• Un’enclave albanese nel cuore del Salento. È uno degli itinerari suggeriti nel volume IL GRANDE SALENTO DA SCOPRIRE Un viaggio insolito nel Tacco d’Italia attraverso quindici itinerari tematici, il volume curato da Lino De Matteis, per le Edizioni Grifo, in vendita nelle edicole di Brindisi, Lecce e Taranto in abbinata col “Nuovo Quotidiano di Puglia” (208 pagine a colori ad euro 8,80 + il prezzo del quotidiano).

Il Salento, come l’intera Puglia e al­tre regioni d’Italia, è stato, nel XV secolo, terra di accoglienza del po­polo albanese in fuga dagli invasori musulmani. Data la vicinanza geo­grafica e religiosa con l’altra sponda dell’Adriatico, la storica provincia di Terra d’Otranto accolse numerosi insediamenti di soldati e profughi albanesi, che, nel tempo, hanno poi dato vita alla così detta Albania Sa­lentina. Furono decenni di intense migrazioni di albanesi favorite dal Regno di Napoli: in una lettera del 1452, il re Alfonso d’Aragona ordi­nava al principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo, di «acco­gliere i buoni cristiani che giunge­vano dall’Albania per sfuggire agli ottomani, che erano più potenti di loro». Albanesi sbarcarono in Terra d’Otranto nel 1461, quando il con­dottiero albanese Giorgio Castriota, detto Skanderbeg, venne per aiuta­re il discendente di re Alfonso, Fer­nando I d’Aragona, a combattere le ribellioni dei feudatari locali soste­nuti dagli Angiò francesi. Per il suo aiuto, Skanderbeg venne ricompen­sato con alcuni territori in Puglia, dove si insediarono buona parte dei suoi soldati, raggiunti poi dalle loro famiglie. Alla morte di Skanderbeg, nel 1468, l’Albania cadde nelle mani degli ottomani e molti dei fuggia­schi albanesi giunsero in Terra d’O­tranto per stabilirsi proprio in quei territori che erano abitati già da loro connazionali.

Il flusso della migrazione albane­se durò fino al XVI secolo. Nel solo Salento furono una sessantina gli insediamenti arbëreshë, distribuiti in tutte e tre le province di Brindisi, Lecce e Taranto. Gli albanesi porta­rono con sé le loro caratteristiche etniche, culturali e religiose del rito greco-bizantino e per lungo tempo conservarono lingua, abitudini, usi e costumi, ma, col tempo, si assi­milarono alla popolazione locale. Un’enclave arbëreshë resta ancora oggi a sud di Taranto, con epicen­tro il comune di San Marzano di San Giuseppe, insieme ai comuni di Ca­rosino, Faggiano, Fragagnano, Mon­teiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata e San Giorgio Jonico.

Tra le comunità arbëreshë salen­tine, San Marzano di San Giusep­pe (Shën Marxani) continua a mante­nere la lingua, la cultura e le tradizioni della madre patria. Di origine albane­se il Palazzo Capuzzimati (detto anche Palazzo Marchesale o Casalini) con la chiesetta privata di San Gennaro, del XVI secolo, in largo Prete; in via Giorgio Castriota si possono notare ancora antiche case arbëreshë con i tipici comignoli albanesi. A circa tre chilometri da San Marzano, in con­trada Grotte, sulla strada provinciale per Grottaglie, c’è il Santuario della Madonna delle Grazie con la chiesa rupestre di origini bizantine. La chie­sa ipogea si affaccia su una lama, in un suggestivo scenario di gravina, caratterizzata dalla presenza di grot­te lungo i costoni. La chiesa rupestre ha diversi periodi di costruzione: il primo fino al secolo XIV-XV, con la dedicazione a San Giorgio; il secon­do dal XVI ai nostri giorni dedicato alla Madonna delle Grazie. L’ipogeo ha una forma quadrangolare, con tre accessi diversi, due che si affacciano sulla lama e uno che collega l’ipogeo con la chiesa soprastante attraverso un’imponente scalinata. L’elemento principale è l’affresco della Vergine con Bambino al quale fu attribuito un significato miracoloso. Da vedere anche la Chiesa Madre di San Carlo Borromeo, in corso Umberto I; la Casa Rossa, antica masseria con comigno­lo arbëreshë poco fuori del centro abitato, in contrada Ficone; e il gran­de trullo del brigante Cosimo Mazzeo, detto Pizzichiccio, in contrada Bosco.

