di Gianfranco PERRI

Iapigia e Iapigi sono rispettivamente il più antico – risalente alla fine del II millennio a.C. –  coronimo ed etnico utilizzati per identificare il territorio dell’attuale Salento ed i suoi abitanti. Poi, verso la fine del IX secolo a.C. cominciarono a giungere e a stanziarsi in quelle terre nuovi popolatori e si produsse la differenziazione della Iapigia, da nord a sud, in Daunia, Peucezia e Messapia. Quest’ultima, corrispondente all’area geografica peninsulare della Iapigia delimitata dall’istmo identificabile dall’asse Brindisi-Oria-Taranto.

Strabone, il geografo pontino vissuto ai tempi di Augusto, spiega (Libro VI) che la denominazione Messapia è di origine greca e che gli autoctoni, invece, chiamavano quel loro territorio Calabria. Autoctoni che si denominavano in parte Calabri ed in parte Salentini. Quindi, un solo coronimo Calabria e due etnici Calabri e Salentini, anche se nelle fonti narrative greche lo stesso Strabone, per indicare la parte di territorio abitata dai Salentini, attesta anche il coronimo “Salentine”, in latino anche “Salentina” e alla fine italianizzato in “Salento”. I latini da parte loro, messo decisamente da parte il termine Messapia, recuperarono il coronimo Calabria e, senza dar troppo seguito al coronimo “Salentina”, lo attribuirono all’intero territorio peninsulare. Inoltre, per lo più, chiamarono Sallentini tutti i residenti della regione, a prescindere che fossero effettivamente tali o che fossero Calabri. Inoltre, utilizzarono sistematicamente il “Salentina” in senso qualificativo con molteplici locuzioni, tipo: “in agro Sallentino, in Sallentinis, Sallentinum promontorium”, eccetera.

Carta geografica di Willem J. Blaeu, 1600 circa

Quindi, il coronimo riportato dal greco Strabone, “Salentine” – che il latino Marco Terenzio Varrone fa risalire a un’alleanza stipulata “in salo”, ovvero in mare, fra i vari gruppi etnici che si trovarono a popolare quel territorio – sembrerebbe aver avuto una vita effimera, ed i latini utilizzarono solo raramente l’accezione geografica del loro “Salentina”. Il territorio peninsulare dell’attuale Salento pertanto, pur se in buona parte abitato dai Salentini, nell’antichità non ebbe tale denominazione: non l’ebbe né prima dei tempi romani e né in quelli romani. E nei successivi?

I Goti, e dopo la ventennale – 515-535 d.C. – guerra gotica i subentrati Bizantini, continuarono a chiamare quel territorio Calabria, fino a quando si produsse il curioso fenomeno della trasmigrazione di quella denominazione alla contigua regione del Bruzio. Migrazione verosimilmente occorsa nell’Alto medioevo in maniera graduale, e comunque certamente già del tutto consumata alla fine del secolo VIII.

A quel tempo, il territorio peninsulare a meridione dell’istmo Taranto-Brindisi apparteneva, più o meno tutto e più o meno precariamente, al bizantino Ducato di Calabria, il cui territorio all’epoca già abbastanza ridotto, era costituito maggioritariamente dall’antico Bruzio ed i cui labili confini settentrionali erano costantemente disputati dai Longobardi di Benevento. Poi, nell’885, la cosiddetta riconquista bizantina riposizionò verso Nord i confini dei territori dell’Italia meridionale controllati da Bisanzio, e determinò la creazione del Thema di Langobardia, di quello di Lucania e di quello di Calabria, successivamente integrati nel Catepanato d’Italia, il cui territorio recuperò all’incirca quello che – circa 300 anni prima – per contrastare i Longobardi era stato integrato dai Bizantini al creare il Ducato di Calabria.

Carta geografica di Giovanni Antonio Magini, 1620 circa

Così, nel corso dei secoli – tra VI e X – del convulso e discontinuo dominio bizantino sul meridione italiano, il territorio dell’attuale Salento, dopo aver perduto la sua antica denominazione di Calabria fu gradualmente acquistando quella di Terra d’Otranto, e lo fece nella misura in cui la sua estensione si vide identificata con “quasi solo” quella città portuale che con il suo entroterra era giunta a diventare, di fatto, l’ultimo ridotto politico-militare di Bisanzio esistente nella regione a sud dell’istmo Taranto-Brindisi.

