stretto di Sicilia e l’altro al capo Iapigio», la percepiva tuttavia «racchiusa dall’Adriatico da una parte; dal mar Tirreno dall’altra»27. Come dire che, mentre prima le coste salentine erano pensate bagnate dal solo Ionio, successivamente furono considerate solcate dal solo Adriatico.
La sostanza rimaneva in ogni caso sempre la stessa. Agli occhi degli antichi il Salento non si trovava tra due mari.
Di conseguenza, la fascinosa soluzione di “terra tra due mari” non è neppure proponibile, essendo essa del tutto anacronistica, basata, com’è, su convenzioni e convincimenti posteriori a quando il termine fu coniato.
Scartata così un’ipotesi, perché di fatto irrealistica, occorre verificare se è possibile confezionarne una quantomeno plausibile che ci faccia intravedere chi confezionò i termini di Messapia e di Messapi e se questa scelta seguiva una qualche logica. Per riuscirci, è opportuno analizzare dapprima il contesto in cui l’evento si realizzò, così da inserire le informazioni nel loro ambito più proprio.
All’inizio dell’ultimo millennio prima dell’era cristiana, la Puglia si chiamava Iapigia ed era abitata dagli Iapigi, popolazione la cui genesi era avvenuta in un’epoca collocabile tra l’età del bronzo e quella del ferro e che gli studiosi concordano nel credere d’origine illirica. Più nel dettaglio si reputa che, su una cultura locale preesistente, si siano inseriti apporti esterni in misura significativa di provenienza illirica.
Anche alcuni storici antichi propendevano per una simile ipotesi, però, come era loro abitudine, facevano risalire l’avvenimento ad un ben determinato episodio collocato in epoca mitica. Nello specifico ricorsero ad una figura alquanto controversa, Licaone, leggendario re degli Arcadi, al quale la saga attribuiva la paternità di cinquanta e più figli, ai quali qualcuno, per l’occasione, aggiunse pure Iapige, Dauno e Peucezio.
Sorta in età ellenistica, la tradizione trovò infine definizione negli scritti del poeta Nicandro28 il quale narrò che Licaone, dopo aver raccolto un consistente esercito in gran parte composto da Illiri guidati da Messapo, giunse sulla costa adriatica e scacciò gli Ausoni che possedevano quelle terre. Effettuata la conquista, Licaone divise l’esercito e il territorio in tre parti, denominando le popolazioni così costituite in base ai nomi dei comandanti, Dauni, Peucezi e Messapi. Questi ultimi presero possesso della regione che si protendeva nella parte estrema dell’Italia al di sotto di Taranto e Brindisi, chiamata per l’appunto Messapia.
Di là dal mito, la ricostruzione storica riconosce che gli Iapigi estesero il loro dominio sulla Puglia e su alcune zone della Lucania e dell’attuale Calabria fino a Crotone29. Dai riferimenti archeologici è possibile ricavare che la popolazione Iapigia mantenne una qual certa unitarietà sino alla fine del IX secolo, quando questa compattezza socioculturale incominciò a sfilacciarsi. I Calabri erano infatti venuti in contatto con il flusso precoloniale di quel periodo e subivano i primi influssi della cultura ellenica; circostanza questa che li portò da principio a differenziarsi dai Dauni e, successivamente, pure dai Peucezi. In età storica si pervenne così alla costituzione delle tre distinte culture dei Dauni, dei Peucezi e dei Messapi.
È qui il punto di cesura indotto dall’arrivo dei Greci, che fece diventare, con il concorso dei Cretesi, Iapigi-Messapi gli originali Iapigi, così come raccontato da Erodoto.
Come i riscontri archeologici danno motivo di pensare, furono gli Eubei, soprattutto di Calcide, ad avviare un fattivo commercio nelle non facili rotte adriatiche, senza però riuscire ad imporre «apoichie» (colonie), come invece avvenne nelle zone del versante tirrenico (Pithecusa, Cuma) o ionico (Zancle, Rhegion). Con ogni probabilità gli Eubei ridimensionarono le loro mire iniziali perché dissuasi da popolazioni parecchio agguerrite, quali i Calabri di Brindisi e di Otranto, i Piceni e gli Etruschi. In ogni caso, tra la fine del IX e l’inizio dell’VIII secolo a.C. si sono evidenti segni della loro presenza sulle coste dell’allora Calabria, dovuti sia a contatti di livello commerciale, sia a scambi culturali.
