- Il mitico capo japigio dove ebbe inizio la storia del Salento, oggi Capo di Leuca, è uno dei percorsi raccontati nella guida IL GRANDE SALENTO DA SCOPRIRE Un viaggio insolito nel Tacco d’Italia attraverso quindici itinerari tematici, il volume curato da Lino De Matteis, per le Edizioni Grifo, in vendita nelle edicole di Brindisi, Lecce e Taranto in abbinata col “Nuovo Quotidiano di Puglia” (208 pagine a colori ad euro 8,80 + il prezzo del quotidiano).

Il Capo di Leuca è il punto più estremo del Salento e della Puglia. È il mitico promontorio japigio, che si protende tra il mare Adriatico ed il mare Jonio con la Punta Meliso, che fa da spartiacque. “Japigia” fu la prima e più antica denominazione data dagli scrittori classici alla penisola salentina e “japigi” furono chiamati i suoi abitanti. A parlare della Japigia fu lo storico greco Erodoto (V sec. a.C.), padre della storiografia classica, che, a proposito della missione inviata dall’imperatore persiano Dario in Occidente, nel 515 a.C., scrive che «partiti da Crotone, i persiani furono gettati con le navi sulla costa Japigia, ed essendo stati colà fatti schiavi, furono liberati da Gillo, un tarentino che era stato esiliato dalla sua città, il quale li ricondusse presso il re Dario».

Con il termine “japigi” gli storici classici indicavano, nel loro insieme, i vari gruppi etnici che allora abitavano l’attuale Grande Salento e, più in generale, le popolazioni di buona parte della Puglia, l’Apulia latina, messapi, peucezi e dauni. Se le fonti classiche concordano, sostanzialmente, nell’estendere il termine di japigi alle varie genti che abitavano la Puglia, dal Capo di Leuca al Gargano, non altrettanto concorde appare l’estensione territoriale della Japigia: secondo alcuni studiosi, infatti, con questo nome si indicava solo il “capo japigio”, corrispondente all’odierno Capo di Leuca, nel basso Salento; per altri la Japigia comprendeva, invece, l’intera Puglia. La diatriba storica mette, comunque, al sicuro un dato: il “capo japigio” era sicuramente il Capo di Leuca, fosse o meno la sua denominazione estesa all’intera Puglia.

Quale che sia la verità storica, con l’espressione “Capo di Leuca” s’intende oggi, comunemente, quell’area geografica che si trova a Sud di una ipotetica retta che congiunge Otranto a Gallipoli, un territorio con una grande densità abitativa, distribuita tra una cinquantina di piccoli comuni. Percorrere queste contrade, attraversare le campagne e i centri storici dei piccoli borghi, sostare lungo le splendide coste del suo mare, fa crescere nell’animo la suggestione della “fine”, del confine con l’ignoto, del limite da valicare per cercare oltre, dell’attesa di nuovi arrivi, del capolinea della civiltà europea. Una sensazione racchiusa nel nome stesso di Finibus terrae, che viene dato a questa lingua di terra protesa tra due mari, un nome che evoca emozioni ancestrali che affondano nella storia più remota del Mediterraneo. Attraversare questo territorio significa ripercorrere le orme di guerrieri e pellegrini in marcia verso la Terra Santa, che qui cercarono riposo e ristoro, prima di proseguire il loro viaggio verso l’Oriente; significa riecheggiare le urla barbariche delle orde saracene lanciate in una struggente conquista di questa terra; significa assaporare l’antica civiltà greca e la saggezza di un territorio di transito, nei secoli ponte tra civiltà diverse.

Un itinerario lungo i sentieri del Capo di Leuca non può non partire che da Santa Maria di Leuca, frazione marina di Castrignano del Capo, con la meravigliosa vista panoramica che si espande dall’alto del promontorio di Punta Meliso, dove sorge la Basilica di Santa Maria de Finibus Terrae (XVIII secolo) e dove si ergono il faro più a sud della Puglia, attivo dal 1866, e la colonna corinzia del 1694. Il faro e Punta Meliso è tradizionalmente considerato il confine fisico tra il Golfo di Taranto e il Canale d’Otranto, quindi tra il Mare Adriatico e il Mare Jonio. Le due rampe della scalinata di 296 gradini, che collega il piazzale della basilica con il porto sottostante, fanno da cornice alla Cascata monumentale dell’Acquedotto Pugliese, inaugurata nel 1939, che, occasionalmente, viene attivata con l’acqua che sfocia in mare. Sul lungomare Cristoforo Colombo è possibile ammirare una serie di ville ottocentesche, come villa Mellacqua e villa Meridiana, costruite in vari stili e, sugli scogli, alcune costrizioni, dette bagnarole, che servivano un tempo come spogliatoi per chi faceva il bagno. Durante la bella stagione, è possibile visitare alcune grotte marine tra le più belle del Salento, come la Grotta del Drago, Grotta delle tre Porte, Grotta del Pozzo, la Grotta del Soffio, la Grotta Cazzafri (o della Cascata), la Grotta del Presepe.