Con la fondazione del normanno Regno di Sicilia – nel dicembre del 1130 – che presto integrò in un solo stato tutto il meridione d’Italia, la suddivisione amministrativa del territorio del nuovo regno si cominciò a reggere sui giustizierati, due erano in Sicilia e nove sulla penisola, e uno di questi fu quello di Terra d’Otranto, toponimo così divenuto ufficiale. Un’istituzione, quella dei giustizierati che, introdotta dai normanni e se pur successivamente riformata e più volte ridistribuita sul territorio del regno, si mantenne anche con gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi, senza che per la Terra d’Otranto, che nel mentre aveva iniziato a denominarsi anche provincia di Terra d’Otranto, si producessero sostanziali modifiche territoriali.

Carta di Henricus Hondius in Gerardi Mercatori et I. Hondii Atlas, 1630 circa

Poi, con la conquista spagnola e la creazione del viceregno, nonché con la riacquistata autonomia borbonica, la distribuzione amministrativa del territorio del Regno di Napoli, pur se con alcune modifiche, di fatto perdurò più o meno invariata fino alla promulgazione della legge napoleonica del 1806 con cui si soppressero tutti gli enti territoriali preesistenti, introducendo le province i distretti e i comuni. E la Terra d’Otranto, così divenuta formalmente provincia, comprese i quattro distretti di Lecce, Taranto, Gallipoli e Mesagne, sostituito nel 1814 da Brindisi. L’organizzazione amministrativa postnapoleonica del regno delle Due Sicilie mantenne sostanzialmente lo stesso assetto napoleonico e dopo l’unità d’Italia del 1861 la provincia di Terra d’Otranto fu ridenominata provincia di Lecce. Dal governo fascista, la provincia di Lecce fu suddivisa in tre con la creazione, nel 1923 della provincia di Taranto e, nel 1927, di quella di Brindisi.

E così, l’antica Calabria – chiamata per un tempo anche Messapia, circostanzialmene detta Salentina e poi divenuta più stabilmente Terra d’Otranto – dopo tremila anni d’esistenza, oltre alla sua denominazione aveva perso anche la sua unità territoriale.

E allora: quando e come accadde che l’antico, e tra l’altro poco usato, toponimo “Salentina” – poi Salento – ritornò alla ribalta per identificare geograficamente quel territorio anticamente abitato dai Salentini e che in origine era stato della Calabria, poi della Messapia e poi nuovamente della Calabria?

La descriptione della Puglia di Fernando Bertelli, 1567

Premesso che nei più di sette secoli di esistenza del regno – di Sicilia prima di Napoli dopo e quindi delle Due Sicilie – per il territorio peninsulare compreso tra l’istmo Taranto-Brindisi e il capo di Santa Maria di Leuca si mantenne rigorosamente la denominazione di Terra d’Otranto senza alcuna soluzione di continuità per poi nel regno d’Italia assumere il nome ufficiale di Provincia di Lecce, la risposta a quel “quando e come” non resta altro che provare a cercarla tra le fonti narrative e, magari in primis, tra quelle cartografiche.

Rassegnando le antiche carte geografiche in cui è presente la rappresentazione del territorio dell’attuale regione salentina, quella relativamente più antica in cui appare un esplicito riferimento a una indicazione territoriale etimologicamente risalente al toponimo “Salento” è quella disegnata nei primi anni del ‘600 dal cartografo olandese Willem Janszoon Blaeu, vissuto tra il 1571 e il 1638. Una versione della sua carta, il Blaeu la volle dedicare al vescovo di Nardò, don Fabio Chigi, il futuro papa Alessandro VII. Titolo, in parte latino, della carta è “Terra di Otranto olim Salentina et Iapigia” che in italiano diverrebbe “Terra d’Otranto una volta Salento e Iapigia”. Un’altra cartina, praticamente contemporanea all’anteriore, elaborata dal cartografo italiano Giovanni Antonio Magini alla fine del ‘500 e pubblicata dal figlio nel 1620, reca lo stesso esatto titolo. Allo stesso modo che lo fa la carta dell’olandese Henricus Hondius, contenuta nell’atlante “Gerardus Mercator et Hondius Atlas” pubblicato nel 1630.

