di Aldo QUARTA

Malgrado siano passati 160 anni da quel 17 marzo 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, non si riesce ancora ad accettare l’idea che l’unità nazionale sia stata anche una conquista della gente del Sud che aiutò Garibaldi e consentì all’insurrezione, iniziata in Sicilia, di propagarsi anche nelle province napoletane.
Purtroppo, permane al Sud una specie di soggezione che tuttora impedisce di valutare appieno persino personaggi importanti come Liborio Romano, avvocato di Patù, nel 1860 Ministro borbonico e Ministro di Garibaldi, uomo chiave di quel passaggio storico che consentì la nascita del Regno d’Italia.
L’uomo politico del Salento (allora Terra d’Otranto) fu messo da parte quasi subito dalla propaganda risorgimentale postunitaria semplicemente perché svolse un ruolo di intermediario tra Garibaldi e Cavour, tra i Savoia e i Borbone, riuscendo a garantire l’ordine pubblico in un momento storico molto particolare.
Purtroppo, però, anche oggi il Ministro Romano viene visto in modo negativo (storicamente) sia dai “cavouriani” che dai “borbonici”, malgrado avesse accettato di tenere insieme le esigenze di entrambi i contendenti, con l’obiettivo superiore di agevolare l’unità d’Italia, evitare spargimento di sangue e inutili distruzioni alla capitale partenopea.
Oggi, il ruolo politico avuto dal Ministro Liborio Romano nell’estate 1860 viene confinato in una specie di trattativa Stato-Mafia del XIX secolo, che non rende giustizia al protagonista come non rende onore all’insurrezione meridionale garibaldina. Ed è ancora più incomprensibile che anche il Sud abbia finito con l’assecondare indirettamente questo disegno perverso, con gravi ripercussioni sulla consapevolezza politica di intere generazioni.
Dopo 160 anni, è proprio il caso di ripensare all’unità d’Italia come ad un evento epocale voluto anche dai cittadini meridionali, che consentirono l’insurrezione iniziata da Garibaldi con lo sbarco di Marsala e che favorirono l’avanzata del generale verso Napoli.
La stessa insurrezione portò Liborio Romano a battersi per la Carta Costituzionale, per la bandiera tricolore, per un nuovo Stato unitario.
Quando, nell’estate 1860, con la Sicilia già in mano agli insorti, la Costituzione fu concessa dai Borbone in fretta e furia e fu adottata la bandiera tricolore, il Governo (prima quello borbonico e poi quello dittatoriale di Garibaldi) pensavano ad un’intesa con i Savoia per dar vita ad uno Stato nuovo, una Confederazione tra Stati, una specie di Regno Unito che salvaguardasse le due identità statali.
Liborio Romano lavorò per questo, sentendo sia gli ambienti governativi torinesi che quelli napoletani, tenendo conto delle esigenze insurrezionali di Garibaldi ma anche della volontà politica delle province napoletane di raggiungere un’intesa con i Savoia sulla base della Costituzione del 1848.
In questa logica, don Liborio si dette da fare per convincere la Corte borbonica a lasciare Napoli e per favorire l’ingresso pacifico di Garibaldi nella capitale partenopea. Fu un capolavoro diplomatico, che poteva realizzare soltanto un professionista come lui, molto apprezzato in Italia e all’estero, certamente conoscitore dell’anima profonda dei Napoletani e della gente meridionale.
Poi, però, da Torino si preferì forzare la mano e puntare sui Plebisciti controllati militarmente, imponendo l’annessione delle province meridionali al Regno dei Savoia ed escludendo qualsiasi ipotesi federalista.
In questa logica, lo stesso Garibaldi e buona parte dei volontari meridionali furono costretti a fare un passo indietro e anche Liborio Romano dovette farsi da parte. Ma questa è un’altra storia, che comunque non autorizza a considerare “camorrista” un costruttore di pace come il Salentino, un convinto liberale che affrontò il carcere e l’esilio borbonici, che si impegnò per dotare lo Stato di una Carta Costituzionale al passo con i tempi.

Aldo QUARTA
Giornalista e scrittore