di Rossella BARLETTA

Il redazionale che ho letto del 20 ottobre 1955 sul quindicinale leccese Il Tallone, appartiene a ben 67 anni fa se la sottrazione con l’attuale 2022 è esatta. Troppi gli anni se si considerano quale risultato di un’operazione aritmetica; pochi o, addirittura, nulli, se si osserva e si riflette sul contenuto. Tanto da apparire un testo a-temporale!

Prima di pubblicarlo integralmente – magari a molti lascerà il tempo che trova –, sento l’esigenza di fare qualche riflessione, assolutamente modesta. Chiedo che, dopo averlo letto e meditato, ognuno di noi accompagni idealmente ogni singola madre a seppellire il figlio che non ha più – che non riesce a ritrovare fisicamente perché le è stato letteralmente strappato –, e provi a ricomporlo mentalmente – come soltanto le mamme sanno fare col loro infinito amore – così che le appaia integro al suo sguardo sia pure addolorato e straziato.

Chi può, accompagni idealmente ogni singola madre a seppellire il proprio figlio caduto in guerra, a rincuorarla ben sapendo in quale nebbia psico-fisica si trovi, a dedicare una preghiera, non importa se laica, a ciascuna di loro. Non importata se non pronunciata, ma soltanto indirizzata con un movimento delle labbra.

Spiace dirlo, ma di questo dramma delle madri nessuno ne parla. O forse non l’ho ascoltata nella confusione delle notizie e degli altri drammi più devastanti. Mi piace concludere questi righi, scontati e perciò inutili, che non è più condivisibile la frase pronunciata da Hillman, statista statunitense, il quale sosteneva che la salute dei figli è scoprire che «il suo destino non è il mio» ossia quello della madre. Certo, la vita e la morte sono leggi imprescindibili della natura. Però altro è vedere crescere un figlio e “andarsene” tranquillamente, altro sentirselo strappare con una sacrosanta fandonia.

Ecco il redazionale.

Dopo 13 anni!…
Sempre vivo e attuale la dolorosa vicenda dei nostri soldati dispersi in Russia
Un’anziana nobildonna leccese sta svolgendo una pietosa e nobile ricerca presso i pochissimi reduci dalla prigionia in Russia domiciliati a Lecce, nella speranza – sinora rivelatasi purtroppo vana – di rintracciare qualche commilitone di un giovane ufficiale figliuolo amatissimo di una sua coetanea oggi residente in una località del settentrione.
Le domande: sempre le stesse. Le risposte: ahi!, sempre le solite!
Lo ha conosciuto? Lo ha visto? Ne ha sentito parlare da qualche reduce? Faceva freddo in Russia? Vi erano molti campi di prigionia? I prigionieri come erano trattati? Erano coperti bene? Quanti ne son morti? Si conoscono i loro nomi? Quanti presumibilmente ne sono stati trattenuti? Si possono conoscere i loro nomi? Ma la risposta del reduce è invariabilmente la medesima: evasiva, diplomatica, negativa…Tutto quello che può ricavarsi, più per intuito che per esplicita ammissione, è la convinzione che nella sconfinata e misteriosa Russia di soldati italiani ne siano rimasti, se ne sono rimasti, ben pochi, mentre ben difficilmente potranno mai conoscersi i nomi di coloro che per la Patria si immolarono, il più delle volte essendosi proceduto alla loro sepoltura senza preventivamente identificarne i cadaveri.
È duro constatarlo, ma è questa purtroppo, la tragica, terribile, pietosa realtà! Fa pena riportare ciò, ma è bene dirlo. Per la pace dell’anima di Colui che non è più, per la pace dell’animo della vegliarda inconsolabile.
Ma…avranno mai pace le mamme?!?!.
[Il Tallone, 20 ottobre 1955]

Proprio così.