Lino DE MATTEIS
La lunga e tormentata vicenda della superstrada bradanico-salentina rischia di diventare l’emblema di una volontà che non vuole abbattere quell’ostacolo che tiene divise e lontane Lecce e Taranto. I romani lo avevano capito già duemila anni fa, quanto fossero importanti le strade per tenere insieme il loro impero. Avvicinare Lecce e Taranto, completando la triangolazione con Brindisi, non solo serve a tenere unita la penisola salentina, ma favorirebbe crescita e sviluppo economico per tutti. Non completare la strada statale 7ter a quattro corsie significa non voler colmare quel vulnus infrastrutturale che contribuisce a condannare alla marginalità il Grande Salento.
La straordinaria mobilitazione degli ultimi mesi ha dimostrato che l’unità del territorio paga. La corale pressione dell’opinione pubblica, di Comuni, Province, Regione e parlamentari salentini, potrebbe aprire una breccia – ce lo auguriamo almeno – per far rivedere al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e all’Anas le scelte che riguardano la realizzazione del tronco sud della superstrada, da San Pancrazio a Lecce. Ma la bradanico-salentina o si realizza per intero o non ha senso, per cui questa non può essere una battaglia solo dei leccesi ma di tutti i salentini. È necessario che si mobilitino anche i tarantini, affinché per essi non si trasformi in una beffa quello che sembrava un vantaggio: l’avanzato stato dei lavori, preso a pretesto dall’assessore regionale ai Trasporti, Anita Maurodinoia, per sostenere che “ormai per il tratto nord-ovest non si può più fare nulla”, per cui, dopo Manduria, la statale 7ter dovrebbe essere condannata a restare a due sole corsie.
Nell’Italia dei lavori pubblici infiniti, dove si impiegano decenni per la realizzazione delle opere pubbliche e dove si decidono, disinvoltamente e a seconda delle convenienze politiche, varianti delle varianti, non può certo essere l’avanzato stato dei lavori tra Manduria e San Marzano a bloccare il completamento di un progetto voluto per collegare Taranto a Lecce a quattro corsie, così come era stato previsto fin dall’inizio. Su un percorso complessivo di circa 90 chilometri, non possono essere certo quella quindicina di chilometri realizzati da tempo a due corsie, mai entrati in esercizio e in stato di abbandono, a rappresentare un ostacolo alla predisposizione di una variante a quattro corsie, dal momento che, per altro, quel tratto non tocca i centri abitati dei comuni di Manduria, Sava e San Marzano, ma attraversa le campagne dei tre comuni tarantini. D’altronde non è ancora chiaro quale sarà il percorso successivo: da San Marzano direttamente verso Taranto o, invece, allacciato alla superstrada Brindisi-Taranto, nei pressi dell’aeroporto di Grottaglie?
La battaglia, dunque, deve essere comune, di cittadini, istituzioni e rappresentati politici salentini, e, in particolare, leccesi e tarantini, per evitare il paradosso di una strada a singhiozzo o a due velocità, così come si potrebbe profilare, dopo la presa di posizione dell’assessore regionale Maurodinoia: da Lecce a Manduria a quattro corsie, da Manduria sino a Taranto, o al raccordo con la superstrada Brindisi-Taranto, a due corsie. A Roma ci devono andare tutti a incontrare il ministro Salvini. Oltre a quelli leccesi, anche i sindaci dei Comuni tarantini interessati al percorso della superstrada, con in testa il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, in qualità pure di presidente della Provincia ionica, devono partecipare all’incontro con l’Anas, previsto a Bari per il 14 marzo, per esprimere la loro richiesta di una variante a quattro corsie, in sintonia con i loro colleghi leccesi. Non si tratta di bloccare i lavori programmati, e parzialmente già eseguiti, da Manduria a San Marzano, col rischio di perdere anche quei finanziamenti, ma di chiedere semplicemente una variante affinché anche quella tratta sia adeguata alle quattro corsie.
Non bisogna solo sconfiggere la rassegnazione, che frena e inibisce la spinta civica a chiedere alla politica una scelta precisa, senza il paravento degli ostacoli burocratici e tecnici, ma recuperare quell’unità d’intenti tra le province salentine, la cui mancanza ha, fino ad ora, frenato la crescita di tutto il territorio della penisola salentina. La realizzazione della superstrada bradanico-salentina rappresenterebbe una infrastruttura in grado di mutare la geopolitica pugliese, ristabilendo di fatto quell’unità storica che proviene dall’antica Terra d’Otranto, pur nel rispetto dell’attuale situazione tripartita delle tre province.
La barriera infrastrutturale dei collegamenti che ha tenuto lontane Taranto e Lecce fin dall’unità d’Italia, e che ha rappresentato la principale causa del distacco della Provincia di Taranto un secolo fa, col fascismo, è rimasta una ferita ancora sanguinante, mai rimargina e sanata, sottomessa al prevalere di storici campanilismi tra i territori e alla paura, immotivata, di qualcuno di dover sottostare ad improbabili egemonie di qualche altro capoluogo. Divisioni che hanno paralizzato qualsiasi tentativo di azione congiunta per il raggiungimento di obiettivi comuni e favorito il disinteresse degli enti sovraordinati, come la decisione della Regione Puglia, del 2014, di chiarare quella strada non importante, annullando così la prospettiva del progetto originale della realizzazione di una superstrada a quattro corsie tra Taranto e Lecce. È ora di comprendere che uno spirito confederativo e l’unità d’intenti non è una nostalgia del passato, ma una necessità per crescere insieme e affrontare le sfide di oggi e del futuro.


















