di Fernando DURANTE
Come ogni 13 di giugno, da 63 anni, alle ore 8:30, Calimera si ferma per ricordare le sei giovani donne arse vive nel tabacchificio dei concessionari- “Pranzo e Villani”. Oggi, il Consiglio comunale (ore 18), ai familiari delle sei vittime, consegnerà una medaglia al merito civile, alla memoria. Questi i nomi delle sei giovani donne, delle undici chiamate al lavoro: Luigia Bianco (34 anni), Assunta Pugliese (46 anniI), Lina Tommasi (22 anni), Luigia Tommasi (30 anni). Epifania Cucurachi (28 nni), Lucia Di Donfrancesco (32 anni). Di queste, quattro persero la vita all’interno della fabbrica. Le altre due morirono in ospedale, fra mille atroci dolori. Se ne salvarono quattro, che non vissero a lungo, anche per complicazioni di quel tragico rogo. Una madre di famiglia, anche lei chiamata a quell’incombenza, non si presentò all’appello, perché ha voluto festeggiare il figlio, Antonio. Questo si disse in paese.

Sulla lastra di marmo che ricorda le sei donne arse vive, a pochi metri da quella dannata fabbrica, all’angolo di via Europa è scolpita una struggente poesia, di Maria Roca Montinaro, che è anche un atto d’accusa, verso gli imprenditori dell’epoca, “per essere donne, maledettamente donne…”. Quella tragedia, richiamò l’attenzione della stampa nazionale sulla sicurezza sul lavoro e, in particolare, su quello femminile. Sul giornale dell’epoca, “Vie Nuove”, l’inviata, Miriam Mafai, storica deputata del Pci e giornalista, scrisse un memorabile articolo che titolava: “Sulla via del tabacco”. Così come fece il settimanale “La Domenica del Corriere”, che dedicò la copertina.
La storia racconta che quel 13 giugno il tabacchificio era chiuso. Perciò, i concessionari decisero di procedere alla disinfestazione del tabacco e chiamarono undici giovani donne per eseguire il lavoro. L’operazione consisteva nel depositare all’interno delle ballette di tabacco i contenitori di solfuro di carbonio, elemento altamente infiammabile e velenoso. Tanto che, la legge imponeva l’esecuzione dell’operazione a soli operai specializzati (ce n’era solo uno a regolare il lavoro), in ambienti ermeticamente chiusi. Cosa tanto delicata che, a garantirne la corretta esecuzione, erano presenti anche un brigadiere ed un appuntato dei Carabinieri.
La storia racconta che, una scintilla provocata da un accendino per accendere una sigaretta, non si sa da chi, fece scoppiare l’incendio. La tragica scena che ne seguì coinvolse l’intero paese. Un giovane ingegnere tentò anche di divellere l’inferriata di una finestra per liberare quelle donne in fiamme. Quando la porta fu aperta, quelle torce umane si precipitarono verso la vicina fontanina, ancora oggi presente (a futura memoria) a cui le donne, come torce in fiamme, si precipitarono nel tentativo di trovare refrigerio con l’acqua. Fu, quello, un atto di non ritorno. La carne al contatto si staccava dall’osso e finiva nel tombino sottostante. Quella carne si perdette definitivamente. Sbriciolata, “Come foglie secche di tabacco”, scrisse Antonio Campanelli, già Provveditore agli Studi di Lecce, in una poesia.


