D’altra parte, in quel periodo, le navi di Calcide arrivavano un po’ dappertutto alla ricerca dei metalli, tra cui la preziosa ambra, senza tuttavia disdegnare i traffici meno nobili, quali quello degli schiavi, di vasellami e – se convenienti – di vino e di olio. Alla loro guida si ponevano aristocratici che rinverdivano le migliori tradizioni omeriche: pur di correre l’avventura ed il guadagno, non si preoccupavano di abbandonare gli agi delle proprie ricche case e di affrontare i disagi di lunghi e pericolosi viaggi. Le rotte dell’Adriatico divennero una specie di loro seconda casa.
Tutto questo fa supporre che furono proprio i Calcidesi gli artefici del cambiamento che portò la popolazione del Salento a differenziarsi dagli altri iapigi e, a mio giudizio, i più verosimili ideatori del termine Messapia.
Non nascondo, tuttavia, che questa mia ipotesi, di cui sono per altro il primo ed unico sostenitore, rappresenti un azzardo, essendoci fondati motivi per ritenerla, per chi s’accontenta delle apparenze, tirata in po’ per i capelli.

Come infatti già visto, tutte le fonti letterarie disponibili collegano il toponimo Messapia ad un eroe leggendario (Messapo) ed a luoghi (il monte Messapio) che fanno parte del folclore beotico e non certo euboico. In aggiunta, i Beoti non amavano navigare e, se lo facevano, non erano mai nelle vesti di protagonisti.
Parrebbe pertanto a tutta prima inusuale che gli Eubei, nel coniare un termine, abbiano dovuto far ricorso ad elementi estranei alle loro tradizioni. Eppure, se non ci si ferma alla superficie e si valutano le informazioni non a sé stanti ma inserite nel giusto contesto, ogni particolare avvalora questa mia supposizione.
Guardando una qualsiasi cartina geografica salta subito agli occhi la contiguità tra le due regioni: l’Eubea è separata dalla Beozia da uno stretto tratto di mare (l’Euripe) che, proprio all’altezza di Calcide, raggiunge un’ampiezza che supera appena qualche decina di metri. E, solo una quindicina di chilometri più in là, si trova il più volte richiamato monte Messapio.
Già la vicinanza potrebbe di per sé far desumere possibili comunanze di saghe e di eroi. Ma non c’è neppure bisogno d’un così generico appiglio, perché è sufficiente scavare appena nelle tradizioni delle due regioni per scoprire le tracce d’un legame indissolubile.
Se ne individua una prima avvisaglia in un frammento di Teopompo30 che dà menzione di una guerra combattuta dai Calcidesi contro la città di Calia ed i suoi alleati beoti, orcomeni e tebani. L’esatta posizione di Calia non è conosciuta, ciò nonostante, grazie ad un altro frammento di Teopompo31, si ha notizia che era nelle vicinanze di Aulide, città della Beozia posta proprio di fronte a Calcide, quindi anch’essa sua dirimpettaia. L’esito dei combattimenti è all’opposto certo: fu favorevole ai Calcidesi che, come ci riferisce Teopompo, occuparono la zona continentale della Beozia loro antistante («ἤπειρον ἔχουσι»).
Presumibilmente nella stessa epoca in cui commerciavano con gli antichi Calabri, i Calcidesi presero quindi possesso della prospiciente fascia costiera della Beozia, che andava con ogni probabilità da Aulide a poco oltre Antedone, sino al lago Yliki, e conteneva quindi anche le città di Calia, Hyrie ed il massiccio del Messapio.
