È normale che gli enti locali e le Regioni prendano iniziative per promuovere il loro territorio, sarebbe anzi strano se non lo facessero e chi le amministra verrebbe giustamente criticato per non incentivare il turismo col marketing territoriale.
Quella sollevata dall’ex assessore all’Urbanistica di Brindisi, Pasquale Luperti, appare perciò una polemica pretestuosa e fuori bersaglio, perché, come lui stesso ricorda, anche altre città hanno fatto lo stesso. È marginale poi il confronto tra la cifra in preventivo di spesa e quanto sborsato da altri enti locali, poiché la spesa, come è noto, dipende da tante variabili.
La morale che invece se ne ricava da questa vicenda non riguarda l’amministrazione di Brindisi, ma la credibilità delle guide turistiche come la “Lonely Planet”, un tempo ritenuta la sacra bibbia del turismo planetario. Col successo, la guida ha perduto lo spirito originario, quello dell’esperienza raccontata da chi ha spontaneamente visitato di persona i luoghi e trasmette sensazioni, suggerimenti e consigli a chi ha intenzione di andare a visitare gli stessi posti. La “Lonely Planet” è diventata un’industria editoriale della promozione turistica mondiale ma, con la spietata concorrenza del web, ha necessità di risorse finanziarie e umane per continuare a confezionare il prodotto o, anzi, i vari prodotti personalizzati sulla base dei committenti.
Capita, però, che la guida si possa “distrarre” nel descrivere un luogo o una città, non rappresentandoli nel modo più appropriato o, peggio, sconsigliando di fatto di andare a visitarli. Descrizioni, che, quando non rispondono al vero, spingono giustamente gli amministratori a chiederne la “rettifica” per tutelare l’immagine della propria città, rettifica che, a quanto pare, avviene con lauti incentivi di migliaia di euro. Insomma, se le cose stanno così come raccontate dai media, a perdere di credibilità non è il sindaco di Brindisi ma la “Lonely Planet”.
L.d.M.


















