Lino DE MATTEIS
La penisola salentina ha una peculiarità: nella sua storia, il nome del territorio non ha, quasi mai, coinciso con quello dei suoi abitanti. Mentre è più che presumibile, infatti, che i “salentini” siano sempre esistiti, ancor prima dei messapi, il toponimo del territorio è cambiato continuamente: da “Messapia” a “Calabria”, da “Terra d’Otranto” a “Provincia di Lecce”, fino a oggi, tripartito tra le province di Brindisi, Lecce e Taranto.
Solo in una circostanza, il toponimo ha coinciso con l’etnico: è accaduto nel 1820, quando la “Provincia Salento” fu ufficialmente riconosciuta nella Costituzione del Regno delle due Sicilie. Per concessione del sovrano Ferdinando I, fu adottata la carta spagnola, con l’impegno che il Parlamento di Napoli l’avrebbe tradotta in italiano e adattata alle esigenze del regno. Dopo un intenso dibattito parlamentare, al quale presero parte anche alcuni deputati salentini, il Parlamento decretò che tra le province, che costituivano il regno, ci sarebbe stata la “Provincia Salento” (Terra d’Otranto), insieme alla “Peucezia” (Bari) e alla “Daunia” (Capitanata). La costituzione, però, durò poco, travolta, l’anno dopo, dal ritorno dell’assolutismo, e con la sua abolizione tornò in auge, nella pratica comune, l’espressione “Terra d’Otranto”.
Più di recente, all’inizio del nuovo millennio, c’è stato il secondo tentativo di far coincidere l’etnico col toponimo. Sotto la spinta di un forte spirito confederativo, emerso già negli anni Novanta, i presidenti delle tre Province, Gianni Florido (Taranto), Giovanni Pellegrino (Lecce) e Michele Errico (Brindisi), sottoscrissero, nel 2007, un protocollo d’intesa, con cui lanciarono il “Progetto Grande Salento”, per «lo sviluppo integrato dell’intera area jonico-salentina». Tre anni dopo, nel 2010, lo stesso presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, quelli nuovi di Lecce, Antonio Gabellone, e di Brindisi, Massimo Ferrarese, sottoscrissero un secondo protocollo con cui rilanciavano il “Progetto Grande Salento”.

Uno dei principali protagonisti di quel progetto è stato, dunque, il tarantino Gianni Florido, oggi consigliere del sindaco di Taranto, Piero Bitetti, sui temi delle politiche di sviluppo economico, culturali e nel rapporto con la coalizione politica che lo sostiene. «Quando ero presidente della Provincia – ci racconta Gianni Florido, in una conversazione telefonica –, avevo l’ambizione di dare un’immagine diversa alla città e alla sua provincia, marchiati dall’idea della morte, per l’inquinamento del siderurgico. La mia idea era, ed è, che Taranto non è solo industria pesante, ma anche mare, parco delle gravine, città rupestre, trulli di Martina, Valle d’Itria, pane di Laterza, ecc. Ero affascinato dall’idea avuta dal presidente della Provincia di Lecce, Lorenzo Ria, che aveva lanciato il marchio “Salento d’amare”. Allora, creammo un logo anche noi: “Terra Jonica – Unica”, che registrai anche a Bruxelles”».
«Nello stesso periodo, in cui ci ponevamo il problema dell’immagine di Taranto – continua Florido –, a Lecce era presidente della Provincia Giovanni Pellegrino, che mi sollecitava a lavorare insieme per il Salento, facemmo anche le prime riunioni. Ma su questa cosa percepivo perplessità da parte dei sindaci, della comunità associativa e culturale tarantina, una sorta di resistenza ad abbracciare l’idea della salentinità. E questo è anche un po’ il limite tarantino, sentiamo molto il peso della dipendenza, forse perché siamo stati abituati all’industria di Stato, e questa extra territorialità del nostro sviluppo non ci fa sentire né baresi né salentini».
«L’idea di Giovanni, però, mi piaceva, perché avrebbe potuto portare benefici a tutti – aggiunge Florido –. Allora gli dissi: io voglio farlo, ma mi dovete aiutare, dovete venirmi incontro, non chiamiamolo “Salento d’amare”, ma “Grande Salento”, perché, così, con l’aggettivo “grande”, si giustificava l’ingresso di Taranto e Brindisi. Cambiava, sostanzialmente, la vecchia idea iniziale di Ria, che riguardava solo la provincia leccese, mutava il claim identitario di quella proposta, si superava un’accezione limitativa, facendola diventare inclusiva di un territorio più vasto. Poi noi, in effetti, abbiamo un pezzo della provincia che si sente salentina, San Marzano, Avetrana, Manduria, Torricella, ecc., anche dal punto di vista del dialetto, loro sono più salentini. Quindi mi inventai questo termine, la mia proposta non incontrò obbiezioni, Giovanni ed Errico lo condivisero, e così partì il “Grande Salento”. Ci fu piena accoglienza anche con i nuovi presidenti di provincia, Gabellone e Ferrarese, con cui firmai un altro protocollo d’intesa, per rilanciare il progetto. Ferrarese, in particolare, sostenne molto questa mia idea. Rimase in campo anche con i sindaci di Taranto, Rossana Di Bello, di Lecce, Adriana Poli Bortone, e di Brindisi, Domenico Minnitti, che si incontrarono per riproporre l’idea, ma non andarono da nessuna parte».
«Il termine “Grande Salento” nacque così – conclude Florido –. L’obiettivo era quello di affrancarci dal dominio barese, ci rendevamo conto che eravamo marginali dal punto di vista infrastrutturale. Allora, il ragionamento che facemmo, io, Giovanni ed Errico, quando iniziammo a ragionarci su, era esattamente questo: se ci uniamo, il sud della Puglia può crescere. Era questo il “Grande Salento”. Elaborammo una corposissima produzione documentale, allegata al protocollo, incontrammo anche Raffaele Fitto, che allora era ministro per il Mezzogiorno, per supportare la proposta di un piano di sviluppo delle comunicazioni viarie, per andare dallo Ionio all’Adriatico, allargando e sistemando strade, facemmo un lavoro immenso, gli uffici tecnici lavorarono tantissimo».
«Ma io ci credo ancora, credo nella necessità di unificare questi territori – aggiunge Florido, prima di concludere la conversazione –. Quando nell’Unione Province Italiane si parlò del superamento delle province, io condivisi un’ipotesi del presidente leghista dell’Upi, il quale propose l’abolizione delle Regioni, da sostituire con macro-province. È un’idea su cui lavorammo in Upi, un po’ come carbonari, la presentammo anche a Berlusconi, in un incontro riservato con lui e Tremonti, ma Tremonti disse che non se ne poteva fare niente, è ci bruciò tutto. La nostra idea, per superare le vecchie province, era che la Puglia sarebbe stata divisa in tre macro-aree: una nel sud della regione, con Taranto, Brindisi e Lecce, poi Bari, al centro, e Bat e Foggia insieme al nord. Un tema che può essere sncora di attualità, con la preannunciata riforma delle Province».


















