di Fernando DURANTE

Torna a Sternatia la ultracentenaria tradizione della doppia “Fera Mpessima”: quella delle “Mule” (seconda domenica di quaresima) e quella delle “Croci coperte” (quinta domenica di quaresima), quest’ultima così detta per rispetto al periodo quaresimale in cui si tiene e per la vicinanza alla domenica di Passione. La prima, che si svolge oggi, è denominata delle “Mule” per il mercato di quegli animali.

In paese, si racconta che originariamente le fiere, nel centro grico, erano tre. Una di queste sarebbe stata barattata con Corigliano d’Otranto, altro centro ellenofono, in cambio della statua in cartapesta di San Giorgio. La statua fu ricoverata in chiesa per proteggerla dall’infuriare del maltempo che l’aveva sorpresa a Sternatia sulla via del ritorno da Lecce, dove era stata restaurata. Accadde, però, che, ogni tentativo di riprendere il cammino verso Corigliano risultò vano. La statua da lì non si muoveva. Gli sternatesi presero al balzo l’opportunità di tenersela per sempre e proposero lo scambio statua-fiera, che Corigliano accettò. Ma, questa è un’altra storia.

Le due fiere che portano lo stesso nome “Mpessima” sono così denominate per via del puntuale cattivo tempo che si presentava e – a volte – si presenta nelle due giornate. Nonostante questo, però, l’appuntamento non mancava, né manca tutt’oggi, di essere atteso e partecipato. Una volta erano soprattutto i bambini ad attendere quei giorni. A questi, infatti, per tenerseli buoni, i genitori avevano promesso l’acquisto di leccornie e vestiti estivi per l’approssimarsi della buona stagione. Attese che, molte volte andavano deluse. I soldi erano pochi, a quei tempi. Rimaneva quell’ansiosa aria di festa. I ragazzini facevano a gara a chi per primo vedeva apparire dalle serre gli zingari. Era il segnale che cominciava la Fiera. La carovana si fermava nell’immediata periferia del paese per 21 giorni, tanti quanti erano quelli che separavano i due appuntamenti.

L’appuntamento era molto atteso soprattutto dai contadini, categoria dominante in quel tempo. Si teneva anche un vivace mercato ai piedi delle serre i cui principali protagonisti erano gli zingari. La mattina della domenica, infatti, erano i campanacci degli animali in arrivo a svegliare gli abitanti del luogo. «E chi dormiva alla vigilia della fiera», commenta una donna non più giovanissima. In tutto il paese si respirava un’aria di attesa elettrizzante. Il giorno delle fiere le giovani coppie facevano il loro primo struscio ufficiale fra le bancarelle che esponevano cuori di zucchero e mostaccioli.

«Oggi è un’altra attesa, se tale può chiamarsi ancora», aggiunge un’altra donna. Molti paesani che si trovano fuori paese per lavoro, però, ritornano per non mancare all’appuntamento. «Ma, è un’altra cosa, rispetto ai nostri tempi», sorridono le due donne. «Oggi è mercato tutti i giorni. Più che altro è un ritrovarsi tutti insieme in piazza, un momento di comunità. Soprattutto, dopo il periodo di Covid che ci ha tenuti chiusi in casa per tanto tempo».