di Luigino SERGIO

Riparto dalla riflessione di Lino De Matteis riportata sul Quotidiano di Puglia di giovedì 27 aprile 2023, riguardante il riordino delle province e con esso la continuazione del dibattito concernente l’ipotesi di una «Grande provincia del Salento» o «Provincia del Grande Salento» e cerco di dare il mio personale contributo alla questione di un nuovo assetto territoriale.

Premesso che è in atto da parte del Governo e del Parlamento il rilancio delle province facendole ridiventare enti di primo livello con elezione diretta da parte dei cittadini degli organi d’indirizzo e di governo, ritengo che questo modo di procedere, non avendo davanti a sé una visione generale dell’azione riformatrice produca più danni di quanto si ritenga. Il problema del riordino della dimensione territoriale non può prescindere da quello che riguarda anche il livello regionale che è a mio modesto avviso l’anello debole della catena globale del valore della Pubblica Amministrazione.

In definitiva le province dovrebbero essere riformate all’interno della modifica delle regioni, le quali hanno dimostrato, soprattutto negli ultimi lustri, tutta la loro debolezza rimanendo sostanzialmente enti ancorati alla gestione piuttosto che alla legislazione, all’accentramento delle funzioni e non alla delega di esse agli enti subregionali, alla forte disparità tra regione e regione dei modelli organizzativi e delle prestazioni come ad esempio (e soprattutto) quelle attuate in campo sanitario (per sottacere sugli scandali pugliesi e non solo pugliesi).

A febbraio 2015 ho avuto modo di redigere una proposta di legge costituzionale, rubricata «Modifiche al titolo V della parte II della Costituzione. Neoregionalismo e riordinamento territoriale della Repubblica, d’iniziativa dei Deputati Capone, Carella e Rostan, nella quale evidenziavo che «in Italia manca tuttora un disegno complessivo cui ricondurre una coerente progettualità territoriale e amministrativa» e che «l’attuale tentativo di riordinare le province, svuotarle di competenze ed espungerle dall’ordinamento costituzionale […] evidenziano da un lato il fermento riformatore mentre dall’altro mostrano come l’esclusione dalla rivisitazione riformatrice delle regioni abbia determinato un’azione monca del legislatore lontana dall’approccio olistico e globale».

E qui nascono i problemi, perché riordinare l’assetto organizzativo-territoriale di un Paese è fatto assai difficile, soprattutto in Italia, dove la frammentazione politica è assai forte e non agevola le riforme ardue come questa di cui stiamo parlando, nonostante parte della dottrina abbia definito le regioni d’Italia contemporanea «una conchiglia vuota su piano identitario» per l’assenza di una coscienza regionale popolare dovuta anche al fatto che le attuali regioni nacquero solo come compartimenti statistici sui quali venne compiuto il primo censimento unitario del 1861, i quali anche per effetto dei veti incrociati tra i partiti vennero trasformati in vere e proprie regioni sia pure con i noti procrastinamenti nella loro attuazione.

La questione della riforma delle province, all’interno di quella concernente le regioni è questione complessa, in quanto si tratta di decidere e scegliere tra più modelli che vanno in direzioni opposte. Sul tappeto vi è  il modello delle macroregioni (unione tra diverse regioni come quella proposta dal senatore Miglio e dalla Fondazione Agnelli), quello interregionale (come aggregazione di città ad una regione esistente, il modello delle Euroregioni, quello infraregionale (riconoscimento dello status regionale a una singola provincia molto popolata o unione di province attualmente ricomprese in un’unica regione), nel quale è collocabile il nuovo assetto della Puglia, divisa in Terra di Bari, Daunia, Salento (Brindisi, Lecce e Taranto); modello rilanciato nel 2013 dalla Società Geografica Italiana (la più antica istituzione di ricerca territoriale del Paese) che prevedeva un vero riordino fondato su un unico livello territoriale di area vasta ovvero basato sulla divisione amministrativa su 36 aree (riducibili a 31) che determina la riarticolazione dell’organizzazione territoriale del Paese, portando le province a una dimensione superiore (regionale) affinché contengano le risorse necessarie a garantire la presenza di connessioni adeguate alla rete europea che deve essere accompagnata dalla riscrittura della Costituzione unitamente alla ridefinizione dell’attribuzione alle nuove entità giuridiche  dei poteri legislativi.

Queste sono le condizioni per fare rivivere il Grande Salento in chiave regionale. Di conseguenza, il masterplan tra le province e i comuni di Brindisi, Lecce e Taranto è certamente fatto lodevole, ma è utile principalmente a coordinare gli interventi sul territorio provinciale e a concorrere, grazie alla regia di Unisalento a rendere maggiormente efficaci le politiche di sviluppo territoriale. Un’alternativa possibile nel breve periodo? Fondere a legislazione invariata le tre province di Brindisi, Lecce e Taranto, fatto che potrebbe essere persino prodromico all’istituzione della regione Salento. Ma salvo rare eccezioni, non vedo la capacità e soprattutto la volontà politica diffusa ad osare nel perseguire politiche strategiche di cambiamento territoriale.

Luigino SERGIO
Esperto nella direzione di Enti locali e docente a contratto di Reti di sistemi e filiere del Turismo presso l'UniSalento.