La moratoria, che per tre anni ha stoppato le trivelle petrolifere in mare, è scaduta il 30 settembre senza essere prorogata. Nonostante l’assenza di proroghe, il ministero della Transizione ecologica assicura lo stop a nuove attività per almeno due mesi, tanti sarebbero necessari per completare il ciclo di valutazione del “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee” (Pitesai), documento inviato dal Ministero alla Conferenza Stato-Regioni, che si dovrebbe pronunciare sullo strumento di pianificazione generale delle estrazioni di idrocarburi nel Paese. Senza proroghe ufficiali, dunque, il via libera alle trivelle petrolifere è affidato ai tempi della burocrazia, che, in Italia, si sa, possono essere anche molto lunghi. Le multinazionali del petrolio sono, comunque, pronte a setacciare chilometri di fondali a largo di Bari, Brindisi e Taranto, ma anche in uno specchio d’acqua di 729 chilometri quadrati al largo di Santa Maria di Leuca. Sono dieci le autorizzazioni richieste e finalizzate alla ricerca di idrocarburi in Puglia per le quali ora l’istruttoria potrebbe essere riaperta.
«Nessuna nuova attività di ricerca e di trivellazione di idrocarburi sarà autorizzata prima dell’approvazione definitiva del Pitesai. Nessuna nuova attività partirà finché non ci sarà il piano, perché anche le società che hanno già autorizzazioni valide aspetteranno di avere il piano, per non rischiare di cercare gas dove non potranno estrarlo», si fa sapere dal dicastero guidato da Roberto Cingolani. Secondo le fonti del Mite, il Pitesai non doveva essere approvato definitivamente il 30 settembre, come sostengono invece i Verdi, ma solo trasmesso alla Conferenza Unificata Stato-Regioni. E ora spetta proprio alle Regioni fare le loro integrazioni al Piano. Dunque, il documento dovrà incassare il via libera definitivo in Conferenza unificata.


















