di Lino DE MATTEIS
Non è difficile fare il quadro della situazione politica post-elettorale in Puglia: il centrodestra, trainato dall’uragano Meloni, asso pigliatutto; il M5s, ammaliato da Conte, primo partito; il centrosinistra, affossato da Emiliano, Boccia e Lacarra, al terzo posto. Se il centrodestra naviga ormai in acque sicure e il M5s si aggrappa al “voto di scambio” col reddito di cittadinanza, il Pd è nella nebbia più fitta e si trova di fronte al bivio di cambiare o morire.

Giustamente il sindaco di Bari, Antonio Decaro, consapevole della situazione, parla di rifondazione e dice che nel Pd «bisogna azzerare tutto». Ma, a quanto pare, stando alle prime dichiarazioni, il trio responsabile della catastrofica sconfitta dem in Puglia sembra voler continuare sullo stesso adagio politico, quello eseguito fino ad ora, e non mollare l’assetto di potere attuale, continuando a tenere in ostaggio un partito ormai chiaramente in declino. Da parte loro, non un segno di autocritica, non un gesto di dimissioni, non una parola di scuse, ma solo la volontà di continuare così, lasciare tutto com’è nelle loro mani.
Azzerare tutto e rifondare, come dice Decaro, o morire come partito continuando a seguire le sirene del civismo emilianano e la subalternità ai grillini? Occorre ricostruire un’identità di partito di sinistra, autonoma e indipendente da qualsiasi variabile esterna e ipotesi di alleanze, dare prospettiva di rappresentanza ai bisogni della gente, dare un ruolo alla Puglia come hub energetico d’Italia e regione snodo dei traffici economici e turistici nel Mediterraneo… ma per fare questo ci vuole una nuova classe dirigente, giovane, dinamica, rivolta al futuro, senza invischiamenti, lacci e lacciuoli con il potere degli attuali boiardi di partito.
Eppure c’è chi aveva previsto questa debacle, chi aveva criticato lo snaturamento del partito da parte del governatore Michele Emiliano, con il beneplacito del segretario regionale, Marco Lacarra, e del responsabile enti locali del Pd nazionale Francesco Boccia, nominato da Letta commissario per il congresso regionale pugliese, il cui svolgimento è sospeso da mesi per non intaccare gli assetti attuali. C’è chi, come il consigliere regionale Fabiano Amati, aveva profeticamente avvisato che le liste del Pd erano invotabili per il modo con cui era state fatte, pensando più agli assetti di potere che non al coinvolgimento e alla rappresentatività dei territori. Il caso più clamoroso: aver fatto fuori il senatore Dario Stefàno per mettere al suo posto il braccio destro di Emiliano, Claudio Stefanazzi.
«È stato certificato dagli elettori: le liste Pd pugliesi (e non solo) erano generalmente invotabili, frutto di “capi bastone” da mettere finalmente a riposo. Ora vedremo tanti convertiti al coraggio dopo che per settimane hanno proclamato l’omertà. Benvenuti!», commenta Fabiano Amati, che rilancia la sfida per un rinnovamento del Pd pugliese. «Nelle prossime ore parlerò. Non temete – dice –. Sto riflettendo affinché nulla sia detto a vanvera, perché in politica, e per me, la parola detta o quella data conta. Parlerò con chiarezza, senza nascondere nulla e proponendo qualcosa da fare, molto concreto e, se possibile, abbastanza rivoluzionario. E se saremo in tanti, così come ho visto in queste settimane e pure tra mille silenzi, il più della strada sarà stato già fatto».
Cambiare o morire assorbiti dal civismo di Emiliano e dal grillismo di Conte. La resa dei conti nel Pd appare inevitabile. Rinnovarsi è una strada obbligata per un partito che voglia ripartire con una identità chiara, di sinistra, riformista, europeista, liberandosi dalla gabbia delle ambiguità che lo attanaglia, prendendo chiaramente la distanza da populismi e sovranismi. Il Pd deve decidere cosa vuole essere, in modo autonomo, senza pensare alle alleanze. Deve deciderlo ora, subito, senza aspettare un’altra clamorosa batosta alle prossime elezioni regionali.


















