Da giorni si susseguono sui quotidiani regionali notizie di inchieste giudiziarie che riguardano manager, dirigenti, assessori nominati dal governatore Michele Emiliano o da lui designati in posti chiave. L’elenco dei coinvolti nelle inchieste della magistratura barese è lungo, riguardando anche funzionari e imprenditori, decine di persone che non stiamo qui a enumerare. Ma ci sono due casi in particolare che più potrebbero mettere politicamente in difficoltà il presidente Emiliano: l’arresto per corruzione dell’ex responsabile della Protezione civile pugliese, Mario Lerario, e l’indagine per falso ideologico che riguarda il capo di Gabinetto dello stesso governatore, Claudio Stefanazzi. Entrambi sono uomini di sua assoluta fiducia, ai quali Emiliano ha affidato compiti delicati relativi a ingenti spese e investimenti della Regione Puglia.
Nessuno è colpevole sino a sentenza definitiva e per tutti vale la presunzione di innocenza. Non serve qui entrare nel merito delle inchieste dei magistrati baresi, come stanno facendo con dovizia di particolari i media regionali. È doveroso, però, rilevare come l’inchiesta per corruzione sulla Protezione civile sembrerebbe far emergere un vero e proprio “sistema-Lerario”, basato su affidamenti diretti e ordini aggiuntivi, che avrebbero consentito di scegliere “imprese amiche” e far lievitare i costi delle opere. Mentre il reato di falso ideologico che riguarda il braccio destro di Emiliano, Stefanazzi, accusato dai magistrati, in concorso con il commissario di Asset Puglia Elio Sannicandro, di aver agito «con l’intento di avvantaggiare illecitamente una cordata di imprenditori», potrebbe lascer presupporre la possibilità di una certa discrezionalità politica.
Certo, saranno i magistrati a decidere. Ma non ci si può esimere dal constatare che i principali imputati, oltre a Lerario, Stefanazzi e Sannicando, sono interessati da inchieste anche l’assessore al Personale Gianni Stea, l’assessore ai Trasporti Anita Maurodinoia, l’ex direttore degli Ospedali riuniti di Foggia Vitangelo Dattoli, il direttore di Ager Gianfranco Grandaliano e il manager Pietro Quinto, ecc., hanno un comun denominatore, un unico palcoscenico: la Regione. Gli inquisiti sono stati scelti, nominati o designati dal governatore Emiliano come suoi uomini di fiducia e tutti sono finiti sotto inchiesta per vicende legate ad appalti e contratti della Regione.
Se il senso dovuto del garantismo impone di attendere le risultanze delle inchieste, la copiosità dei casi giudiziari che si sta accumulando pone, evidentemente, una “questione morale” che riguarda la Regione e le scelte politiche di un “uomo solo al comando” nel scegliere manager, dirigenti e assessori di sua fiducia in piena solitudine. Ma, su questo tema, maggioranza e opposizione nel Consiglio regionale sembrano come narcotizzate, incapaci di porre la questione con la dovuta determinazione che richiederebbe, se non addirittura giustificando: “sono scelte di sua competenza”. Solo balbettii, non in grado di nascondere il sostanziale girarsi dall’altra parte delle forze politiche, compreso il Partito democratico, nel quale, pure, è in corso un aspro dibattitto proprio sulla gestione del governatore Emiliano.
L.d.M.


















