- La presenza ebraica nel Salento attraverso le testimonianze ancora visibili sul territorio è uno dei percorsi raccontati nella guida IL GRANDE SALENTO DA SCOPRIRE Un viaggio insolito nel Tacco d’Italia attraverso quindici itinerari tematici, il volume curato da Lino De Matteis, per le Edizioni Grifo, in vendita nelle edicole di Brindisi, Lecce e Taranto in abbinata col “Nuovo Quotidiano di Puglia” (208 pagine a colori ad euro 8,80 + il prezzo del quotidiano).
Il Salento ha legami millenari con il mondo ebraico, essendo stato geograficamente una tappa importante del percorso che, nei secoli, ha visto l’ebraismo espandersi e diffondersi nel Mediterraneo. La presenza di comunità ebraiche nel “Tacco d’Italia” è attestata sin dal tempo della Roma repubblicana: gli ebrei, che sbarcavano a Brindisi, venivano impiegati come schiavi nella coltivazione dei latifondi romani. Ma è dopo il 70 d.C., con la distruzione di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito, che in Terra d’Otranto si determinò lo stabilirsi definitivo di colonie di ebrei. Qui le Giudecche prosperarono e si consolidarono, con alterne vicende, durante il Medioevo. Con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, nel 1453, e il conseguente ridimensionamento dei porti salentini, molti ebrei, nella loro veste di mercanti e prestatori di denaro, furono spinti a lasciare il territorio e a cercare fortuna altrove. Fu con il decreto di espulsione emanato, nel 1541, dai nuovi dominatori del Regno di Napoli, che si pose fine alla millenaria presenza delle comunità ebraiche in Terra d’Otranto. Nel secolo scorso, con la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Salento divenne nuovamente zona di transito degli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, sostando nei campi profughi in attesa di proseguire la marcia verso la “terra promessa” del nascente Stato di Israele. Una circostanza che valse al Salento l’appellativo di “Porta di Sion”.

Volendo seguire le tracce della presenza giudaica nel Salento, si potrebbe partire proprio dalla “Porta di Sion” per antonomasia, vale a dire dal porto di Brindisi, scalo strategico per l’afflusso degli ebrei nel corso dei millenni e per il loro deflusso, poi, nel secolo scorso, verso Israele. A Brindisi la presenza ebraica è attestata a partire dal IX secolo. Il quartiere ebraico si estendeva nel centro storico, lungo il vecchio porto del seno di levante, e andava dalla Nunziata (Chiesa dell’Annunziata) alla Mena (l’odierno corso Garibaldi). La strada principale che attraversava il rione Giudea, nel 1321, era “Ruga Lame Judayce”, corrispondente all’attuale via Giudea, la stradina che porta da corso Garibaldi a vicolo De’ D’Afflitto. Il toponimo di “Via Giudea” è stato ripristinato dopo le leggi razziali fasciste, che l’avevano trasformata in via Tunisi. Il più antico ritrovamento ebraico a Brindisi è una stele sepolcrale medievale, rinvenuta nel 1873 in località Tor Pisana, nei pressi dell’attuale stazione ferroviaria, oggi conservata presso il Museo provinciale Ribezzo.

Lasciando Brindisi, in direzione di Taranto, sul tracciato dell’antica via Appia, si incontrano due importanti centri per la storia della comunità ebraica salentina: le città di Oria e Manduria. Ad Oria il quartiere ebraico medievale si sviluppava a ridosso di Porta Taranto, più nota oggi come “Porta degli Ebrei”. Della presenza ebraica nella città resta memoria nel toponimo di “Rione Giudea” impresso in un’insegna che introduce al vecchio quartiere ebraico, con la piazza dedicata al farmacologo ebreo oritano Shabbetày Donnolo, del X secolo, e al centro della piazza una grande menorah, il candelabro ebraico a sette bracci. Nel castello di Oria si conserva una stele funeraria con iscrizioni ebraiche e un bassorilievo con una menorah. Un’altra stele, dell’VIII secolo, è custodita nella Biblioteca De Pace-Lombardi (una copia di questa è visibile anche nel Museo ebraico di Lecce).


A Manduria il quartiere ebraico era collocato di fronte alla chiesa Madre, l’attuale Collegiata. La Giudecca si sviluppava in un isolato, di forma quadrangolare, tra vico Stretto, vico Lacaita e vico degli Ebrei. Ancora oggi il quartiere è accessibile da tre ingressi sormontati da altrettanti archi. La definizione di “Ghetto degli ebrei”, che sopravvive ancora oggi per indicare quella zona, risale al 1648, quando venne fatto costruire dal sindaco di Casalnovo, Filippo Bianchetti, proprio per racchiudervi gli ebrei: le tre porte del ghetto venivano chiuse al tramonto, costringendo gli ebrei a viverci relegati dal resto della città. Quello che rimane della sinagoga si presume sia un piccolo vano rettangolare, in vico degli Ebrei, a cui si accede da una facciata con un arco catalano-durazzesco ornato da rosette e da una maschera antropomorfa. Poco distante c’è la così detta “casa del Rabbino”, esempio di architettura del XVI-XVII secolo, cui si accede da un portale che introduce alla corte interna.

Della comunità ebraica di Taranto non sono rimaste tracce fisiche, ma la sua presenza è documentata, nel XII secolo, dalla testimonianza del rabbino navarrese Binyamìn da Tudela. Fu un centro di grande intellettualità ebraica e alcuni manoscritti copiati in città sono oggi conservati in varie biblioteche e musei d’Europa. A Taranto, conservate nel Museo archeologico nazionale (MarTa), sono rimaste 26 stele funerarie (dal IV-V al X secolo) con epigrafi in ebraico, latino e greco, rinvenute nell’area di Montedoro. A Ostuni la presenza degli ebrei è attestata sin dal XV secolo. Forse portava al cimitero ebraico il viottolo campestre, a sud del centro storico della “città bianca”, denominato passaturu te li giutei, la zona è ora urbanizzata e il toponimo è diventato via Passatoio dei Giudei.