Carta di Abraham Ortelius, 1570 circa

Tutte le altre carte elaborate in quello stesso periodo, tra ‘500 e ‘600, e poi successivamente, non riportano richiamo alcuno al toponimo Salento, ma recano solo l’indicazione di Terra d’Otranto, alcune volte come titolo e le altre volte, quando la carta non si riferisce esplicitamente alla sola regione salentina, come sottotitolo o come traccia sovrapposta alla grafica, per esempio: la carta dell’italiano Fernando Bertelli elaborata nel 1567 pubblicata in “La descrizione della Puglia” di Giacomo Gastaldo, o la carta del fiammingo Abraham Ortelius intitolata “Apulia o Terra d’Ottranto” del 1570, o la carta del 1589 dell’olandese Gerardus Mercator intitolata “Puglia piana Terra di Bari Terra di Otranto Calabria et Basilicata”. E coì via, fino ad entrare nel Secolo XVIII, ad esempio: “Terra d’Otranto” di Francesco Cassiano De Silva, nell’atlante di Antonio Bulifon stampato nel 1692 e, del 1714; la carta disegnata da Domenico De Rossi dedicata all’arcivescovo di Otranto, Francesco Maria d’Aste e intitolata “Provincia di Terra d’Otranto”; eccetera. E finanche dopo la costituzione del Regno d’Italia del 17 marzo 1861, e con il cambio di nome della provincia da Terra d’Otranto a provincia di Lecce (una delle 58 del nuovo regno): vedi la bella cartina presente nell’Atlante Geografico dell’Italia, pubblicato nel 1869 a Milano dall’Editore Francesco Vallardi, in cui il titolo è ancora quello di “Provincia di Terra d’Otranto”.

Carta di Gerardus Mercator, 1589

In quanto alle fonti narrative, la ricerca si fa ovviamente più ardua, a causa del maggior volume e della estrema dispersione delle stesse. Tra quelle più antiche di quelle a stampa, è illustrativo vedere cosa accade nella  “Descrittione di tutta l’Italia” del frate Leandro Alberti Bolognese, pubblicata nel 1550. Il capitolo Terra d’Otranto, la nona regione, così inizia: «Lasciando a dietro la Gran Grecia, entrerò alla descrittione di Terra d’Otranto, vicina a quella; la quale con più nomi da gli antichi fu nominata, come dimostra Strabone nel VI Lib. Prima essa regione fu detta Giapigia, poi Messapia, et Calabria, et etiandio [anche] Salentini Fu etiandio nominata Puglia, et al fine Terra di Otranto… Al presente io nominerò questa Regione ‘Salentini’, come la dimanda Sempronio, Plinio, Pomponio Mela et Tolomeo. Parimenti la chiamerò secondo il volgato nome, Terra d’Otranto… Et così sono giunto al fine di questa Regione de i Salentini, hora Terra d’Otranto nominata».

Abbastanza chiaro, direi! Poi, nell’italiano divenuto da ‘volgare’ a ‘corrente’ dire “Salentini” per indicare la denominazione di una regione o provincia, forse cominciò a suonare strano e quindi fu naturale la transizione al termine “Salentina”, che è quello che infatti abbiamo ritrovato anche nei cartigli di alcune delle citate carte geografiche di fine ‘500 inizio ‘600. Resterebbe adesso da capire quando, lentamente, si è passati da “Salentina” a “Salento”.

Nell’anno 1601, nella “Descrittione del Regno di Napoli” di Scipione Mazzella Napolitano, nell’introduzione al capitolo della Terra di Otranto, settima provincia, si legge: «La bella regione di Terra di Otranto, chiamata dagli antichi Iapigia, fu anco chiamata Salentina, dal promontorio salentino. Altri vogliono che fusse detta Salentina dal nome dei salentini».

Carta di Francesco Cassiano De Silva, 1692

Non è presente il nome “Salento” neanche nella “Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi” pubblicata a Lecce nel 1674 dal galatinese carmelitano Andrea Della Monaca, dove, invece, si può leggere: «È cosa nota e manifesta che quella parte d’Italia ch’oggi è detta Terra d’0tranto, & anticamente Iapigia e Campi Salentini, stia posta al dritto per ricevere coloro che navigano dal Levante». Anche qui è molto frequente l’impiego dell’aggettivo salentini, molte volte declinato anche al femminile “salentina”, termine questo che in quattro occasioni è anche usato come sostantivo: «…tornaro l’anno di Christo otto cento quaranta cinque, guidati da un loro capitano, detto Sabba, scorrendo tutta la Calabria, e SalentinaMa mentre il Guiscardo attendeva fuora alle sue imprese, possedeva Brindisi, e tutte le nobili città della Salentina, e della Puglia, con il titolo di Conte Goffredo».

