di Lino DE MATTEIS

Negli ultimi decenni, le pulsioni unitarie delle province di Brindisi, Lecce e Taranto sono tornate periodicamente all’ordine del giorno della politica salentina, come è avvenuto con il recente protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, sottoscritto dai sindaci dei tre capoluoghi, dai presidenti delle rispettive Province e dal rettore dell’Università del Salento, sui quali grava ora la responsabilità di concludere l’iniziativa, elaborando un piano programmatico.

A fronte della meritevole, anche se ancora inconclusa, iniziativa delle massime istituzioni locali, il dibattito che il tema inevitabilmente alimenta sui social è però la cartina di tornasole delle lacerazioni che ancora permangono in alcune frange della popolazione delle tre province, quella jonica in particolare. Visioni storico-culturali divisive e campanilismi che rappresentano un freno al distendersi di quel sentiment unitario necessario per un’intesa utile ad affrontare insieme le sfide della modernità. Per poter superare la diaspora culturale occorre capire le ragioni di giudizi, pregiudizi, distorsioni e confusioni risalendo alle loro origini storiche.

La divisione amministrativa del territorio inizia un secolo fa, quando l’antica Terra d’Otranto, divenuta Provincia di Lecce con l’unità d’Italia (Regno d’Italia), viene frammentata dal regime fascista nelle attuali tre province: la prima ad essere istituita fu quella di Taranto, nel 1923, che all’inizio assunse la denominazione di Provincia Jonica, e poi quella di Brindisi, nel 1927, restringendo la Provincia di Lecce all’attuale dimensione territoriale.

Dopo che gli abitanti della penisola salentina avevano convissuto per un millennio nella stessa regione storico-geografica di Terra d’Otranto, la necessità di controllo politico del territorio spinse il regime fascista a frammentare la penisola in tre porzioni più piccole, saldamente dominate dai podestà. La Provincia di Taranto, con il suo porto e la presenza dell’Arsenale, rispondeva anche all’esigenza della proiezione militare nel Mediterraneo del regime fascista, interessato all’espansione coloniale in Africa. Quattro anni dopo, anche l’istituzione della provincia di Brindisi rispondeva ad analoghe motivazioni di controllo del territorio e della proiezione militare nell’Adriatico tramite il suo porto, di fronte ai Balcani.

Il sentimento unitario di Terra d’Otranto, tuttavia, anche se mutilato dal fascismo, aleggiò possente nella fase di avvio dei lavori della Costituente (1946-1948) della neonata Repubblica Italiana. Per l’insistenza di alcuni deputati salentini, infatti, che ricordarono ai Costituenti lo spirito unitario che ancora permeava le popolazioni salentine, si stava facendo strada l’idea della istituzione di una Regione Salentina, comprendente le tre province. Di questo orientamento, ne fa fede il telegramma del deputato socialista leccese Vito Mario Stampacchia, che scriveva da Roma, il 18 dicembre 1946, ai suoi seguaci nel Salento: «Esultante comunico che la sottocommissione costituente in seduta plenaria accogliendo aspirazioni popolazione di Terra d’Otranto sostenute tenacemente nostra indefessa azione ha deliberato costituzione regione salentina. Cordiali saluti, Stampacchia». Purtroppo, per un solo voto, la commissione bloccò la nascita della Regione Salentina, accogliendo la proposta del deputato di Maglie, ma ormai barese di adozione, Aldo Moro, di istituire un’unica Regione Puglia.

Ma quel sentimento unitario dell’antica appartenenza allo stesso territorio non scomparve del tutto anche in seguito. La nascita dell’Università di Lecce, nel 1955, trovava il supporto in un consorzio universitario che affondava le radici in tutte e tre le province: leccesi, brindisini e tarantini si autotassarono per poter vedere nascere qui il secondo ateneo pugliese, dopo quello di Bari. E con lo stesso spirito, nel 2007, l’ateneo cambiò nome, diventando l’Università del Salento. Così come, nel 2010, anche l’aeroporto Papola-Casale di Brindisi assumeva il nome di Aeroporto del Salento, per sottolineare l’appartenenza all’intero territorio.