Il frammento di Teopompo assume maggior rilievo, se si considera che ci viene riferito da Stefano, il geografo bizantino che, come già riportato, parlando del monte Messapio, lo diceva collocato in Eubea. Con ogni probabilità, Stefano nel consultare l’opera di Teopompo – della quale sono giunti a noi solo alcuni frammenti – deduceva che la fascia costiera beotica era un possesso stabile di Calcide, e di conseguenza comunemente considerata a tutti gli effetti facente parte dell’Eubea. E la situazione rimase tale per tutto il periodo di massimo splendore di Calcide, cioè a dire dal IX sino a quasi tutto il VII secolo a.C. come confermano in parte altre tradizioni.
La prima, molto diffusa in Beozia, narrava la sconfitta subita dal leggendario Calcodonte – qui nella versione di re degli Eubei – per mano di Anfitrione, padre legale di Ercole, con cui si poneva fine all’occupazione euboica e ai tributi che essi imponevano. La seconda, in cui è lo stesso Eracle a sconfiggere Pyrachme, re degli Euboici, a simboleggiare anch’essa la fine dell’occupazione dei territori costieri da parte di Calcide32. Dal momento che la saga delle avventure di Eracle in Beozia non è antecedente al VII secolo a.C.33 si può ritenere che Calcide attuò la sua supremazia almeno sino a quel secolo.
L’influenza di Calcide e di altri centri dell’Eubea è comunque riconoscibile anche da altri indizi.
La toponomastica ci racconta che l’antica Oropo, allora posta dirimpetto ad Eretria, altra famosa città dell’Eubea, si trovava nel distretto detto «Πειραική» (Peiraiché), termine che di per sé denotava uno stato di relazione, spesso subordinato, di una città costiera con un’isola poco lontana. Già in antichità si usava, infatti, la voce «περαία» (peraía) per indicare il controllo effettuato da un’isola su un’area costiera continentale. Sicché il termine “peréa” è diventato sinonimo tra gli studiosi, non solo di un legame geografico tra un territorio continentale e l’isola ad esso vicina, ma di un vero e proprio rapporto di dipendenza. Rapporto di subordinazione in antichità spesso frequente tra un’isola e la terraferma prospiciente. Gli isolani, la cui intraprendenza era rinomata, rappresentavano la componente progressista della società greca e, proprio per questa loro indole spregiudicata, quasi sempre destinati ad avere la meglio sulla componente conservatrice, di cui i continentali erano gli esponenti più paradigmatici. Gli isolani erano poi in genere naviganti, senza paure e scrupoli, che s’arricchivano con il commercio e, di conseguenza, avevano la possibilità economica di esercitare un qual certo potere sugli altri; i continentali erano invece pescatori, agricoltori, allevatori di bestiame, poco propensi ad affrontare l’alea dell’avventura e, di fatto, stanziali, legati a filo doppio con la terra da cui traevano sostentamento.

Oltre alle tradizioni ed alla diversa predisposizione mentale, l’ascendente di Calcide è più banalmente individuabile anche dalla situazione amministrativa dei nostri giorni: le zone di Antedone e Aulide, corrispondenti alla fascia costiera della Beozia che avevano subito l’influenza di Calcide antica, fanno appunto parte del comune di Calcide attuale. Come dire che si riconosce tuttora a tali territori una tradizione e una consonanza culturale che li pone più in relazione con la regione euboica che con il restante entroterra beotico.
Se non bastasse, anche in periodi precedenti al IX secolo a.C. è possibile riconoscere una precoce esperienza espansionistica dei Calcidesi in Beozia. Ne troviamo un riverbero nei versi omerici riguardanti “Il Catalogo delle Navi”34 dove vengono appunto elencati i vari contingenti giunti a Troia. Tra questi spiccano gli arditi Abanti ai quali gli studiosi riconoscono una posizione egemonica nelle cosiddette zone abantiche, di cui faceva parte pure la Beozia. Ebbene gli Abanti non sono altri che Eubei, guidati da Elefenore, figlio di Calcodonte, personaggio mitico già più volte messo in relazione con Calcide.
