Michele Emiliano

di Lino DE MATTEIS

Neppure Raffaele Fitto, negli anni ruggenti del suo governatorato, era arrivato a mettere le mani sulla Puglia come sta facendo Michele Emiliano. Fitto almeno aveva una forte opposizione di centrosinistra pronta a contrastarlo, mentre Emiliano è riuscito anche ad ammorbidire quella di centrodestra nei suoi confronti, tra cene, incarichi o promesse di incarichi, e a trasformare i grillini in suoi alleati.

Il giudice Michele Emiliano da quasi un ventennio è impegnato in politica e occupa importanti istituzioni regionali: dal 2004 al 2014, sindaco di Bari e, dal 2015 ad oggi, presidente della Regione Puglia. A Emiliano bisogna riconoscere una grande capacità di manovratore della politica regionale. Un vero cavallo di razza, che è in grado di esercitare la sua influenza pur non potendo ufficialmente aderire ad alcun partito o movimento politico, come disposto, nel 2018, dalla sentenza della Corte costituzionale che ha stabilito che i magistrati non possono avere tessere di partito.  Nel 2016, il Procuratore generale della Cassazione di Bari, Gianfranco Ciani, aveva, infatti, avviato un’azione disciplinare nei confronti di Emiliano, sostenendo l’illiceità disciplinare dell’attività politica-partitica da lui svolta. Era la prima volta nella storia d’Italia che un simile rilievo veniva mosso ad un magistrato in aspettativa per mandato elettorale.

Dopo quella sentenza, sia pur a malincuore, Emiliano ha dovuto rinunciare alla tessera di partito, non rinnovando a Bari l’iscrizione al Pd, di cui, nel 2014, era stato segretario regionale. Nel 2017, aveva tentato anche la scalata al partito guidato da Renzi, ufficializzando la propria candidatura alla segreteria nazionale, ma senza molto successo avendo ottenuto solo il 10,9% dei voti. Tuttavia, pur stando ufficialmente fuori dal partito, Emiliano ha conservato una forte golden share politica sul Pd pugliese, avendo lasciato suoi uomini di fiducia nei posti chiave della nomenklatura regionale, ma anche nelle strutture provinciali. Influenza che, certamente, non rinuncerà ad esercitare anche in occasione del prossimo congresso regionale del partito. Per questo, evidentemente, non pochi osservatori ritengono che il Pd pugliese, guidato da Marco Lacarra, sia uno dei più evanescenti d’Italia, pur essendo il partito più numeroso della coalizione di centrosinistra che sostiene Emiliano in Consiglio regionale.

Da animale politico di razza, non potendo aderire a partiti o movimenti politici per non dover lasciare la Magistratura, Michele Emiliano usa il suo ruolo di potere istituzionale per manovrare la politica regionale. La sua specialità è il “civismo”, che ha cominciato a sperimentare già nel 2004, quando venne eletto a sindaco di Bari con la lista “Emiliano per Bari”, giungendo all’apoteosi delle ultime elezioni regionali del 2020, sostenuto da ben 15 liste, una decina delle quali civiche con esponenti di provenienza politica diversa, anche di centrodestra. Il “civismo” porta fortuna ad Emiliano che vince le regionali col 46,78% di consensi, battendo di otto punti percentuali lo sfidante di centrodestra, Raffaele Fitto. Anche se la vittoria ha uno strascico amaro: le sue civiche, che hanno drenato pure dal Pd e portando una marea di voti al candidato presidente del centrosinistra, non hanno portato altrettanti seggi alla coalizione, che perde il premio di maggioranza non avendo alcune di esse superato la soglia di sbarramento del 4%.

Ma la strada ormai è tracciata. E così, nei giorni scorsi, il governatore ha lanciato il suo progetto politico, trasformando “Con”, la civica che lo ha sostenuto alle ultime regionali, in movimento politico con l’obiettivo di convogliare in un unico partito le varie esperienze civiche pugliesi, ma non nascondendo anche il desiderio di estenderlo in Italia, sperando in un coinvolgimento del sindaco di Milano, Sala, e dei Verdi. Ufficialmente Emiliano dice di volersi porre come facilitatore del dialogo tra Pd e M5s, ma il “polline” che vuole spargere nelle contrade della politica pugliese potrebbe procurare gravi allergie proprio a Pd e M5s. Nonostante il tentativo di apparire superpartes, infatti, il progetto del governatore di costituire un proprio soggetto politico è, nei fatti, uno strumento per drenare voti nel centrosinistra, a partire da Pd e M5s. Più che facilitare il dialogo, sembra un’operazione per mettere in guardia le altre forze politiche che devono fare i conti con lui per le prossime candidature, dalle amministrative alle politiche.

Emiliano vuol tenersi le mani libere per raccogliere consensi anche nel centrodestra, e il “civismo” è il migliore espediente. Già il nome stesso di questo movimento costituito da una preposizione semplice, “Con”, lascia indefinita la risposta alla domanda che viene spontanea: “con chi?”. La pratica di questi anni delle alleanze variabili, personali e degli incarichi a uomini di sua fiducia anche provenienti dalla destra, lasciano intuire che la risposta sarà: “con tutti quelli che ci stanno” e che si riconoscono nel capo supremo. Il “civismo”, nobile espressione e sincero anelito innovatore all’epoca in cui imperava la partitocrazia in Italia, è diventato lo strumento per canalizzare nelle istituzioni interessi particolari, senza la necessità di impegnarsi in progetti politici coerenti e lungimiranti. Emiliano si auto-colloca nel centrosinistra ma vuole andare “oltre il centrosinistra”; si auto-definisce un “militante non iscritto del Pd” ma flirta con i grillini, che ha voluto in giunta pur non avendone bisogno; si propone come argine al sovranismo becero ma è pronto a dialogare e ad assegnare incarichi ad esponenti della destra.

Sostenendo che “c’è un buco nel centrosinistra che deve essere colmato”, Emiliano si propone come “tappabuchi” lanciando un movimento politico che risponde a lui personalmente, un movimento eterodiretto non potendo parteciparvi personalmente. Una situazione che presenta analogie col M5s: come Grillo, infatti, non ha potuto mettersi ufficialmente alla testa del suo movimento per via di qualche ombra giudiziaria, così Emiliano non potrà guidare direttamente la sua nascente creatura politica per via dell’incompatibilità ad aderire a movimenti partitici essendo ancora in Magistratura. Ma Emiliano resta il leader e capo assoluto del suo movimento e, come ha già dimostrato, è lui a designarne l’organigramma, a nominare il presidente, il direttivo, i coordinatori provinciali. Un espediente per aggirare il suo “conflitto d’interessi” professionale, che lascia comunque molti dubbi.

Un uomo solo al comando. “Un’operazione di potere”, come ha definito il lancio di “Con” il consigliere regionale del Pd Fabiano Amati. Ed in effetti, il paradosso di Emiliano sta tutto qui: dal suo più potente scranno istituzionale di presidente della Regione Puglia, manovra a suo piacimento la politica regionale come non mai. Bisogna riconoscere, tuttavia, che lo fa nell’assoluta assenza di antagonisti, a destra come a sinistra. Un tempo era la politica, erano i partiti ad occupare e influenzare le scelte delle istituzioni, con Emiliano si sono invertite le parti: sono le istituzioni che manovrano la politica e i partiti.

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it