Quando nel 1960 fu fondata l’Itasider (poi Ilva, ArcelorMittal e, ora, Acciaierie d’Italia), il siderurgico di Stato, inaugurato nel 1965, rappresentava uno dei più grandi insediamenti industriali del Mezzogiorno d’Italia che avrebbe occupato migliaia di lavoratori, oltre che di Taranto, anche delle province di Lecce, Brindisi e di Matera, appartenuta, fino al 1663, alla Terra d’Otranto. Pullman carichi di operai partivano ogni giorno dal Capo di Leuca e dal Brindisino per potare mano d’opera a quello che non divenne mai una “cattedrale nel deserto”, avendo dato vita, intorno a sé, ad un indotto considerevole e duraturo nel tempo.

Erano i tempi dei governi democristiani e il siderurgico jonico rappresentava una fonte inesauribile di clientelismo, abilmente gestito dai notabili locali. Le tre province di Brindisi, Lecce e Taranto costituivano all’epoca un’unica circoscrizione elettorale (Circoscrizione XXVI) per l’elezione del Parlamento e i politici candidati si ponevano come rappresentanti dell’intero territorio, scarpinando in cerca di voti in lungo e in largo, da Leuca a Fasano e Ginosa, durante le campagne elettorali, e continuando a mantenere rapporti con il tessuto economico e sociale dell’intero bacino elettorale anche dopo le tornate elettorali. Pur se amministrativamente tripartito, dunque, il territorio trovava ancora nell’interesse elettorale una forte sintesi politica che lo teneva insieme. E, anche sulla scia di quegli interessi elettorali, nascevano iniziative editoriali per raccontare unitariamente il territorio, come, nel 1979, il “Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto”, oggi “Nuovo Quotidiano di Puglia”.

La percezione unitaria del territorio cominciò ad incrinarsi a partire dal 1993, con le nuove leggi elettorali maggioritarie, o semi-maggioritarie, che misero definitivamente in soffitta il sistema proporzionale puro, che aveva caratterizzato le elezioni politiche fino ad allora. Con le nuove leggi elettorali la circoscrizione salentina si ampliò a tutta la Puglia (Circoscrizione XXI), ma i collegi divennero più piccoli, fino ad arrivare a contarne nel Grande Salento ben 15 uninominali per l’elezione dei deputati (dal 1993 al 2005). Oggi, con il Rosatellum, le tre province sono divise in due collegi plurinominali (uno dei quali comprende anche Monopoli) e in sette collegi uninominali per la Camera; un collegio plurinominale e quattro collegi uninominali per il Senato.

Mentre le leggi elettorali frammentavano gli interessi della rappresentanza politica del territorio e ne erodevano il senso di unità, il siderurgico di Taranto cominciava a mostrare l’altra faccia dell’occupazione e del lavoro: quella dell’inquinamento ambientale che, via via, andava trasformando la città, e il quartiere Tamburi in particolare, dove è collocato lo stabilimento, in uno dei centri più inquinati d’Italia. Le proteste di cittadini e associazioni ambientaliste, per l’alta incidenza di malattie e di morti causate dall’inquinamento, portarono, nel 2012, all’intervento della magistratura e alla messa in stato d’accusa di proprietari e dirigenti dell’Ilva. La lunga e controversa vicenda giudiziaria non è ancora conclusa, ma nel frattempo l’impianto è stato preso in gestione dalla multinazionale ArcelorMittal e, poi, dallo Stato Italiano, tramite InvItalia, con la creazione delle Acciaierie d’Italia.

Anni drammatici per Taranto, i cui cittadini hanno vissuto, e in parte lo vivono ancora, il lacerante dissidio tra occupazione e ambiente, tra lavoro e salute. Nel referendum cittadino del 14 aprile 2013, la stragrande maggioranza dei votanti si espresse per la chiusura dell’Ilva (81,29%) e dell’area a caldo (92,62%). Ma il mancato raggiungimento del quorum (votarono solo il 19,55% degli aventi diritto) rese nullo il referendum.