Alla luce di queste considerazioni, appare pertanto legittimo ipotizzare che la matrice del coronimo Messapia possa ritenersi euboica. E questa mia ipotesi sembra valorizzata pure da altri segnali che, presi di per sé appaiono delle semplici coincidenze ma, al contrario, valutati nel loro complesso inducono a buon diritto a credere che ci fosse un coinvolgimento per niente casuale degli Eubei, ed in particolare di Calcide, nella fissazione della toponomastica locale della penisola salentina.
Elenchiamo questi indizi per sommi capi.
Abbiamo già riferito come Erodoto parli di una Ὑρία (Hyrie) fondata dai Cretesi divenuti Messapi; Teopompo racconta, a sua volta, di una città con lo stesso nome di Ὑρία (Hyrie) collocata in Aulide nella fascia continentale controllata dagli Eubei. Erodoto ci narra poi di Cretesi adattatisi a vivere nell’entroterra calabro antico; Pausania ci riferisce che a Teumesso (località non meglio identificata della Beozia) c’è un tempio senza immagine dedicato ad Atena Telchinia35 e che i Telchini, da cui trae l’epiteto, sono venuti da Cipro, ma di fatto anch’essi isolani d’origine cretese, adattatisi poi a vivere sulla terraferma.
Stefano36 dà a sua volta notizia di due città della Messapia di non risolta collocazione: Amazones e Chalkitis.
La prima collegata alle Amazzoni, e che, guarda caso, trovava un suo corrispettivo nei santuari a loro dedicati sia in Beozia, sia a Calcide. Quest’ultimo particolarmente famoso e significativo, perché vi trovavano sepoltura molte amazzoni cadute nel mitico combattimento ingaggiato contro Teseo per il rapimento della loro regina Antiόpe37. La seconda città, Chalkitis, riecheggia addirittura il nome di Calcide38 e ci fa sapere l’esistenza d’un centro della penisola salentina avente una stessa vocazione per la lavorazione e per il commercio dei metalli.
Ho tenuto per ultima una coincidenza toponomastica davvero speciale, già messa in evidenza da un autore tedesco più di cent’anni fa39. Riguarda le isole Petagne, poste all’imboccatura del porto esterno di Brindisi, il cui toponimo richiama quello di dieci piccole isole che si trovano al largo della costa sud-occidentale dell’Eubea nel golfo di Petali, chiamate appunto con un nome avente la stessa radice: Πεταλιοί (Petalioi), i Petalii.
In definitiva troppe occorrenze, per derubricarle a casuali omonimie o somiglianze, che pongono in rilievo la matrice euboica di svariati termini di località dell’antica Calabria. Non pare pertanto campata in area l’ipotesi che pure il coronimo Messapia sia dovuto ai naviganti di Calcide, frequentatori assidui delle coste dell’allora golfo Ionico. Il quale, per inciso, deve anch’esso il proprio nome agli Eubei. Almeno a dar credito ad alcuni autori.
Io, l’eroina dalla quale il mare aveva tratto la denominazione, secondo molte leggende aveva infatti stretti legami con l’Eubea: vi aveva concepito Épafo, frutto dell’amore di Zeus; una volta tramutata in giovenca, vi avrebbe pascolato ed infine dalla giovenca stessa sarebbe derivato il nome di Abanti, con cui venivano identificati gli Eubei in tempi omerici.
In pratica ce n’è d’avanzo anche per credere che Messapo che, come abbiamo visto, molti autori antichi ritenevano il condottiero eponimo della Messapia, fosse originario dell’Eubea e che si trovasse in Beozia da conquistatore.
Il che farebbe cadere i dubbi sul coinvolgimento di un Beota nell’assegnazione d’un toponimo in terre che i suoi corregionali frequentavano al più da comprimari, non avendo nessuna tradizione marinara. Sicché si potrebbe a questo punto rivalutare la versione degli autori antichi e concludere che fu davvero Messapo, trasferitosi in Iapigia, a dare alla contrada il nome di Messapia.
Pur tuttavia non sarebbe una conclusione soddisfacente, se si pensa che in antichità era abitudine diffusa quella di far risalire le designazioni geografiche ad un personaggio leggendario, spesso forzando gli avvenimenti per raggiungere un simile scopo.