A San Marzano di San Giuseppe, soprattutto tra le fasce più anziane di popolazione, si continua a parlare la lingua albanese pre-ottomana (gluha arbëreshë) e si conservano tradizioni e usanze, canzoni e balli della patria albanese. Ogni anno si organizzano manifestazioni pubbliche, in costu­me e lingua albanesi, che mettono in scena le usanze della loro tradi­zione, come “Vëj Kurorë” (prende­re corona) rappresentazione di un matrimonio tipico arbëreshë. Sono attive alcune associazioni, come la Pro Loco Marciana, impegnate a tenere viva la tradizione albanese, soprattutto tra i giovani. A ricordare le origini, nel centro del paese, nel­la strada a lui dedicata, campeggia un grande busto del condottiero ed eroe albanese Skanderbeg. Anche la festa del patrono San Giuseppe, che si celebra il 19 marzo, a San Marzano di San Giuseppe ha radici antiche ed è vissuta dalla popolazione come un evento molto importante. Legati alle origini del culto per il santo, vengo praticati alcuni riti, come la benedi­zione del pane rotondo, la proces­sione delle fascine, che serviranno poi per accendere un grande falò, e l’allestimento delle “Tavole di San Giuseppe”. La mattina del 19 marzo, prima della processione del san­to, davanti alla Chiesa Madre di San Carlo Borromeo, vengono preparate le cosiddette mattre (tavole per i po­veri), con piatti tipici della tradizione culinaria locale, benedetti dal parro­co e distribuiti ai presenti, in memoria dell’ospitalità che la Sacra Famiglia ri­cevette durante la fuga in Egitto.

Anche negli altri centri dell’en­clave albanese si possono trovare ancora riferimenti architettonici del­la cultura arbëreshë, come i tipici comignoli, chiese o resti di chiese, rovine di casali. Nel centro storico di Carosino, per esempio, è possibile trovare un comignolo arbëreshë in largo Dante, al civico 41; mentre del Casale Civitella di origine albanese, che un tempo sorgeva a nord-est di Carosino, si può vedere oggi solo la Masseria Civitella. A Monteiasi tracce albanesi restano in alcuni co­gnomi tipici del posto. Di un altro casale albanese San Crisperi, fra­zione di Faggiano, restano solo le rovine della Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. A San Giorgio Jonico c’è un comignolo arbëreshë in via Simone Veil; un altro si trova in via Cesare Battisti, vicino al Castello D’Ayala Valva in largo Osanna; in via Madonna della Croce c’è la Cappel­la della Madonna della Croce, che fu costruita dove un tempo sorgeva la chiesa arbëreshë di Santa Maria della Presentazione; e da via Pier Giovanni Zingaropoli si possono ancora ve­dere i resti dell’ex Casale Belvedere di origine albanese. A circa due km a sud-est di Roccaforzata si trovano altre tracce albanesi, come il Santua­rio di Santa Maria della Camera e i resti del Casale Mennano.

Visitare l’enclave arbëreshë sa­lentina non è solo vivere l’emozione di un tuffo nel passato delle storiche migrazioni albanesi, ma anche un richiamo alla storia delle più recenti migrazioni, iniziate il 7 marzo 1991, con il primo sbarco di massa a Brin­disi, e culminate l’8 agosto dello stes­so anno, con l’arrivo a Bari dei 20mila albanesi ammassati sulla nave mer­cantile “Vlora”. Come era già avvenu­to nel XV secolo, salentini e pugliesi non hanno fatto mancare la loro so­lidarietà e hanno accolto i profughi giunti dal Paese delle Aquile, impe­gnato in una profonda trasforma­zione politica e sociale. L’enclave arbëreshë salentina è oggi simbolo della vicinanza con l’altra sponda dell’Adriatico, per i legami che que­sta comunità continua ad avere an­cora con la madrepatria albanese.

L’ANTICO LIQUORE ALBANESE
A San Marzano di San Giuseppe si pro­duce il famoso liquore “Elisir San Marzano” della Borsci, nello stabilimento sulla via per Martina Franca. La famiglia Borsci è origina­ria del Caucaso, ma a seguito dei sommovi­menti politici, decise di spostarsi in Albania. Da qui, un nucleo della famiglia si staccò al seguito dell’eroe nazionale albanese Gior­gio Castriota (detto Skanderbeg) ed ap­prodò in Terra d’Otranto, stabilendosi a San Marzano di San Giuseppe. Nel 1840, Giu­seppe, il capostipite, perfezionò la ricetta di un liquore ereditata dai suoi avi, dando vita ad un elisir rimasto inalterato fino ad oggi. Giuseppe Borsci pose sull’etichetta dell’Eli­sir la dicitura Specialità Orientale, insieme all’aquila bicipite, simbolo dell’Albania, che sopravvive tuttora.

Foto Eduardo De Matteis