di Giorgio MANTOVANO
Sono trascorsi dodici anni dalla scomparsa, a 89 anni, di Vittorio Aymone.
Autorevoli personalità del mondo della cultura e del diritto hanno magistralmente illustrato la sua insigne figura tra le più illustri del Foro italiano.
Nel marzo del 2005 la città di Lecce, dopo Tricase nel 1999, gli aveva conferito la cittadinanza onoraria.
Nel 2007 era stata pubblicata una raccolta di scritti promossa dall’Ordine degli Avvocati di Lecce, curata dagli avvocati Pasquale Corleto e Viola Messa, dal titolo emblematico, “Vittorio Aymone. Prestigioso erede ed originale protagonista della luminosa tradizione forense salentina” (Giuffre’ Editore).
Le mie poche parole, partorite dal cuore, intendono, più modestamente, rievocare il nostro primo incontro.
Ero un giovane ufficiale di complemento, quando, un giorno, era il 1986, nel centro di Roma, mi accadde di incontrarlo per strada in una serata primaverile.
Con una certa timidezza mi presentai, volevo testimoniargli la mia profonda ammirazione e, con l’occasione, dirgli anche che, nel palazzo dove viveva a Lecce la sua amata sorella Lori, abitavano anche i miei genitori, che tanto la stimavano.
Mi ascoltò con attenzione, poi, con fare gentile ed un bel sorriso, mi propose, se non avessi avuto altro da fare, di cenare insieme. Con mia assoluta sorpresa mi volle suo ospite in un ristorante in cui era solito recarsi nei suoi intensi giorni romani.
Non avevo mai ascoltato, prima di allora, il suo talento oratorio che l’aveva reso celebre nelle aule di giustizia e nei più importanti Convegni, al cospetto di rinomati Maestri.
Quella sera mi raccontò della sua cara Tricase, della maturità classica al liceo “Palmieri” di Lecce, degli studi rigorosi e della laurea in giurisprudenza presso l’Università La Sapienza, dei suoi Maestri, da Filippo Vassalli a Michele De Pietro e Giuseppe De Simone, narrati tutti con singolare deferenza, del perché avesse scelto di divenire Avvocato, preferendo quel ruolo “da trincea” ad una forse più comoda carriera accademica.
In quella conversazione, per me ricchissima, viveva magicamente il fuoco sacro della passione. “L’ avvocatura”, mi disse ad un tratto con un tono fermo che non ammetteva repliche, “è necessariamente espressione e difesa dell’autentica libertà dell’individuo. Per questo l’ho scelta”.
Rimasi letteralmente incantato non solo dalla sua vastissima cultura, capace di spaziare con assoluta padronanza negli ambiti più disparati e di renderlo un impareggiabile esploratore dell’anima, ma anche dalla logica inesorabile dei suoi ragionamenti che andavano diritti alla mente ed al cuore di chi lo ascoltasse.
Quel giorno fui fortunato perché mi accadde, casualmente, di poter conoscere e conversare a lungo con quel grande Uomo e “Genio” del Diritto che fu Vittorio Aymone.
Nacque un’amicizia di cui mi sono sentito sempre profondamente onorato. Lo ricordo con immenso affetto, come fosse ieri. Mi accompagna nella memoria la sua fulgida figura che si incammina con passo deciso verso il Tribunale, la sua seconda casa, con accanto, sottobraccio, un qualche giovane collaboratore.
Don Vittorio non fu un grande salentino in Italia, ma un grande Italiano nel Salento.
Ed è per questo che, dal 20 gennaio 2018, l’Aula Magna della Corte di Appello di Lecce è intitolata al suo nome.


















