di Lino DE MATTEIS

Un prontuario di scrittura per giovani giornalisti salta fuori dal cumulo di carte e libri accatastati da anni in un angolo del mio studio di casa. L’aveva preparato il mio amico e maestro di giornalismo Antonio Maglio, una quarantina di anni fa, all’inizio dell’avventura di “Quotidiano”, di cui fu il cuore e la mente. Nello sfogliarlo casualmente, mi soffermo sulla pagina delle “virgolette”. «Per omologare l’uso delle virgolette – scriveva Maglio ai giovani redattori che si cimentavano con la scrittura dei primi articoli – utilizziamo le basse, o caporali («…») solo nel discorso diretto (Disse: «Portami quel libro»). In tutti gli altri casi (titoli di giornali o di libri, enfatizzazione di un termine e all’interno del discorso diretto) usiamo le virgolette alte, o apici (“…”). Non usiamo mai l’apice singolo». Chissà cosa direbbe oggi Antonio a vedere stravolte, per pura pigrizia di chi scrive, le sue sagge e grammaticate regole sulle virgolette?
La tecnologia sta, infatti, cambiando anche la punteggiatura, favorendo un uso anarchico delle virgolette e creando, spesso, confusione nella scrittura, a discapito delle sottili sfumature che la lingua italiana consente. La tastiera alfanumerica più utilizzata su computer, tablet e smartphone è quella “Qwerty” (dalle lettere dei primi sei tasti della riga superiore). Questa tastiera, particolarmente diffusa in Italia, scoraggia l’uso delle virgolette basse «…», dette anche virgolette alla francese o “sergenti” o “caporali”, che sono quelle tradizionalmente usate per riportare il discorso diretto o frasi ed espressioni pronunciate o scritte da qualcuno. Scoraggia l’uso di “sergenti” o “caporali” perché quelle virgolette non sono riportate direttamente sui tasti e devono essere cercate ogni volta tra i simboli da inserire, con spreco di tempo e perdita di concentrazione su ciò che si sta scrivendo. Con la “Qwerty” è molto più facile usare le virgolette alte “…”, dette anche virgolette italiane o apici doppi, poiché si trovano tra i simboli direttamente rintracciabili sui tasti. E poi ci sono gli apici, le virgolette alte singole ‘…’, dette all’inglese, non molto usate per la verità nella lingua italiana, ma anch’esse facilmente reperibili in prima battuta sulla tastiera e di solito usate per l’apostrofo.
Secondo la grammatica italiana, vedi Enciclopedia Treccani, i due tipi di virgolette più frequenti si usano in diversi contesti e con diverse funzioni:
i “caporali” o “sergenti” («…») per delimitare un discorso diretto [«Felice notte, venerabile Jorghe,» disse. «Ci attendevi?» – U. Eco, Il nome della rosa] o per delimitare una citazione letterale [Per Schopenhauer l’invidia è «il segno sicuro del difetto»];
le virgolette alte (“…”) per mettere in evidenza una parola con un significato particolare, spesso figurato o ironico [Una “grattata” da cinque milioni]; per sintetizzare il significato del pensiero altrui [Aveva pensato tra sé “ma questo non capisce nulla”]; per introdurre, a fianco di una parola, il suo significato [Nel Salento si beve molto il mieru, “vino”, di ottima qualità] o per riportare nel testo il titolo di un giornale o di un libro [L’ho letto sul “Corriere della Sera”].
In sostanza, spiega la “Treccani”, «nelle citazioni e con il discorso diretto, le virgolette più adoperate nell’uso comune sono quelle basse. Le virgolette alte vengono utilizzate soprattutto per segnalare l’uso particolare di una parola».
La tastiera “Qwerty” sta travolgendo questa consuetudine della lingua italiana, soprattutto nei testi scritti velocemente con lo smartphone sui social (Facebook, Whatsapp, Linkedin, ecc.), dove le virgolette imperanti sono quelle alte (“…”), perché più facili da digitare, usate, quindi, per pigrizia, in tutte le circostanze. Sempre più spesso, ormai, succede che sui desktop dei giornalisti arrivino dichiarazioni di uomini importanti postate sui propri profili e riprese dai rispettivi uffici stampa virgolettate con i doppi apici alti. Una sorta di catena di trasmissione che, sempre per pigrizia o mancanza di tempo, finisce con il caratterizzare anche la scrittura degli articoli e dei titoli pubblicati sui giornali, facendo diventare consuetudine una pratica sgrammaticata, che, certamente, farebbe rivoltare il povero Antonio nel leggere frasi tipo: “I due rivali stavano combattendo una «guerra di nervi»”; invece che: «I due rivali stavano combattendo una “guerra di nervi”».
Va da sé che l’uso dei “caporali” consente una maggiore flessibilità nella scrittura, soprattutto quando in una citazione bisogna introdurre una sotto-citazione o una parola a cui si vuol dare un particolare significato [«L’uomo era sconvolto quando lo minacciò: “ti ammazzerò”»; molto meglio certo che non “L’uomo era sconvolto quando lo minacciò: “ti ammazzerò””; o, peggio ancora, “L’uomo era sconvolto quando lo minacciò: «ti ammazzerò»”; per non parlare poi dell’obbrobrio degli apici semplici “L’uomo era sconvolto quando lo minacciò: ‘ti ammazzerò’”). E allora, per favore, non “ammazziamo” i “caporali”, senza di loro si impoverisce la scrittura.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it