Pantaleone PAGLIULA
La crisi del sistema moda che stiamo vivendo non è la “crisi classica” fatta di discese e risalite alle quali siamo abituati da anni. Questa volta la crisi attuale ha un insieme di cause concatenate e imprevedibili interne ed esterne al sistema che rendono difficile prevedere una via d’uscita.
In primo luogo abbiamo il problema delle guerre che creano un’incertezza globale, unita a un futuro che non è né chiaro, né nitido. A questo si aggiungono l’inflazione elevata, i dazi, i prezzi alti del lusso, la diminuzione del potere d’acquisto del ceto medio e il fatto che le aziende si trovano ad affrontare la necessità di una trasformazione strutturale per adattarsi a un nuovo e continuo contesto di mercato.
A questo si aggiunge l’invasione del Fast Fashion e l’impatto economico e ambientale senza precedenti che sta producendo in Europa e nel Mondo.
Nessuno ha la ricetta giusta e nell’attesa l’unica medicina è non stare fermi, continuare a migliorarsi, stare costantemente al timone e interrogarsi se ciò che era assodato ieri è ancora valido per il mercato di oggi. In un momento critico e di forte cambiamento il vero rischio è l’immobilità e occorrono provvedimenti urgenti e visioni di lungo respiro per evitare che l’industria moda italiana, secondo comparto produttivo del paese, possa subire la stessa ingloriosa fine dell’automobile.

I marchi del lusso, nel tentativo di difendere i margini di guadagno, hanno aumentato i prezzi in modo esorbitante (dal 10 al 30% in pochi anni), creando una forbice insostenibile tra il lusso vero e proprio e la “moda accessibile” con la conseguenza della perdita di circa 50 milioni di consumatori della fascia media nel mondo occidentale che non sono stati compensati dai nuovi “veri ricchi”.
L’ incremento dei prezzi portando a una diminuzione dei pezzi venduti del lusso ha penalizzato la nostra manifattura locale che dipendendo soprattutto dai grossi brand sta subendo una crisi finanziaria e occupazionale. Questa è la causa principale della attuale sofferenza del nostro tessuto di piccole e medie imprese e Il calo dei volumi delle commesse in questi mesi sta portando alla chiusura o al ridimensionamento dei terzisti, che sono la spina dorsale del sistema salentino.
Nessuno oggi sa quale sarà la situazione nei prossimi mesi e ci rimane la fiducia di avere un tessuto di aziende sano che ha dimostrato in passato grande capacità di adattamento e di rivitalizzazione, ha virato verso i segmenti del lusso e del pronto moda e ridotto a sue spese tempi e costi di produzione. Lo spazio potrebbe esserci ma la ricetta è complessa e le nostre aziende piccole e medie non ce la possono fare da sole.
In questo difficile momento di crisi è quanto mai strategico fare squadra, guardarsi intorno, fare sinergia e non di decidere di tirare i remi in barca. Quanto mai tocca avere dinamismo, volontà di mettere in dubbio la capacità della propria azienda e del proprio prodotto e avere la disponibilità a investire e a soffrire. La struttura piramidale famigliare della maggior parte delle nostre aziende, che è stata un punto di forza negli anni passati, deve aprirsi al territorio e pensare di avere una pluralità di soggetti decisionali preparati per poter essere meno vulnerabile e più reattiva rispetto ai cambiamenti. Il settore abbigliamento calzaturiero del nostro Salento certamente non potrà rivivere i fasti degli anni ’80 o ’90 perché ci sarà un ridimensionamento e ristrutturazione generale nel comparto del lusso e solo se le nostre aziende riusciranno a essere sempre più flessibili , adattarsi a dare prodotti e servizi sempre diversi e avanzati, fare sinergia tra di loro e con il territorio e non trascurare un migliore rapporto di partnership strategico continuo con il cliente difendendo e facendo valere la propria capacità creativa e artigianale.
Per fare questo è fondamentale che le nostre aziende abbiano la capacità di rivedere l’organizzazione interna, ottimizzare i sistemi informativi, adeguare i macchinari e investire nel personale a fronte di uno sviluppo della tecnologia che richiede competenze nuove e specifiche. Contemporaneamente pensare con le organizzazioni rappresentative del settore, l’università e la scuola a come attrarre i giovani in un settore vitale e sfidante che richiede non più solo manualità artigianale ma competenze tecniche trasversali diverse dal passato e padronanza delle tecnologie e degli strumenti.
Un giovane che si iscrive oggi a un ciclo di formazione nell’abbigliamento può avere un futuro a patto che sia disposto oltre che a voler sentire l’odore dell’azienda, a essere parte di un mix tra esperienza e innovazione e pensare che le nostre aziende possano offrirli opportunità di crescita e di welfare tutt’altro che trascurabili in un settore che si manifesta nella bellezza, creatività , nell’artigianato e nella continua innovazione , nel suo legame con l’arte e il design e nel suo crescente ruolo nella promozione di valori sociali come la sostenibilità e l’inclusività.
Per questo è determinante il ruolo della Scuola e dell’Università che devono fare capire agli studenti che nel Salento abbiamo realtà produttive che hanno una importante storia ed eccellenza, che nel loro territorio possono realizzare i propri sogni e non andare oltre per realizzarli. Questo si può realizzare costruendo insieme un ambizioso piano di comunicazione che evidenzi la storia, la cultura, l’innovazione e la sostenibilità delle nostre aziende protagoniste da sempre del sistema moda italia.
Da non trascurare come l’Intelligenza Artificiale influenzerà sicuramente le attività indirette (colletti bianchi) delle aziende, richiederà una qualificazione diversa del personale e inevitabilmente influenzerà i processi creativi, produttivi e di vendita. Anche qui si tratta di cavalcare la tecnologia senza “snaturare” l’azienda, mantenendo i nostri valori, la nostra professionalità per creare quell’unicum che l’AI non può replicare magari mantenendo, accanto al digitale, una quota di tavoli per il taglio tradizionale convinti che un robot non sarà mai in grado di cucire. Nonostante le difficoltà attuali, il settore moda italiano è un’eccellenza con circa 100 miliardi di fatturato e 600.000 occupati distribuiti in 23 distretti produttivi in tutta Italia.
Nella nostra provincia dobbiamo fare il possibile per tutelare questo patrimonio di creatività e laboriosità che per anni è stato un volano economico della nostra economia.
L’industria italiana della moda è un settore trainante, è il secondo comparto manifatturiero con una bilancia dei pagamenti fortemente positiva e un export che supera il 65% del fatturato. La politica e il territorio devono moltiplicare il valore strategico della manifattura sostenendola e tutelandola non solo con aiuti fortemente mirati, ma creando le condizioni per la sua attrattività e il suo rilancio.


















