di Lino DE MATTEIS

«Carlo, ti dispiace se più tardi passo a prenderla?», la simpatica ironia del sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, che in un post ha commentato così la notizia data dal sindaco di Lecce, Carlo Salvemini, che il restauro della colonna di Sant’Oronzo a Lecce era terminata, ha suscitato il risentimento di qualche nostalgico brindisino, che ritiene un’usurpazione la presenza di una delle due colonne romane terminali della via Appia a Brindisi nella piazza leccese. Un sentimento che, a quanto pare, serpeggia ancora tra i brindisini, come si è potuto osservare anche l’altra sera nel teatro Verdi, durante lo spettacolo di Dario Vergassola, quando il presunto scippo della colonna leccese è diventato un motivo di gag: «Allora ce l’andiamo a riprendere», ha detto il comico, imbeccato sull’argomento dall’intervistatore brindisino, per compiacere la platea di casa. E a rinfocolare la polemica si è messa ora anche la coordinatrice forzista brindisina, Livia Antonucci, ricordando al sindaco Salvemini che quelle colonne sono «simboli della cultura di Brindisi» e definendo “goliardico” il commento del sindaco Rossi, a cui ha ricordato la richiesta che invece, nel 2007, fece l’allora sindaco brindisino Mennitti al suo collega leccese, Perrone, di restituire la colonna.

A parte il campanilismo anacronistico della querelle odierna, la storia parla di un dono fatto ai leccesi, dopo che, il 20 novembre 1528, una delle due colonne brindisine, terminali della via Appia, crollò a causa di un forte terremoto e i vari pezzi marmorei rimasero abbandonati a terra per oltre un secolo. Nel 1657, la terribile epidemia di peste, che disseminava morti in tutto il regno di Napoli, non toccò Lecce e Terra d’Otranto. I leccesi attribuirono lo scampato pericolo all’intercessione di Sant’Oronzo e, volendo innalzare un monumento al santo patrono, chiesero ai brindisini di utilizzare quei pezzi di colonna caduta, danneggiati e in stato di abbandono, disseminati per terra. L’allora sindaco di Brindisi, Carlo Stea, acconsentì, decidendo di offrire i pezzi di colonna ai “cugini” leccesi. Ma il sindaco che gli successe, Giovanni Antonio Cuggiò, si rifiutò di consegnarli, fino a quando, il 2 novembre 1659, il vicerè di Napoli, conte Castrillo, ordinò di consegnare i resti della colonna ai leccesi. Nel 1666, l’architetto Giuseppe Zimbalo innalzò nella piazza principale di Lecce la statua di Sant’Oronzo, collocandola sulla colonna marmorea, che utilizzava i rocchi e il capitello della colonna brindisina, restaurati e rilavorati adeguatamente.

La storia della colonna leccese parte, dunque, come un “dono di amicizia” dei brindisini ai leccesi, riconosciuto come tale dal vicerè di Napoli, che impose, infatti, che quel dono si compisse, nonostante già in quel tempo il tarlo del campanilismo remasse contro. Ma se allora, “a caldo”, nonostante si trattasse di pezzi abbandonati e semidistrutti di una colonna, la polemica poteva avere ancora un senso, oggi appare completamente fuori luogo un ritorno al passato, che riporterebbe le lancette delle relazioni indietro di secoli. La colonna di sant’Oronzo a Lecce è diventata ormai un simbolo di fratellanza tra i salentini di Lecce e i salentini di Brindisi, impegnati insieme nello sforzo di far crescere e sviluppare il territorio comune del Grande Salento. Quelle colonne terminali della via Appia a Brindisi, sono come due sorelle che le circostanze della storia hanno portato a vivere in luoghi diversi, una è rimasta lì dove è nata l’altra si trova lì dove l’hanno accolta, curata e fatta rivivere, ma senza che quella sia pur breve distanza riuscisse a spezzare il loro profondo legame affettivo e, anzi, accomunando e avvicinando ancora di più le comunità che le ospitano. Non è l’egoismo, ma l’amicizia e la solidarietà il valore simbolico di quelle due colonne, che tale deve restare se si vuol guardare avanti e non al passato.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it