di Lino DE MATTEIS

Le Province ritornano nell’agenza della politica italiana. Nella commissione Affari costituzionali del Senato partirà a giorni l’esame dei vari disegni di legge presentati da FdI, Lega, Fi e Pd, altri sono annunciati da Italia viva e M5s. Le diverse proposte di riforma presentate sino ad ora, pur con qualche sfumatura, hanno un denominatore comune: l’elezione diretta di presidenti e consiglieri provinciali, la retribuzione degli incarichi, la ridefinizione delle competenze (ora circoscritte a scuola, ambiente e trasporti), le risorse per svolgere le funzioni loro attribuite.

Pur essendo enti costituzionalmente riconosciuti (Titolo V, art. 114), insieme a Comuni, Città metropolitane e Regioni, le Province hanno vissuto, nell’ultimo decennio, in una sorta di limbo istituzionale, cui le aveva confinate la riforma Delrio (56/2014): depotenziate ad enti di secondo livello (eletti dai sindaci e dai consiglieri comunali dei Comuni facenti parte del loro territorio), sminuite nelle funzioni e private delle risorse. La legge Delrio doveva essere provvisoria, in attesa che la riforma costituzionale Renzi-Boschi le abolisse completamente. Bocciata, invece, dal referendum costituzionale del 2016 la riforma Renzi-Boschi, è rimasta in vigore la legge Delrio, che ha lasciato nell’attuale stallo istituzionale le Province.

Considerate in passato enti inutili, carrozzoni per garantire un po’ di poltrone, tutte le forze politiche sembrano ora aver riscoperto l’importanza del loro ruolo, come strutture intermedie tra Comuni e Regione. Con la riforma del Titolo V, parte seconda della Costituzione (3/2001), veniva potenziata l’autonomia organizzativa, funzionale e finanziaria degli enti territoriali, Province comprese. Il nuovo art. 114 della Costituzione riconosce agli enti locali (Comuni, Province, Città metropolitane) e alle Regioni la natura di “enti autonomi”, ponendoli su un piano di pari dignità istituzionale, mettendo così fine alla struttura verticale delle autonomie locali ereditata della Carta del 1948.

In un sistema costituito da una pluralità di enti, tra loro integrati ma autonomi, il ritorno in campo delle Province avrà bisogno di una normativa che ordini e disciplini le diverse tipologie e gradazioni di poteri. Se la piena dignità costituzionale delle Province si avrà ripristinando il suffragio universale per l’elezione diretta di presidenti e consiglieri provinciali, più complesso sarà stabilire le loro competenze, funzioni e risorse in equilibrio con quelle dei Comuni, delle Regioni e dello Stato, in una cornice di sussidiarietà e interazione. Ci sarà insomma di che discutere.

Ma il dibattito non potrà prescindere da un altro elemento fondamentale: la necessità di contenere la spesa pubblica. Era questo, infatti, il leitmotiv che aveva caratterizzato l’iniziativa del governo Monti, nel 2012, con la sua riforma, che prevedeva l’accorpamento delle Province più piccole, che non avevano i requisiti della superficie e della quantità di abitanti. Nel Salento, la riforma Monti prevedeva l’accorpamento delle province di Brindisi e Taranto con capoluogo Taranto, essendo il più popoloso; mentre restava in piedi la Provincia di Lecce.

La riforma Monti scatenò un putiferio, una quasi “guerra civile”, soprattutto tra brindisini e tarantini. Dopo aver rifiutato di aderire alla nuova Provincia Taranto-Brindisi e aver, inutilmente, chiesto che si costituisse un’unica Provincia del Grande Salento, la maggior parte dei Comuni brindisini, compreso il capoluogo, deliberarono il loro passaggio alla Provincia di Lecce, mentre un paio di essi, al nord, chiesero di aderire alla Provincia di Bari. Ci fu anche qualche amministrazione comunale tarantina che deliberò di aderire alla Provincia di Lecce. La “guerra delle province” terminò solo quando, con le dimissioni del governo Monti, anche la sua riforma cadde nel vuoto, lasciando tutto come era prima.

Il dibattitto sul “recupero” delle Province, che si aprirà presto al Senato, non potrà dunque prescindere dal contenimento della spesa pubblica e, di conseguenza, dalla necessità mettere mano al riassetto territoriale dell’amministrazione statale. Su questo terreno tornerà allora utile riprendere la discussione sugli ambiti territoriali ottimali individuati qualche anno fa dalla Società geografica italiana (Sgi), con il suo rapporto annuale del 2014 “Riordino territoriale dello Stato”, con cui poneva l’esigenza di una nuova geografia amministrativa dello Stato. Il rapporto aveva come obiettivo proprio la razionalizzazione della spesa pubblica e il superamento della legge Delrio, che non aveva intaccato i confini delle Province.

In base ai criteri di mobilità del lavoro, identità territoriale, dimensione geomorfologica e fisionomia degli eco-sistemi, la Società geografica individuava un nuovo assetto territoriale centrato su una trentina di aree territoriali più piccole delle regioni ma superiori alle singole province. Uno di questi ambiti territoriali riguardava le tre province salentine, raggruppate insieme in quella che potrebbe essere la Grande Provincia di Taranto, Lecce e Brindisi. La Puglia veniva suddivisa nelle tre aree storico-geografiche classiche: il Salento (Terra d’Otranto), la Puglia (Terra di Bari) e la Daunia (Capitanata). «L’area Salento, che coincide con la suddivisione borbonica della Terra d’Otranto – si leggeva nel rapporto –, ha, oltre a una significativa coerenza identitaria, relazioni complementari fra i tre poli urbani di Taranto, Lecce e Brindisi».

L’eventuale riapertura del dibattito su questo tema, si incrocia sul territorio con il processo in corso per la stesura del masterplan previsto dal protocollo d’intesa “Terra d’Otranto: dalle origini il futuro”, sottoscritto dai primi cittadini di Brindisi, Lecce e Taranto, dai rispettivi presidenti di Provincia e dal rettore dell’Università del Salento, che sta coordinando il cronoprogramma per la definizione del masterplan. Il “tavolo interistituzionale” messo in piedi dal protocollo dovrebbe essere la sede naturale per valutare gli eventuali riflessi di una riforma delle Province sul Salento e per elaborare una proposta unitaria, nello spirito confederativo che sta animando il percorso virtuoso di “Terra d’Otranto: dalle radici il futuro”.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it