Obbligatoria la tappa di Lecce, dove è stato allestito l’unico Museo ebraico del Salento, l’“Jewish Museum Lecce”, nel palazzo Taurino (palazzo Personè), tra vico della Saponea e via Umberto I, nel cuore dell’antica Giudecca leccese, oggi in gran parte occupata dal complesso monumentale di Santa Croce e dell’annesso convento dei Celestini (sede della Provincia). Il palazzo Taurino dove ha sede il museo è stato costruito sui resti della sinagoga, trasformata poi in chiesa dedicata a Santa Maria Annunziata. Il quartiere ebraico era compreso tra la basilica di Santa Croce, convento dei Celestini, via Matteotti, via Abramo Balmes e via Idomeneo. Nella toponomastica sopravvive la memoria del quartiere ebraico leccese nella via della Sinagoga, vico della Saponea e via Abramo Balmes. Tra la chiesa Greca e la chiesa di Sant’Angelo si trova l’edificio ancora oggi designato come la “casa del Rabbino”.

Iscrizione in ebraico della sinagoga si ritrovano nello scantinato del vicino palazzo Adorno: la lastra di pietra, con l’iscrizione quattrocentesca in caratteri ebraici, è collocata in un interrato, da dove si può scorgere l’acqua del fiume Idume, che, dopo aver attraversato sotterraneamente la città di Lecce, riemerge in superficie in prossimità della località di Torre Chianca, prima di sfociare nell’Adriatico.
Gallipoli fu un altro centro importante per l’ebraismo salentino. Qui, il quartiere ebraico medievale si era sviluppato fuori dalle mura urbiche, nei pressi dell’attuale chiesa di Santa Maria del Canneto, a ridosso del porto, luogo ideale per chi esercitava l’attività mercantile e di prestito di denaro. Quest’area urbana, anche se fortemente modificata da interventi edilizi successivi, ancora oggi viene indicata come Sciudea o Sciudeca e nella toponomastica stradale si registra la via Giudecca.
Punto d’imbarco e d’approdo strategico, Otranto è stato uno dei centri ebraici più importanti del Salento, insieme a Taranto e Oria. Verso la metà del XII secolo, fu sede del più grande insediamento ebraico pugliese, con un’importante accademia talmudica e rinomato centro di studi e di produzione esegetica di testi liturgici e giuridici. La sua importanza è stata immortalata dal famoso detto del rabbino francese Ya‘àqòv ben Meir Tam (1100-1171) nel suo Sèfer ha-yashàr: «da Bari esce la Legge e la Parola di Dio da Otranto». Una stele funeraria in pietra calcarea, databile al III secolo, con iscrizione in latino e in ebraico e con inciso il candelabro giudaico a sette bracci, è stata trovata nel prospetto di un’abitazione rurale sulla sinistra della scalinata che conduce al Colle della Minerva, attualmente è conservata nel Museo diocesano di Arte sacra (ospitato nel palazzo Lopez, in piazza Basilica). A Salonicco, fino a metà del secolo scorso, vi era la sinagoga “Otranto”, espressione della comunità omonima, i cui membri discendevano dagli emigranti della città salentina.
Ad Alessano il quartiere ebraico medievale si trovava nei pressi del castello, a ridosso della Porta di Santa Maria o Porticella. Da Piazza Castello vi si accede, superato un arco di accesso, imboccando via della Giudecca, che attraversa il quartiere che si articola intorno alla Piazzetta Costa. La sinagoga, dedicata a Santa Maria delle Grazie dopo la cacciata degli ebrei, è stata demolita e riadattata ad altri usi. In questo comune, la presenza ebraica sopravvive nel soprannome di Sciudéi con cui vengono indicati suoi abitanti.

Campi profughi furono allestiti, alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1947, per accogliere gli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, in viaggio verso la “terra promessa” e il nascente Stato d’Israele. Nell’area compresa tra Santa Maria al Bagno, Santa Caterina e Le Cenate, nel comune di Nardò, fu allestito il più grande campo profughi del Salento. A Santa Maria al Bagno oggi è possibile visitare il Museo della Memoria e dell’Accoglienza, con la mappa degli edifici che accolsero i profughi ebrei, murales, fotografie, strumenti, oggetti, abiti e documenti.

Profughi ebrei furono accolti anche a Santa Cesarea Terme, dove ancora oggi si possono osservare, sulla facciata dell’edificio del bar Porta d’Oriente, iscrizioni in carattere ebraico, e a Tricase Porto, dove l’espressione dialettale, ancora in uso, “ccattare alli brei” (comprare agli ebrei) nasceva dal fatto che in piazza Pisanelli, nel centro del comune di Tricase, i profughi ebrei si recavano per svolgere attività di mercato per la vendita di indumenti usati. A Santa Maria di Leuca, nel comune di Castrignano del Capo, i profughi ebrei furono ospitati nella villa De Marco-Licci e in altre strutture lungo via Virgilio. Un ospedale fu allestito presso la Colonia Scarciglia, ancora oggi presente ai piedi del promontorio sul quale sorge il santuario di Santa Maria di Leuca, qui venivano portate a partorire le donne ebree, dando vita alla generazione dei “nati a Leuca”, raccontata nel film-documentario “Rinascere in Puglia” del 2015, girato tra Israele e Puglia dai registi Yael Katzir e Gadi Castel.


















