di Lino DE MATTEIS

La riforma delle Province che il ministro degli Affari regionali e Autonomie, il leghista Roberto Calderoli, è deciso a portare a termine in tempi brevi, riapre il dibattito sull’ipotesi di una “Grande Provincia del Salento”, o “Provincia del Grande Salento”, come la si voglia chiamare. Al di là del sistema elettorale che si adotterà per la rielezione diretta di presidenti e consiglieri provinciali, la riforma Calderoli (se andrà in porto) non potrà, infatti, prescindere dalla necessità di contenere la spesa pubblica, con il taglio dei consiglieri o con l’eventuale riduzione del numero delle Province. Un tentativo di accorpamento fu fatto già dal governo di Mario Monti, nel 2012, prima che questi enti cadessero nel limbo in cui li ha costretti, poi, la legge Delrio (2014), in attesa di una mai avvenuta loro definitiva cancellazione, prevista col referendum costituzionale di Renzi, bocciato dagli italiani nel 2016.

Il percorso non sarà facile, visti anche i contrasti e le polemiche scatenate sul territorio dal tentativo di Monti, che voleva accorpare Taranto e Brindisi. Ma, questa volta, la riforma Calderoli viene a cadere in un contesto locale molto più favorevole e può, anzi, rappresentare un assist eccezionale allo spirito confederativo che sta animando le tre province di Brindisi, Lecce e Taranto, impegnate a definire un piano di sviluppo comune, attraverso l’elaborazione di un masterplan, con la regia dell’Università del Salento. Il masterplan, che dovrebbe vedere la luce entro l’anno, è previsto dal Protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”, firmato, nel 2020, dai sindaci dei tre capoluoghi, Riccardo Rossi (Brindisi), Carlo Salvemini (Lecce) e Rinaldo Melucci (Taranto), dai rispettivi presidenti di Provincia, Antonio Matarrelli, Stefano Minerva, lo stesso Melucci (nella duplice veste), e dal rettore dell’UniSalento, Fabio Pollice.

Il laborioso lavoro di elaborazione per definire il masterplan, che si sta facendo intorno al “tavolo tecnico interistituzionale” coordinato dal rettore Pollice, e che, oltre alle istituzioni, sta coinvolgendo anche i principali portatori di interesse ed esponenti della società civile delle tre province, favorisce un clima di collaborazione, partecipazione e coinvolgimento mai verificatosi prima. La necessità che dal masterplan esca anche la proposta di una “cabina di regia”, un “centro di coordinamento” o una “agenzia per lo sviluppo dell’area jonico-salentina”, che dia continuità, concretezza e attuazione alle linee programmatiche, incrocerebbe, di fatto, gli scenari che potrebbero scaturire dalla riforma Calderoli con riferimento a un eventuale accorpamento delle Province.

La riforma, per la rielezione diretta e per riassegnare più risorse e competenze alle Province, non è solo nella volontà del governo di Giorgia Meloni, ma è un’esigenza trasversalmente diffusa. Dall’inizio della legislatura, infatti, sono già sei i disegni di legge depositati in commissione Affari costituzionali del Senato, che, pur con qualche sfumatura, vanno tutti nella stessa direzione: tre della maggioranza (Fi, Lega e FdI) e tre dell’opposizione (Pd, Verdi-Sinistra e M5s), a cui dovrebbe aggiungersi anche quello di Italia viva. In commissione, inoltre, è già operativo anche un comitato ristretto, presieduto dalla leghista Daisy Pirovano, che nelle prossime settimane dovrebbe presentare un testo base, comprensivo delle varie proposte.

Il confronto, quindi, su questo tema appare inevitabile. Tema particolarmente sentito nella penisola salentina, che, giusto un secolo fa, durante il ventennio fascista, fu smembrata nelle attuali tre province di Brindisi, Lecce e Taranto. Questa volta, però, in vista di una tale evenienza, il territorio dovrebbe trovarsi pronto per non subire, come avvenne col governo Monti, le decisioni imposte dall’alto, in assenza di una comune volontà espressa dal basso. Nel clima collaborativo che aleggia in questa fase tra le tre province, il dibattito potrebbe trovare un punto di partenza, un denominatore comune nella proposta di “Riordino territoriale dello Stato” avanzata, col Rapporto del 2014, dalla Società Geografica Italiana, che individuava 36 ambiti territoriali ottimali, al posto delle attuali Regioni e dei numerosi e dispendiosi enti territoriali (Consorzi di bonifica, Camere di Commercio, Prefetture, ecc.). Uno di questi ambiti coincide esattamente con le tre province di Brindisi, Lecce e Taranto, il territorio dell’antica Terra d’Otranto, che, oggi, con una sintesi lessicale più moderna e adeguata ai tempi, si può definire anche come “Grande Salento”.

La proposta della Società Geografica non ha incontrato particolari resistenze e, anzi, sembrerebbe in grado di mettere tutti d’accordo. Che li si chiami “Province” o “Regioni”, quegli ambiti ottimali proposti dall’ente geografico a livello nazionale potrebbero essere la base di partenza pure per un confronto sul territorio salentino. Il dibattito sul futuro delle Province diverrebbe, così, anche, la cartina di tornasole sulla reale volontà di collaborare per trovare un’intesa sullo sviluppo comune del territorio, con un unico centro di coordinamento. Non mancheranno, certo, localismi, provincialismi e interessi elettoralistici, ma se si vuole veramente recuperare lo spirito unitario della storica Terra d’Otranto, non si può evitare di affrontare, una volta per tutte e senza pregiudizi, il tema del riassetto amministrativo della penisola salentina. Il “tavolo interistituzionale”, che sta elaborando il masterplan, non può che essere la sede naturale e più adeguata per farlo.

Ma ci vuole buona volontà e impegno comune per crescere insieme.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it