Propenderei piuttosto per un’ipotesi del tutto originale basata su un’informazione, poco sfruttata, fornita ancora una volta da Stefano40. Il geografo bizantino annota difatti, tra i coronimi assegnati in tempi arcaici alla Beozia, quello di Messapia.
In pratica, nel periodo in cui la zona continentale antistante Calcide era un possesso euboico, la Beozia era con ogni probabilità conosciuta con il nome di Messapia, vale a dire lo stesso termine poi scelto per designare la Calabria arcaica. Questa circostanza rende credibile un qualche collegamento tra Beozia e penisola salentina. Collegamento che potrebbe dare finalmente una risposta compiuta al nostro quesito.
Ebbene torniamo al passo in cui Erodoto narra dei Cretesi costretti, a causa del disastroso naufragio, a stabilirsi in Iapigia. Egli testualmente afferma: «dopo aver fondato in quel luogo la città di Hyrie, vi rimasero e cambiando sé stessi divennero Iapigi Messapi invece di Cretesi e continentali da isolani che erano» («ἐνθαῦτα Ὑρίην πόλιν κτίσαντας καταμεῖναί τε καὶ μεταβαλόντας ἀντὶ μὲν Κρητῶν γενέσθαι Ἰήπυγας Μεσσαπίους, ἀντὶ δὲ εἶναι νησιώτας ἠπειρώτας»).
Quindi Erodoto mette in relazione il cambio di nome (da Cretesi a Messapi) con un mutamento di condizione sociale (da isolani a continentali), quasi fosse una conseguenza del tutto scontata. Così non fosse, non si comprenderebbe bene perché l’autore abbia avuto bisogno di mettere talmente in rilievo la connessione tra modifica di etnico e mutamento di abitudini di vita. Se lo ha ritenuto necessario, è perché allora era abituale che così avvenisse: un popolo che non navigava più, e s’adattava a vivere sulla terraferma non poteva più considerarsi a tutti gli effetti Cretese, o isolano in senso lato, e doveva pertanto essere identificato con un etnico che richiamasse questa sua nuova condizione.
In altre parole, così come l’essere Cretesi richiamava la condizione di “isolani”, e quindi la predisposizione a navigare e a commerciare; l’essere Messapi evocava quella di “continentali”, quindi presupponeva la scelta di legarsi alla terra ed alla pastorizia. In altre parole, le condizioni sociali e le abitudini di vita degli abitanti della Calabria, sembrarono agli occhi dei Calcidesi molto simili a quelli di chi viveva in Beozia: continentali tipici, dediti alla pesca, all’agricoltura ed alla pastorizia, definibili in maniera adeguata con lo stesso termine usato per identificare i loro tradizionali dirimpettai. Per l’appunto, Messapi.
Anche se di più facile comprensione, un qualcosa di analogo avvenne sulla sponda opposta dell’’Adriatico, quando gli Eubei denominarono quella contrada Epiro (attuale Albania). Il nome scelto in quell’occasione faceva certo un più puntale riferimento con la terraferma: «Ἤπειρος» (Ḗpeiros), significa proprio “continente” ma obbediva alla stessa logica di contrapposizione tra isola e terraferma adiacente.
Furono in definitiva le abitudini di vita e la collocazione geografica degli abitanti della penisola salentina a condizionare i Calcidesi nella scelta.
Nacquero in tal modo i termini di Messapia e di Messapi.
Tutti gli indizi lo farebbero credere.
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Note
1 C’erano due formati di libro: il rotolo ed il codice. Il rotolo era costituito da fogli incollati l’uno all’altro in successione; il codice (utilizzato nelle sue prime apparizioni per memorizzare leggi e decreti e non opere letterarie) aveva una struttura a pagine sfogliabili da destra a sinistra e, in alcuni casi, dal basso verso l’alto.
2 Anassagora fu il primo autore ad essere commercializzato.
3 Chiaro che Gutemberg era di là da venire e c’era necessità d’uno scriba, un copista tra l’altro dotato di conoscenze specifiche, il βιβλιαγράφος (bibliagráfos), il quale – pare- era pagato profumatamente.
