Pantaleone PAGLIULA
È caldo. Tanto caldo. Caldissimo. Anzi, a voler essere precisi, in Europa non ha mai fatto tanto caldo in giugno con 10 gradi sopra la media del periodo e oltre 1300 decessi legati al caldo in una settimana.
Nel Salento picchi che superano i 39°. L’Italia ha raggiunto picchi di temperatura di oltre 40 gradi in alcune zone della Pianura Padana e in città come Firenze e Roma e l’OMS registra 5 morti in 24 ore per il caldo.
Ondate di calore, sempre più lunghe e sempre più intense, il mare che bolle e poi forti piogge e grandinate. Sono tutti fatti e dati inauditi che non dovrebbero lasciarci sorpresi. Ci siamo dimenticati che esiste qualcosa che si chiama riscaldamento globale? Ci siamo scordati che i gas emessi in atmosfera dalle attività umane impediscono al nostro pianeta di raffreddarsi? O forse lo sanno solo gli scienziati che da oltre un secolo dicono in giro e hanno scritto milioni di articoli scientifici, migliaia di libri, relazioni, report descrivendo il riscaldamento globale come il più grave problema che l’umanità si sia mai trovato ad affrontare nel corso della sua storia, mettendoci in guardia dalle conseguenze di quello che stava e sta accadendo.
Nessun fenomeno è mai stato così descritto, studiato, divulgato dalla scienza. Ancora tutti questi fenomeni descritti, studiati e divulgati dalla scienza ci colgono di sorpresa? Ancora qualcuno si sente in dovere di farci notare che ha sempre fatto caldo di estate e che il riscaldamento globale è la più grande truffa mai elaborata dagli scienziati? Ancora qualcuno continua a dire che il riscaldamento globale si risolve piantando qualche albero per la pace di tutti?
I nostri governanti, a tutti i livelli, ne parlano in modo marginale e pochi approfondiscono il problema mettendo in evidenza una debolezza strutturale senza precedenti delle nostre istituzioni nell’ affrontare le sfide del XXI secolo. L’uso di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) e la deforestazione rilasciano enormi quantità di gas che intrappolano il calore nell’atmosfera, e causano il riscaldamento del pianeta.
Quello che sta avvenendo non è più un evento eccezionale, ma una conseguenza strutturale della crisi climatica che sta cambiando il modo in cui viviamo e operiamo e non è accettabile che le conseguenze e i costi ricadano sulle persone, sui servizi pubblici e sulle imprese, mentre le industrie fossili del petrolio e del gas continuano ad accumulare profitti miliardari.
Oltre a questo non mi stancherò mai di ripetere come le tante guerre oggi nel mondo e la crisi climatica si alimentano a vicenda. I conflitti emettono gas serra, distruggono infrastrutture, bruciano risorse finanziarie, ma soprattutto divorano centinaia di migliaia di vite e devastano la biodiversità e gli ecosistemi. Ogni miliardo spostato verso il riarmo è un miliardo che non va alla transizione energetica, all’adattamento e alla protezione dei territori più vulnerabili. Le guerre, i 56 conflitti armati oggi nel mondo, non solo sono un disastro umanitario ma consumano il nostro futuro aumentando le emissioni letali nell’atmosfera, contaminando il suolo e spargendo veleni nelle acque.
Secondo un recente studio, quattro anni di invasione russa dell’Ucraina hanno prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, che equivalgono alle emissioni annuali dell’Italia. Ogni arma, ogni bomba, ogni incendio sprigiona gas ad altissima e mortale tossicità, che oltre ad uccidere all’istante continuano a inquinare per decenni, spingendo verso l’alto il termometro del riscaldamento globale.
Ogni bomba esplode due volte: contro le persone e contro il pianeta. Queste guerre che non finiscono gettano benzina su un pianeta già in fiamme, alimentando catastrofi che pesano e peseranno, in termini di morti, distruzioni e danni ambientali maggiori delle guerre stesse.
Il mio appello è contro il pericolo più grande della nostra assuefazione, anestesia e indifferenza alle guerre e al riscaldamento globale del nostro pianeta che possono portare all’abitudine al dolore e alla perdita dell’indignazione e conseguentemente all’idea che la violenza sia l’unico strumento di risoluzione possibile.


















