Lino DE MATTEIS
Per la storia e la geografia, la Puglia è “condannata” a essere una e trina. La visione di una “Puglia policentrica”, di cui ha parlato Adelmo Gaetani sul Quotidiano, rispecchia pienamente la realtà esistenziale e identitaria di questa regione. Dai messapi, peucezi e dauni, alla Terra d’Otranto, Terra di Bari e Capitanata, per millenni la regione è stata contraddistinta dalle tre macro-aree storico-geografiche, che ancora oggi la connotano. Non per nulla, per lungo tempo, il suo toponimo era al plurale, le “Puglie”, fino alla Costituzione italiana del ’47, quando è stata considerata unitariamente come “Puglia”.
Pur indicandola unitariamente, come ente territoriale politico-amministrativo, la nostra Costituzione non ha, però, potuto modificarla geograficamente, lasciando inalterate le sue peculiarità fisiche: con i suoi quasi 450 km di lunghezza, e una larghezza di 55 km in media, la Puglia rappresenta la regione più stretta e lunga dell’Italia continentale. Con una tale configurazione fisica, è più che naturale che le tre macro-aree che la compongono, oltre che essere differenti per storia e tradizioni, hanno assunto, pure, caratteristiche socio-culturali ed economiche diverse.
Parlare, ora, di “Puglia policentrica” e di “macro-aree” rappresenta, perciò, un modo nuovo e fresco di rilanciare l’antico problema dello sviluppo, che ha sempre interessato questa regione, consentendo di discutere serenamente della crescita dei territori, senza pregiudizi e remore di tipo egemonico o separatista. È evidente infatti che le tre macro-aree pugliesi, nord, centro e sud, devono avere pari dignità e la Regione Puglia ha la responsabilità di farle crescere in modo uguale, sostenendo le vocazioni specifiche e le caratteristiche economiche di ciascuna di esse.
“Regione policentrica”, però, non vuol dire “frammentata” in una pletora di localismi, gestiti dal centralismo regionale in modo clientelare, vedasi, per esempio, le diverse destinazioni turistiche che fanno perdere di vista la forza attrattiva delle tre macro-aree. La programmazione turistica della Regione Puglia ha da tempo, infatti, rinunciato alla sintesi promozionale, che, per essere efficace dovrebbe puntare e valorizzare le tre aree storico-geografiche pugliesi di Terra d’Otranto, Terra di Bari e Capitanata, trasformandole in altrettante “destinazioni turistiche”, facilmente identificabili. Fare sintesi non vuol dire, naturalmente, annullare le peculiarità e le articolazioni delle eccellenze locali, ma, semplicemente, metterle a sistema per aumentarne l’attrattività.
A una diversa programmazione della politica di marketing regionale, è necessario, però, affiancare l’iniziativa autonoma degli stessi territori, che devono farsi protagonisti della loro crescita. Nel coro unanime di consensi sulla visione di una “Puglia policentrica”, registrato nel dibattito di questi giorni, in molti, giustamente, hanno fatto riferimento alla necessità di riforme normative e istituzionali, a livello nazionale, come quella delle Province. Ma rimandare continuamente tutto a una riforma della governance territoriale italiana, pur necessaria, senza certezza dei tempi, significa, nella sostanza, lasciare tutto com’è, chissà per quanto tempo ancora.
In attesa delle auspicate riforme, allora, è necessario che i territori si organizzino da subito per autopromuovere unitariamente il loro sviluppo. Nelle tre macro-aree che compongono la Puglia, dovrebbero, dunque, essere, principalmente, le istituzioni territoriali, Comuni capoluogo, Province, Camere di Commercio…, a coordinarsi per individuare le priorità comuni e utilizzare tutti gli strumenti normativi già disponibili per affrontarle e risolverle, attraverso protocolli d’intesa o accordi di programma, su progetti specifici e fattibili, come infrastrutture, ambiente e turismo.
Qualcosa di concreto si potrebbe cominciare, allora, a fare a livello regionale, come richiedere l’istituzione del “Consiglio delle autonomie locali”, organo di consultazione tra la Regione e gli enti locali, previsto dalla legge regionale pugliese n. 29 del 2006, rimasta però ancora sulla carta. Così come ci sarebbe anche da esplorare il percorso dell’“area vasta”, concetto introdotto dalla legge Delrio, del 2014, che lascia margini di interpretazione sulle sue dimensioni. Già prima della legge Delrio, la Regione Puglia, con una delibera della giunta, del 2007, aveva approvato le “Linee guida per la pianificazione strategica territoriale di area vasta”, che non escluderebbe la sua applicazione in ambito interprovinciale. E proprio in base a quest’ultima normativa, la Regione, rinunciando, però, ancora una volta, a una più efficace sintesi, ha parcellizzato il territorio delle tre province della macro-area della Puglia meridionale, individuando ben cinque aree vaste: Taranto, Lecce, Brindisi, Valle d’Itria e una, non meglio circoscritta, denominata “Salento”.
Se davvero, insomma, nelle istituzioni, negli organismi economici e sociali delle tre macro-aree pugliesi c’è la volontà politica di cooperare, gli strumenti concreti su cui lavorare non mancano. Certo la Terra di Bari è avvantaggiata con la “città metropolitana”, le altre due, Capitanata e Salento, avrebbero bisogno di una buona dose di spirito confederativo, da manifestare concretamente e non solo a parole.


