Nel testo, quasi contemporaneo a quello del Della Monaca, invece, scritto da Nicolò Toppi e pubblicato in Napoli nel 1678 con il titolo “Biblioteca napoletana delle Famiglie Terre Città e Religioni che sono nello stesso Regno” tutte le volte che si riferisce di un qualche personaggio o luogo, eccetera, appartenente alla Terra d’Otranto, lo si fa con: «ne’ Salentini», assumendo pertanto di nuovo il termine Salentini per indicare la regione.

E succede esattamente la stessa cosa, già in pieno ‘700, nel testo di Francesco Maria Pratilli del 1745 “Della Via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi” dove si può leggere: «Ebbe [Quinto Ennio] il suo nascimento ne’ Salentini, provincia del Regno di Napoli detta al presente Terra d’Otranto… Nel xxiv milliario era la città di Literno, detta forse da’ Leutersi giganti, come par che accenni Strabone in parlando di Leuca ne’ Salentini… Forse l’interpolatore non ebbe altro fine, che far credere il castello di Massafra fusse stato edificato sulle rovine dell’antica Messapia, la quale al sentir di Plinio e di altri, era ne’ Salentini».

Entrato l’800, Giuseppe Ceva Grimaldi, intendente nel 1817 della provincia di Terra d’Otranto e poi presidente del Consiglio dei ministri nel 1948, nel suo “Itinerario da Napoli a Lecce e nella Provincia di Terra d’Otranto” pubblicato nel 1818, scrive: «Vuolsi che un villaggio di mille e ottocento anime dodici miglia circa lontano da Lecce chiamato Soleto sia l’antico Salento». Evidentemente, uno dei primi timidi “Salento” messo per iscritto.

Carta di Domenico De Rossi, 1717

E finalmente! In un libro di 135 pagine dal titolo “Il passato il presente e l’avvenire di Brindisi” di Salvatore Morelli, pubblicato nel 1848, da Tipi Del Vecchio in Lecce, si legge: «Per ovviare alla confusione nominale delle diverse regioni della nostra provincia, giusto l’antica topografia, preghiamo il lettore di leggere Messapia ov’è stampato Salento, trovandosi varie volte usato l’un vocabolo per l’altro». Ed in effetti, nel testo di Morelli, la denominazione “Salento” è utilizzata per esattamente dieci volte.

E siamo così arrivati, con l’unità d’Italia del 1861, alla fine del regno di Napoli ed alla conseguente fine della “Provincia di Terra d’Otranto” a beneficio della “Provincia di Lecce”. Sarà forse stato il non poter più dire e scrivere ufficialmente “provincia di Terra d’Otranto” o sarà stato per una qualche subconscia reticenza ad usare al suo posto “provincia di Lecce” o chissà perché altro, certo è che quel Salento – proveniente dai vari Salentine, Salentina e ne’ Salentini – cominciò a poco a poco a diffondersi, tra fine XIX secolo e inizio del XX.

E quando la provincia di Lecce negli anni Venti del ‘900 fu smembrata in tre, fu d’obbligo ricorrere ad un altro termine che potesse, ormai non più legalmente ma solo letterariamente e colloquialmente, indicare la comunque storica regione salentina. E il termine Salento era già lì a disposizione, e piacque. Piacque oltre che agli scrittori anche ai giornalisti [la testata ‘Giornale di Brindisi’ – per qualche anno – mutò in ‘Salento fascista’] e finanche ai politici. Di Salento, infatti, si parlò anche all’Assemblea costituente quando ci fu, a cavallo tra il 46 e il 47, il tentativo quasi riuscito e poi frustrato di costituire la Regione Salento. Da allora, il termine Salento lo s’iniziò a ritrovare con sempre più frequenza sulla stampa, prima locale e poi nazionale, fino al suo straripare, anche internazionalmente, nei decenni più recenti.

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.