Pantaleone PAGLIULA

Siamo in un mondo completamente infuocato e nel caos con episodi di guerra senza un piano e con possibili conseguenze inaspettate, dove si inizia senza sapere come proseguirà, dove i paesi non sanno più parlarsi e manca un’organizzazione mondiale in cui discutere i problemi.

Siamo entrati nell’età della forza, con lo strumento diplomatico-negoziale in crisi in pieno disordine mondiale, con un piano strategico-militare poco chiaro e un ricorso sistematico alla forza, che può innescare incendi, che possono scappare di mano a chi li ha provocati, diventando incontrollabili. Se si continua senza tentare una forte mediazione internazionale si può innescare una reazione pesante, da dove diventa difficile tornare indietro.

I numerosi conflitti che dilaniano il mondo non ci toccano ancora da vicino ma stanno avendo conseguenze negative sui nostri comportamenti, perché la violenza verbale e politica alla quale assistiamo ogni giorno, come la rassegnazione a uno stato continuo di esasperazione, sono modi di essere che attraversano le nostre vite.

Se spostiamo lo sguardo su Washington, dietro la lucida follia di Tramp, portatore del complesso militare industriale del mondo, si nasconde una situazione negli USA pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici che rischia il default. In tale ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo, sono determinati per riportare le petro-monarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.

Nel mondo sta succedendo di tutto, ma a Bruxelles non sta succedendo quasi nulla. L’impossibilità di fare sintesi sta portando a fughe in avanti, timidezze e omissioni in ordine sparso.

Ci sono silenzi, imbarazzi e retorica da parte dei governi europei che sono divisi tra quelli di tendenza nazional-populista, di cui fa parte anche il governo Meloni, traditi e tagliati fuori dall’azzardo di Tramp e Netanyahu, in spregio al diritto e alle istituzioni internazionali, e  governi che mostrano muscoli e voglia di riarmarsi intorno al piano nucleare lanciato dal presidente francese Emmanuel Macron.

Adesso che la guerra è sempre più vicina dal proprio giardino di casa, si spera che prevalga una voce comune dei Ventisette sull’Iran e non si ripeta la fine che è stata fatta su Gaza, dove i Governi europei sono rimasti imprigionati dai veti reciproci, nell’ incapacità di trovare un’onorevole mediazione.

Non certo è questa l’Europa che sognavano i padri fondatori dell’Europa, che immaginavano una pace costruita sì sui valori comuni, ma anche assai concreta.

Abbiamo sotto i nostri occhi un’Europa in solitudine, indebolita dalle tradizionali alleanze e soprattutto dalla sua unicità, ma ancora certamente forte, rimanendo la sola potenza mondiale custode dei valori della democrazia liberale.

Forse da questa situazione noi europei ce ne possiamo uscire avendo la consapevolezza di andare avanti a testa alta sulla nostra strada solitaria e, possibilmente, accelerando il passo e accettando la solitudine dell’Europa, non come una condanna ma come una liberazione, che ci obbliga a divenire pienamente e definitivamente noi stessi, forti della nostra civiltà umanistica e antimperialistica, che ci siamo conquistati nell’arco di una tormentosa, sanguinosa e a tratti radiosa storia millenaria.

Quanto mai occorre sognare e costruire un’Europa dei Popoli viva, unita e allargata, con un nuovo ordinamento europeo che dia un forte spazio alle Regioni e agli Enti locali, un’Europa che valorizzi l’integrazione europea basata su solidarietà, rispetto reciproco tra culture, tradizioni e minoranze, contrapponendosi alla visione di una semplice unione tra Stati.

Un’Unione Europea che scalda i cuori, soprattutto dei giovani che vedono questa istituzione frenata da troppe regole, troppi tecnicismi, poca prospettiva e scarso impatto sulle questioni grandi e piccole che scandiscono la loro vita. Un’Europa che restituisca ai giovani la possibilità di costruirsi il futuro.