Il Capo di Leuca è costellato da una miriade di piccoli paesi e borghi minori, con i loro caratteristici centri storici, come il “Borgo Terra” dello stesso Castrignano del Capo. A Patù, a poca distanza da Leuca, meritano una visita le così dette “Centopietre”, un antico monumento funerario, del IX secolo, di interesse nazionale, costruito con 100 blocchi di roccia calcarea provenienti dalla vicina città messapica di Vereto. Obbligatoria è, però, una visita a Barbarano del Capo, una frazione di Morciano di Leuca, dove c’è “Leuca Piccola”, come viene detto il Santuario di Santa Maria di Leuca del Belvedere, un complesso architettonico, costruito alla fine del XVII secolo, lungo il tragitto che i pellegrini percorrevano per giungere al Santuario de Finibus Terrae di Santa Maria di Leuca. Qui i viandanti riposavano, durante la notte, nei grandi sotterranei del santuario, dove scorreva una sorgente e dove sono ancora visibili i pozzi e le nicchie scavate nella roccia, per poi ripartire il mattino dopo.

Un’altra tappa è Tricase, oggi uno dei centri più popolosi del basso Salento, nato dall’unione di tre casali, da cui prese il nome di “Treccase”. Due passi in piazza Giuseppe Pisanelli consento di immergersi nella suggestiva atmosfera del centro storico, con la Chiesa di San Domenico e Palazzo Gallone, testimonianza dell’antico castello del XV secolo. Attraversando il portone di un edificio, si accede in piazza Don Tonino Bello con la Chiesa Madre della Natività. Lungo la strada che porta alla marina di Tricase Porto si può ammirare la Quercia dei cento cavalieri, uno splendido esemplare di quercia Vallonea, così chiamato perche, secondo la leggenda, l’esercito di Federico II vi trovò riparo nel XII secolo. Risalendo verso nord dall’entroterra, lungo la dorsale delle Serre Salentine, è interessante andare a vedere i frantoi ipogei, detti trappeti a grotta, di Presicce, e quelli di Specchia, il cui centro storico è stato riconosciuto tra i più bei borghi d’Italia. Meritano una visita anche l’imponente Chiesa Madre della Trasfigurazione di Taurisano, il Santuario di San Rocco a Torrepaduli (Ruffano), dove ogni anno, a metà agosto, si tiene la tradizionale e folkloristica “danza delle spade”, e la Chiesa di Santa Maria della Croce, gioiello dell’arte bizantina, a Casarano.

Lungo la costa adriatica, una tappa da non perdere è Castro, località marina tra le più rinomate del Salento, che alla bellezza del suo mare aggiunge le suggestioni della sua storia, impressa già nell’origine del suo nome Castrum Minervae, per la presenza di un tempio consacrato alla dea. I riscontri storici ed archeologici accreditano Castro come il luogo dove approdò Enea. Virgilio, nell’Eneide, colloca il primo approdo di Enea in Italia a Castrum Minervae, di fronte a Butroto nell’Epiro (l’attuale Butrinto in Albania), e racconta che il suo porto era dominato da un alto promontorio sulla cui sommità si ergeva il tempio dedicato a Minerva. Scavi archeologici, eseguiti nel 2015 nell’acropoli di Castro, hanno portato alla luce le tracce di un santuario probabilmente dedicato a Minerva e il busto di una grande statua femminile, databile al IV secolo a.C., che potrebbe raffigurare la dea Minerva. I reperti sono custoditi nel Museo archeologico della città, all’interno del Castello aragonese, del XII-XIII secolo. Interessante anche una passeggiata lungo le mura che racchiudono il centro storico, ai resti della basilica bizantina e alle Grotte della Zinzulusa, una delle più interessanti del fenomeno carsico salentino. Proseguendo lungo la costa, si attraversa un’altra rinomata località balneare, Santa Cesarea Terme, col suo complesso termale, la Villa Sticchi in stile moresco, la ottocentesca Villa Raffaella e Palazzo Tamborino. Fino ad arrivare a Porto Badisco, importante per le Grotte dei Cervi, scoperte nel 1970, che costituiscono il complesso pittorico neolitico più importante d’Europa.

Risalendo lungo il versante jonico, le Serre Salentine digradano verso una costa bassa, rocciosa e frastagliata, intercalata da meravigliose spiagge rinomate per la bellezza della sabbia, finissima e bianca, e per la trasparenza delle acque del mare. Le spiagge di Torre San Giovanni, località marina di Ugento, e quella di Pescoluse, marina di Salve, non temono confronti con le più note spiagge caraibiche, e per questo vengono soprannominate le “Maldive del Salento”. Su questo versante si susseguono una serie di torri costiere del XV-XVI secolo, che impreziosiscono un mare incantevole: dalla Torre dell’Omomorto di Leuca, salendo su, a Torre Vado, Torre Pali, completamente immersa nell’acqua, Torre Mozza, Torre San Giovani e Torre Suda, sino alla Baia Verde, che si collega a Gallipoli. Un vero paradiso per i vacanzieri della bella stagione.


















