di Stefania CAROFALO
Quando le opere d’arte trasmettono emozioni, accresce la consapevolezza che l’arte e la bellezza del Creato possono davvero salvare il mondo o, perlomeno, muovere le corde della sensibilità affinché diano l’impulso alle riflessioni.
Succede con la mostra personale Sul confine liquido della terra di Massimo Marangio appena conclusa presso la Fondazione Palmieri a Lecce, in cui l’artista ha selezionato le opere dedicate all’immigrazione dai Paesi in cui la vita è resa insostenibile.
La mostra, curata da Grazia Colaianni, traccia un profilo professionale artistico dell’artista «che ha la capacità di raccontare il presente» e ancora che «il pensiero [di Marangio] non è mai indifferente alle cose, ma è insieme espressione e giudizio sulla realtà che è andata traducendosi negli anni in una pittura socialmente impegnata, che nasce come riflessione attenta dalle mille realtà che il sud rappresenta».
L’arte di Marangio, tratta temi storici e sociali spesso con toni drammatici oltre a quelli della cultura popolare, della tradizione e dei ricordi dell’infanzia.

Correva l’anno 1991, il 7 marzo l’artista era presente al porto di Brindisi durante lo sbarco dei migranti albanesi. La nave mercantile era gremita di persone che fuggivano dal loro paese ridotto in miseria dalla difficile situazione politica e dall’arretratezza economica aggravata da un alto livello di criminalità, per approdare a una nuova patria col buon auspicio di un futuro radioso.
Questo episodio, colpì profondamente la sua sensibilità e iniziò a dipingere naufraghi, naufragi e sbarchi, che continuano ininterrotti sino ad oggi e che hanno tutti la stessa drammaticità. Cambiano, infatti, le etnie ma le motivazioni di chi decide di lasciare il proprio Paese son sempre le stesse. Nessuno lascerebbe la propria casa e la famiglia se non ci fossero situazioni di necessità o pericolo per la stessa vita. Noi italiani nei primi anni del secolo scorso avevamo il mito e il sogno americano per migliorare le condizioni economiche, basti pensare a quanti dei nostri connazionali hanno fatto fortuna in quel continente.
Purtroppo, non tutti i viaggi dei migranti hanno un felice epilogo, molti non arrivano a destinazione ed è proprio quello il confine liquido della terra che si sogna di oltrepassare per avere una vita dignitosa. Il mare diventa sempre più un confine per molti invalicabile, e non conta l’età, il sesso, il Dio a cui si affida la vita o la forza fisica, ma le condizioni di viaggio e lo stato del mare.
In quest’atmosfera i dipinti di Marangio raccontano e testimoniano i naufragi, gli approdi di fortuna, le condizioni inumane di viaggio e i primi paesaggi avvistati della terra ferma che si desidera raggiungere.
Si ammirano gli azzurri del mare, a volte increspato e custode di anime i cui volti è possibile scrutare tra le onde, così anche nell’aura che avvolge i battelli.
Si ammirano i naufraghi posti in primo piano con il mare sullo sfondo che diventa quasi un tutt’uno con il cielo, e ancora i bambini presi per mano e quelli il cui corpo è tristemente adagiato sulla riva.
L’inconfondibile tecnica dell’artista nell’uso del bitume rende unici i suoi colori sovrapposti da una particolare velatura che incuriosisce e stimola la vista nell’osservare quei particolari che fanno la differenza.
Tre quadri di ispirazione caravaggesca allestiscono la parete di fondo della sala caratterizzati dall’uso della luce intensa sul buio bituminoso.
Dalla cartella contenente gli elaborati su carta, emerge la sua prolifica produzione artistica e la varietà dei temi trattati, dai quali è tangibile e accurata la conoscenza dell’anatomia umana resa evidente anche con poche e veloci pennellate.
Massimo Marangio è docente di pittura presso il liceo Artistico Ciardo-Pellegrino di Lecce è un artista protagonista di performance pittoriche nelle manifestazioni di ampio respiro aperte al pubblico, ha all’attivo innumerevoli mostre su tutto il territorio nazionale, vive e dipinge a San Pietro Vernotico dove ha il suo studio in cui tutto prende forma.



















