Paolo Pagliaro

Paolo PAGLIARO

Ciclicamente, come le stagioni, torna il dibattito sulla declinazione al plurale “Puglie”, la regione con tre anime che ricalcano le tre storiche province Terra d’Otranto, Terra di Bari, Capitanata. Tre territori distinti, con una propria matrice storico-culturale, unificati “a freddo” in una sola regione. Ma le differenze restano, e tornano ad acuirsi in un momento di passaggio amministrativo come quello che stiamo vivendo.

Il Salento, in particolare, erede della gloriosa Terra d’Otranto, rivendica una centralità che l’annessione alla Terra di Bari gli ha tolto, marginalizzandolo. E così si rispolverano progetti come il Grande Salento; la Messapia; la città metropolitana jonico-salentina; il Masterplan Terra d’Otranto. Rivendicazioni che, per noi, hanno i contorni nitidi della Regione Salento, unica via per una reale autonomia amministrativa e per l’emancipazione dalla sudditanza rispetto a Bari.

Il Salento non è soltanto un lembo geografico ma è una realtà storica e territoriale compiuta, una comunità riconoscibile, figlia della civiltà che affonda le proprie radici nella Messapia, nella terra tra i due mari, nella Magna Grecia. È una regione definita, da sempre riconoscibile nella cartografia internazionale; una realtà territoriale, culturale ed economica autonoma, distante per storia e identità da Bari e dalla Capitanata.

A dimostrazione delle differenze presenti attualmente tra la Puglia e il Salento, i Romani distinsero, nella Regio II Apulia et Calabria sia l’Apulia, sia la Calabria (l’attuale Salento), cioè due realtà contigue e simili ma con delle opportune differenze politico-culturali. L’Apulia era l’area abitata dalle popolazioni dei Peucezi e dei Dauni, mentre la Calabria era popolata dai Messapi suddivisi in due ceppi, i Calabri appunto e i Sallentini.

Il Salento non è mai stato “Puglia”. La sua stessa morfologia lo conferma in modo inequivocabile: una penisola protesa tra Adriatico e Ionio, con pianure, bassipiani e formazioni calcaree che ne fanno un luogo naturalmente separato e riconoscibile.

Dal Principato di Taranto alla Terra d’Otranto, passando per i Regni di Sicilia, Napoli e delle Due Sicilie, il Salento ha mantenuto una continuità amministrativa e identitaria. L’antica Terra d’Otranto che comprendeva Lecce, Brindisi e Taranto, è stata per secoli un’entità riconosciuta.

Nel 1820 nella costituzione del Regno delle Due Sicilie apparve la parola Salento, da quel momento entità politica e amministrativa; poi, con la caduta del Regno delle due Sicilie e quindi con l’Unità d’Italia, nel 1860, la Terra d’Otranto si trasformò in provincia di Lecce, costituita dai dipartimenti di Lecce, Gallipoli, Taranto e Brindisi. Nella stanza del Prefetto di Lecce campeggiano i quatto affreschi con i relativi simboli, componenti della grande Provincia di Lecce con la città di Lecce capitale, da sempre culla di civiltà e cultura.

In seguito, per volontà di Benito Mussolini, nacquero le province di Taranto e successivamente di Brindisi, che furono dunque scorporate dalla Provincia di Lecce. Ma l’unità territoriale e storica del Salento rimase, nei fatti, invariata.

Se il Salento non è Regione, non è dunque per mancanza di requisiti ma per una precisa scelta politica. In Assemblea Costituente, un accordo bipartisan tra Aldo Moro e Palmiro Togliatti, nella notte nefasta del 27 dicembre del 1947 impedì la nascita della Regione Salento e della Regione Romagna, cancellando il progetto elaborato da Giuseppe Codacci Pisanelli che fu approvato in commissione dopo undici mesi di lavori. Con una sola differenza: alla Romagna fu permesso di mantenere il nome, mentre il Salento fu cancellato dalla storia e dalla geografia.

E veniamo ad oggi. Il Salento conta circa 1,7 milioni di abitanti, numeri che lo renderebbero l’undicesima regione d’Italia su ventuno.

Se ci fosse stata la Regione Salento, solo a titolo esemplificativo, l’autostrada sarebbe arrivata a Lecce così come l’alta velocità ferroviaria arriverebbe a Lecce; Lecce e Taranto sarebbero collegate da una strada a quattro corsie; l’Aeroporto del Salento avrebbe un rango di serie A e il nostro territorio non sarebbe relegato a periferia dei trasporti nazionali.

Da qui la nostra battaglia per il riscatto del Salento: un impegno che parte da lontano, su solide basi giuridiche. Nel 2000, insieme all’avvocato Fabio Valenti, presso il notaio Rocco Mancuso costituimmo il movimento Salento Regione d’Europa. Step importanti furono il movimento Salento Libero Regione fondato e guidato da Mario De Cristofaro nel 2006 e il contributo di idee di Roberto Tundo, pensatore della destra salentina, sulle colonne del periodico La Contea. Quel percorso trovò compimento il 5 agosto 2010 con la fondazione del Movimento Regione Salento, nato con l’obiettivo esplicito di ottenere l’autonomia amministrativa del Salento, comprendente Lecce, Brindisi e Taranto.