4 ERODOTO (V secolo a.C.), Storie, IV 99.
5 ERODOTO, cit., VII 170.
6 Erodoto partecipò alla fondazione di Thurii, colonia di ispirazione ateniese, nel precedente sito di Sybaris in Magna Grecia, acquisendone quindi la cittadinanza. In precedenza aveva soggiornato per anni ad Atene.
7 Nella gran parte dei testi ricorre la raffigurazione dei Messapi come suddivisione degli Iapigi: la tradizione maggiormente accolta prevede la ripartizione degli Iapigi in Dauni, Peuceti e Messapi.
8 Per quello che ho potuto appurare, nelle fonti latine fanno eccezione i Fasti e LIVIO (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Dalla fondazione di Roma, VIII 24, 4.
9 STRABONE (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, VI 3, 1.
10 N. VALENTE, La penisola salentina nelle fonti narrative antiche, in Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, n. 6-7, Nardò 2018, p. 104.
11 PAUSANIA (II secolo d.C.), Pariegesi della Grecia, IX 22, 5.
12 STRABONE, IX 2, 13
13 STEFANO BIZANTINO (VI secolo d.C. – …), Ethnica, voce “Messápion”.
14 FOZIO (IX secolo d.C.), Bibliotheke, voce “Messápion”.
15 PLINIO IL VECCHIO (I secolo d.C.), Storia Naturale, III 11, 99.
16 Cfr. C. DE SIMONE, Gli studi recenti sulla lingua messapica, in AA.VV., Italia Omnium Terrarum Parens, Milano 1989, p. 651.
17 G. NENCI, Per una definizione della Ίαπυγία, ASNP, S. Ill, VIII, 1978, p. 47.
18 PLUTARCO (I secolo d,C. – II secolo d.C.), Questioni Greche, 11.
19 OMERO, Odissea, IX 26.
20 APOLLONIO RODIO (III secolo a.C.), Le Argoutiche, IV 327.
21 ESCHILO (VI secolo a.C. – V secolo a.C.), Prometeo incatenato, 837-840.
22 ERODOTO, Cit., IX 92, 3.
23 PSEUDO-SCILACE (forse IV secolo a.c.), par. 27.
24 STRABONE, Cit., VII 5, 8-9.
25 Scolii ad APOLLONIO RODIO, Cit., Frg. 4, 308. Si noti che nel suo complesso lo Ionio diventa pélagos, vale a dire “mare aperto”.
26 POLIBIO (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Storie, II 14, 4 – 5.
27 STRABONE, Cit., V 1, 3.
28 NICANDRO DI COLOFONE (II secolo a.C.), apud antonino liberale (…), Metamorfosi XXXI, fr. 47 Schneider.
29 EFORO (IV secolo a.C.), apud STRABONE, Cit., VI 1, 12.
30 TEOPOMPO (IV secolo a.C. ), Apud STEFANO BIZANTINO, Cit, voce “Χαλία”.
31 TEOPOMPO, fr. 211 Jacoby.
32 PLUTARCO, Paralleli minori, 7.
33 Y. BEQUIGNON, La vallée du Spercheios des origines au IVe siècle, Paris 1937, pp. 210 – 231.
34 OMERO, Iliade, II 536 – 545.
35 PAUSANIA, Cit., IX 19, 1.
36 STEFANO BIZANTINO, Cit., voci “Ἀμαζόνες”, “Ἀμαζόνειον”, “Χαλκίς”.
37 PLUTARCO, Vite parallele, Teseo 27.
38 Si ritiene comunemente che Calcide (Χαλκίς, Chalkís) derivi il proprio nome da χαλκός (Chalkόs), vale a dire rame o bronzo, a denotare la vocazione della città per la metallurgia.
39 M. MAYER, Apulien vor und während der Hellenisirung mit besonderer Berücksichtigung der Keramik, Berlino 1914, p. 387.
40 STEFANO BIZANTINO, Cit., voce “Βοιωτία”.


