Sin dall’inizio, l’inquinamento, causato dal più grande siderurgico europeo, ha fatto assurgere la città di Taranto a caso nazionale, marchiando negativamente l’immagine del capoluogo jonico. Le foto, diffuse sui giornali italiani e i filmati mandati in onda sulle televisioni nazionali, con le ciminiere che sputavano enormi quantità di fumo inquinante, hanno, alla fine del secolo scorso, sedimentato nell’immaginario collettivo l’idea di una città sporca e degradata e di un territorio circostante contaminato dai veleni, da evitare.

Mentre, in questa parte del Salento, si consumava così il delitto della Taranto turistica, col progressivo oblio della storica “città spartana”, della capitale della Magna Grecia, della città dei due mari e del ponte girevole, offuscati dalle nebbie del siderurgico; in un’altra parte del Salento, quella delle provincie di Lecce e Brindisi, prendeva impulso l’idea del “Salento turistico”, del territorio vocato per eccellenza all’accoglienza. Questa dicotomia – da una parte la Taranto brutta, sporca e cattiva, dall’altra il Salento bello, sole, mare e vento – ha alimentato la percezione di un territorio diviso, pur essendo la penisola salentina un’entità geografica unica, ed ha acuito il distacco culturale e sentimentale tra coloro che si fregiano orgogliosamente del “salentinismo” e quelli che, per reazione, non vogliono sentirsi salentini.

Tra gli anni Novanta del secolo scorso e il primo decennio del 2000, il brand “Salento”, incentrato sull’asse Lecce-Brindisi, prendeva il volo, diventava un marchio internazionale in grado di attirare turisti da ogni parte d’Italia e del mondo. Nonostante la bellezza delle spiagge jonico-tarantine, come Lido Silvana, la marina di Pulsano, Lido Galdoli, ecc., il mare e le spiagge di Fasano, Ostuni, Otranto, Leuca, Gallipoli, Porto Cesareo, ecc., paiono non avere rivali, supportate da un affascinante entroterra agreste di ulivi, trulli e muretti a secco, antiche tradizioni e gastronomia tipica. Il marketing territoriale e i tour operator promuovono ed esaltano questa parte del Salento, facendo crescere e alimentando l’idea che “quello è il Salento”. Erano gli anni della legge sulla tutela del barocco leccese (2001); dell’avvio dei finanziamenti europei del piano “Urban” per le città d’arte, tra cui Lecce; della registrazione del marchio “Salento d’Amare” (2008) solo per la provincia di Lecce; del concertone della “Notte della Taranta” di Melpignano (1998), diventato poi un’attrattiva mondiale; dei tentativi di candidatura del Salento leccese a patrimonio dell’umanità (2015-2016).

È in questo contesto che è sorta, quindi, la diaspora politico-culturale dei salentini e sono nati i “due Salento”: da una parte quello jonico-tarantino, sentitosi tradito e abbandonato al suo destino di territorio inquinato; dall’altra quello jonico-adriatico, leccese e brindisino, che spinto dal trend turistico favorevole imbocca la strada della crescita, senza preoccuparsi dei cugini jonici, oscurati dai fumi del siderurgico. Questo sviluppo a due velocità ha scavato il solco e ha spinto una parte dei tarantini a covare un sentimento, se non di rancore, certamente di distacco, a non voler sentire parlare di Salento e a rivendicare, come elemento identitario, la loro origine greco-spartana e l’antica rivalità con i messapi-salentini, ignorando i mille secoli di convivenza e ritornando indietro nel tempo, all’età prima di Cristo.

Ma aggrapparsi al passato e riesumare dissidi ancestrali, come quelli tra spartani e messapi, non aiuta certo a guardare avanti e a cercare condivisioni necessarie per affrontare le sfide, di oggi e di domani, che pongono le reti di sistema e le “città intelligenti”. Il progetto in corso dell’“ecosistema-urbano” sta cambiando ora la percezione della città jonica, rilanciando Taranto come metropoli mediterranea e restituendogli la dignità e l’importanza assegnatale dalla storia. Per questo il protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro” è un’iniziativa emblematica, perché prova a superare la diaspora salentina e proietta l’intero territorio verso un’alleanza federalista che può rendere più forte e competitivo il Grande Salento.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it