Nel 1986 dimostrarono interesse per l’autonomia del Salento i parlamentari Meleleo e Memmi che presentarono una proposta di Legge Costituzionale; successivamente anche l’on. Lia nel 1994 presentò una proposta di Legge. E nel 2011 anche la senatrice Adriana Poli Bortone, presentò al Senato due disegni di legge.

Nel 2010 abbiamo tentato concretamente la strada prevista dall’articolo 132 della Costituzione. In soli tre mesi furono raccolte le delibere dei consigli comunali necessarie per chiedere alla Corte di Cassazione l’indizione del referendum. Venne però sollevata una questione interpretativa sull’articolo 132: il referendum doveva riguardare la popolazione del territorio che intendeva costituirsi in Regione o l’intera Regione dalla quale ci si voleva distaccare? La Corte di Cassazione chiese chiarimenti alla Corte Costituzionale, che stabilì che dovesse votare l’intera Regione di appartenenza. Questo perché, dopo che il Molise raggiunse l’autonomia nel 1963, per evitare che ci fossero altre richieste, fu redatta una legge ordinaria nel 1970 determinò appunto che il territorio interessato dovesse essere quello dell’intera Regione dalla quale si vuole secedere, rendendo il percorso referendario estremamente complesso, se non impraticabile. È come se per l’autonomia della Catalogna dovessero votare tutti gli spagnoli, o per quella della Scozia l’intero Regno Unito. Una sentenza pastrocchio contestata ancora oggi da tanti emeriti costituzionalisti.

Dunque, a parte la via referendaria, che abbiamo già sperimentato, le strade per rendere giustizia al Salento, facendone una Regione, sono due.

La prima è una riforma costituzionale parlamentare, ed esiste un precedente concreto: il Molise, che fino al 1963 faceva parte della Regione Abruzzi e Molise, divenne Regione autonoma non tramite referendum, ma attraverso una legge costituzionale approvata dai tre quarti del Parlamento, modificando l’articolo 131 della Costituzione. Un atto politico sovrano dello Stato, perfettamente legittimo.

La seconda strada è il progetto di riordino territoriale che elaborammo insieme alla Società Geografica Italiana, cristallizzato nella Proposta di Legge sottoscritta come prima firmataria nel 2013 dall’attuale premier Giorgia Meloni, che prevede la riorganizzazione dello Stato in 31 Regioni di dimensioni ottimali, fondate su identità storiche e culturali reali, con l’abolizione degli odierni enti intermedi.

Allo stato attuale c’è un totale disequilibrio fra le Regioni. Ad esempio, la Lombardia conta 10 milioni di abitanti, la Valle D’Aosta appena 125mila. Il Molise ha 300mila abitanti, la Puglia quasi 4 milioni su una superficie di 19mila chilometri quadrati che la rende la Regione più lunga d’Italia. Il riordino territoriale rappresenta la scelta migliore anche in ottica di futura autonomia, perché diventa basilare che tutte le Regioni siano di dimensioni uguali e ottimali. Dunque la nostra visione va oltre il Salento e diventa modello per l’intera nazione.

Ora, con la confluenza del Movimento Regione Salento nel grande partito Fratelli d’Italia, la nostra battaglia si rafforza: il progetto di autonomia della nostra terra va avanti col sostegno forte e convinto di tutti coloro che mi hanno eletto per portarlo avanti in Consiglio regionale. Una battaglia di radici e identità, ma anche di futuro.

L’autonomia dei territori della Puglia, d’altronde, è sancita della legge regionale 29 del 26 ottobre 2006, che prevede l’istituzione del Consiglio delle Autonomie Locali (CAL). Un organo che dovrebbe garantire rappresentanza e partecipazione dei territori ai processi decisionali della Regione, esercitando la funzione di raccordo e consultazione permanente tra Regione ed enti locali. Una legge necessaria, rimasta però sulla carta. A settembre 2023 ho presentato una mozione – mai discussa in aula – per impegnare la giunta regionale a dare attuazione alla legge 29/2006. In una regione tanto lunga e articolata come la Puglia, profondamente diversa al suo interno, il CAL è uno strumento che può assicurare pari voce, pari diritti e pari servizi a tutte le comunità, superando squilibri e politiche accentratrici che hanno consolidato il Bari-centrismo che combattiamo da anni. Da qui parte la mia mozione, con l’intento di garantire ai territori il diritto ad avere voce in capitolo nelle decisioni che incidono sulla vita e sul destino delle comunità, per un’azione amministrativa più efficace e sostenibile in ambito sociale, economico e ambientale. L’articolo 45 dello Statuto della Regione Puglia prevede l’istituzione del Consiglio delle Autonomie Locali come organo di rappresentanza e partecipazione degli enti locali al governo del Regione, la legge c’è da vent’anni ma il paradosso è che non si è messa in atto, nonostante l’impegno espresso verbalmente dall’ex governatore Michele Emiliano su nostra sollecitazione. Al neo presidente Antonio Decaro riproporremo subito questa mozione, chiedendo di darle priorità e, in tempi rapidi, concreta esecuzione. Gli ricorderemo il suo slogan elettorale: “Tutta la Puglia”.

Il Consiglio delle Autonomie Locali può essere il primo passo per l’autonomia e il riscatto del Salento e di tutti i territori finora trascurati a vantaggio di Bari.

Paolo PAGLIARO
Consigliere regionale di Fratelli d'Italia