Fernando DURANTE
La lettura dei numerosi graffiti incisi sull’esterno dell’antica chiesa di sant’Anna, a Zollino, ha offerto l’opportunità all’intera cittadinanza di venire a conoscenza di una parte importante del proprio passato. Come accade da qualche anno, nel corso della messa in onore della Mamma della Madonna, del 26 luglio scorso, il parroco, don Francesco Greco, ha presentato all’intera comunità un progetto di ricerca, estratto da una pubblicazione che vedrà a breve la luce, dedicata al culto e ai lavori di restauro della chiesa datata 1677, dedicata a Sant’Anna.
Il progetto di ricerca è stato incentrato su dei graffiti presenti sulle pareti esterne della chiesa. Di questi, è stata realizzata una mostra i cui pannelli riportano solo alcuni dei numerosi segni lasciati, nel corso dei secoli, da fedeli, devoti, pellegrini o, semplicemente, viandanti. Oltre a quelli riprodotti, infatti, sono incisi, in maniera spesso discreta, sui muri esterni, tantissimi numeri, nomi, lettere, frasi complete, con tratto deciso o incerto, in maiuscolo o in corsivo, in bella grafia o un po’ sgangherati, per la scarsa attitudine alla scrittura o per le difficoltà nell’esecuzione (la pietra veniva graffiata con oggetti di uso quotidiano appuntiti: pietre dure, una punta di coltello, chiodi, punteruoli in ferro o persino le fibbie delle cinture). Si notano, anche, rappresentazioni di elementi simbolici come, ad esempio, mani, alberi, barche, pesci, uccelli, croci, stelle, riquadri e figure geometriche.
Queste testimonianze grafiche, nella maggior parte dei casi individuabili ad altezza uomo, sono differenti tra loro per dimensioni e fattura. A volte perfettamente integre, ben visibili e decifrabili, altre volte di ardua interpretazione o rovinate irrimediabilmente dalla corrosione naturale della pietra leccese e da interventi manutentivi. Certamente, appartengono alla storia della chiesa di sant’Anna e potrebbero raccontarci, chissà, qualcosa in più anche sulla storia di Zollino.
«Oggi, sia chiaro», sottolineano i due curatori dell’opera, Antonio Chiga e Sara Saracino, «incidere una facciata di una chiesa vuol dire compiere un gesto riprovevole, un atto vandalico, un grave danneggiamento di un bene culturale di interesse architettonico e artistico. In epoche passate era un modo per affidare, umilmente, la propria preghiera o lasciare un segno del proprio passaggio. Abbiamo cercato queste tracce del tempo, di vita e fede popolare, interrogando i muri in diverse condizioni: di giorno, preferibilmente al tramonto, e di notte, con luce radente artificiale, per evidenziare i chiaro-scuri». L’opera è stata realizzata in collaborazione con la parrocchia dei santi Pietro e Paolo e la guida, sempre attenta alla valorizzazione del patrimonio culturale, di don Francesco Greco e l’associazione “Esterno Notte”, di Fabrizio Lecce, con le testimonianze fotografiche di Daniele Coricciati.


















