Pantaleone PAGLIULA
Si chiamava Ferruccio Guccini e durante la Seconda guerra mondiale, da soldato, fu deportato in un campo di concentramento in Germania e condannato ai lavori forzati insieme a mio padre Nino Pagliula e a oltre 600.000 soldati italiani.
Non tutti sanno che il compianto Francesco Guccini, un uomo di cultura, il grande cantautore che ha scritto canzoni quali “L’avvelenata” o “La locomotiva” è stato anche il figlio di Ferruccio, nato nel 1911 e morto nel 1990, soldato catturato a Corinto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e deportato prima nei campi di Leopoli e poi di Amburgo proprio perché si schierò contro i repubblichini e i nazifascisti.
E che a più di trent’anni dalla morte, gli è stata conferita la medaglia d’onore per non aver aderito alla Repubblica Sociale, assieme a tanti altri cittadini italiani deportati.
Circa 12.500 Internati Militari Italiani (IMI) vissero nei lager di Amburgo in condizioni precarie e in quanto condannati ai lavori forzati come centinaia di migliaia di altri militari, vennero impiegati dalla città di Amburgo e dai privati nelle fabbriche di armamenti e per lo sgombero delle macerie.
Centinaia morirono per malnutrizione, per la mancanza di cure mediche e per le conseguenze dei maltrattamenti subiti. Con Ferruccio Guccini, nel lager di Amburgo, c’erano anche Gianrico Tedeschi e Giovannino Guareschi.
Anche Ferruccio non ha mai parlato della sua triste esperienza alla sua famiglia e il figlio cantautore durante una rarissima intervista dà una spiegazione a questo silenzio pensando che il padre «avesse visto nel campo in cui era rinchiuso cose talmente disumane da non poter essere raccontate».
E poi prosegue parlando che suo padre era «una persona schiva, aveva anche un certo senso della giustizia e riconosceva che quella dei prigionieri di guerra è stata una condizione che ha toccato centinaia di migliaia di persone».
«Ferruccio non parlava volentieri della prigionia, però quel periodo lo ha trasformato. Si vedeva anche da piccoli dettagli, solo in apparenza insignificanti. Una volta sono andato a suonare in Germania e prima che partissi lui mi disse: “Mi raccomando, quando sei lì assaggia il cavolo rapa, è buonissimo”. E io non capii subito. Dire che il cavolo rapa è una specialità mi sembrò un’affermazione assurda, ma poi ho colto il vero senso di quelle parole. Perché anche il cavolo rapa, se mangiato in prigionia, diventa buono, quantomeno perché toglie la fame».
Purtroppo anche Ferruccio, come tanti IMI, non ha lasciato tracce eccetto pochi appunti dove con una grafia minuta e precisa, aveva annotato delle ricette per non perdere il ricordo dei sapori e dei profumi buoni.
Francesco ricorda che suo padre era restio ai riconoscimenti ufficiali. «Gli facevano piacere, certo, ma non se ne vantava. Pensi che quando lo hanno fatto Cavaliere della Repubblica, mia madre gongolava mentre lui si schermiva. Quando poi è morto, mamma ha fatto incidere il titolo di Cavaliere sulla sua lapide. Mi sono messo le mani nei capelli e le ho detto: “Mamma, ma guarda che ora lui si rivolta nella tomba”. Cercavo di scorgere in lui ogni traccia di sofferenza, ma Ferruccio era bravissimo a dissimulare, a non trasformare quella tragedia in retorica. Quella era un’altra generazione. Per esempio, per tutta la vita si è rivolto a sua madre dandole del voi».
Francesco Guccini ha dedicato al Padre un brano intitolato “Van Loon”, una specie di Piero Angela olandese degli anni Trenta che piaceva molto al Padre, dove ha tracciato un ritratto intimo e commovente di Ferruccio, impiegato postale, uomo semplice, saggio e riservato, segnato dalle difficoltà della guerra e dalla prigionia.
Van Loon, uomo destinato direi da sempre ad un lavoro più forte
Che le sue spalle o la sua intelligenza non volevano sopportare
Sembrò quasi baciato da una buona sorte
Quando dovette andare
Sembra però che non sia mai entrato nella storia
Ma sono cose che si sanno sempre dopo
D’altra parte nessuno ha mai chiesto di scegliere
Neanche all’aquila o al topo
Poi un certo giorno timbra tutto un avvenire
Od una guerra spacca come una sassata
Ma ho visto a volte che anche un topo sa ruggire
Ed anche un’aquila precipitata
Quanti anni, giorno per giorno, dobbiamo vivere con uno
Per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è
Turisti del vuoto, esploratori di nessuno
Che non sia io o me
Van Loon viveva e io lo credevo morto
O, peggio, inutile, solo per la distanza
Fra i suoi miti diversi e la mia giovinezza e superbia d’allora
La mia ignoranza
Che ne sapevo quanto avesse navigato
Con il coraggio di un Caboto fra le schiume
Di ogni suo giorno e che uno squalo è diventato
Giorno per giorno, pesce di fiume
Van Loon, Van Loon,
Che cosa porti dentro, quando tace
La mente e la stagione si dà pace
Insegui un’ombra o quella stessa pace l’hai in te
Vorrei sapere
Che cosa vedi quando guardi attorno
Lontani panorami o questo giorno
È già abbastanza, è come un nuovo dono per te
Van Loon, Van Loon
A cosa pensi in questo settembrino
Nebbieggiare alto che macchia l’Appennino
Ora che hai tanto tempo per pensare, ma a chi
Vai, vecchio, vai
Non temere, che avrà una sua ragione
Ognuno ed una giustificazione
Anche se quale non sapremo mai, mai
Ora Van Loon si sta preparando piano al suo ultimo viaggio
I bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente
O meglio, il bagaglio, quello consueto, di un semplice o un saggio
Cioè poco o niente
E andrà davvero, ed un suo luogo o una sua storia
Con tutti i libri che la vita gli ha proibito
Con vecchi amici di cui ha perso la memoria
Con l’infinito
Dove anche su quei monti nostri è sempre estate
Ma se uno vuole quell’inverno senza affanni
Che scricchiolava in gelo sotto le chiodate scarpe di un tempo
Dei suoi diciott’anni
Dei suoi diciott’anni


















