Gianfranco PERRI
Da quando, quattro anni fa, ho conosciuto Arturo Pérez Reverte, seguo con interesse la sua rubrica “Patente di corso” che pubblica regolarmente sul quotidiano spagnolo ABC. Ebbi modo di conoscerlo personalmente e di interloquire con lui quando, su il7MAGAZINE dell’11 marzo 2022, scrissi un articolo a proposito del suo avvincente romanzo storico “El Italiano” in cui raccontava gli attacchi a Gibilterra condotti nella Seconda Guerra Mondiale dai “Siluri a Lenta Corsa” – i famigerati maiali – discendenti diretti di quei MAS che proprio da Brindisi avevano iniziato la loro lunga serie di successi strepitosi già nel corso della Prima Guerra Mondiale.
Arturo Pérez-Reverte è mio coetaneo: nato a Cartagena, in Spagna, a fine 1951, è stato giornalista di guerra per più di vent’anni, coprendo da reporter numerosi conflitti armati in Africa, America ed Europa, per giornali, radio e televisione. A Cipro, in Libano, in Eritrea, nel Sahara, alle Falkland, in El Salvador, in Nicaragua, in Ciad, in Libia, in Sudan, in Mozambico, in Angola, nel Golfo, in Tunisia, in Romania, in Croazia e in Bosnia. Oggi si dedica esclusivamente alla letteratura e condivide la sua vita tra letteratura, mare e navigazione: le sue passioni. Con oltre venti milioni di lettori in tutto il mondo, alcuni dei suoi romanzi sono anche stati trasformati in film. I suoi numerosi titoli permangono presenti sugli scaffali bestseller delle librerie, anche oltre i confini spagnoli. Ha ricevuto infatti importanti riconoscimenti letterari internazionali ed è stato tradotto in più di 40 lingue.
Ieri ho letto nella sua rubrica il pezzo intitolato “Sapore di sale” e gli ho scritto subito per fargli sapere che mi è molto piaciuto e che quell’articolo “mi sarebbe piaciuto averlo scritto io”. Ecco il suo pezzo, ve lo ripropongo così come l’ho liberamente tradotto:
C’è una generazione, la mia, che è cresciuta in un momento felice dell’Italia e dell’Europa: adolescenti negli anni Sessanta, quando il mondo sembrava allargarsi, l’Europa era giovane e noi con lei. La mia generazione imparò, o forse inventò, l’amore estivo. Un modo di innamorarsi che veniva dai libri, dal cinema e dalla musica: rock, twist e soprattutto canzoni italiane che suonavano sui giradischi portatili, nelle radio a transistor sulla sabbia, nelle feste in casa dove tutto sembrava, finalmente, sul punto di cominciare.
Quella era l’epoca del Festival di Sanremo diventato un punto di riferimento sentimentale, di un’Italia che esportava malinconia, bellezza e menzogne spensierate, con canzoni che sapevano di sale, di mare, di te e di lei. Per noi quasi tutto accadeva nelle feste in casa, che non erano semplici feste ma un mondo racchiuso in un salotto con le tendine socchiuse e poca luce. Arrivavi con la camicia stirata, le scarpe pulite, una colonia discreta e un tremito che nessuno confessava, e uscivi con la certezza che la vita vera fosse un angolo buio dove due corpi giovani imparavano a capirsi senza parole.
La musica era la vera regina, con quei vinili che passavano di mano in mano come reliquie sacre. In quella meravigliosa sfilata cantavano anche molti stranieri – Beatles, Rolling Stones, Sinatra, … – ma la lunga e calda estate era dominata senza dubbi dalle canzoni italiane. E in ogni angolo buio c’era Gino Paoli, che non aveva bisogno di traduzione perché le sue non erano storie, ma stati d’animo: Sapore di sale, Senza fine, Il cielo in una stanza… Canzoni che segnavano il momento culminante della sera.
Perché in quelle feste c’era un ordine preciso: prima i pezzi veloci, per rompere il ghiaccio, per far ridere le ragazze in gruppo e permettere ai ragazzi di fingere una sicurezza che non avevamo. Poi, a poco a poco, la luce si abbassava, qualcuno cambiava il disco e allora iniziava la parte più importante. Il lento. Lì si giocava tutto: il permesso di avvicinarsi, il primo contatto che non era casuale. Le tue mani sulla sua vita, le braccia di lei attorno al collo, il dondolio lento. E quel calore condiviso, dove il profumo del mare restava attaccato alla pelle tiepida e abbronzata dell’estate, di tramonti lunghi, di spiagge dove tutto era semplice e sembrava eterno. Nessuno parlava del futuro, né lo si nominava. C’era solo il presente, e le canzoni di Paoli e di tanti altri erano memoria futura prima ancora che esistesse la memoria reale di noi giovani. Ogni accordo portava dentro un addio che nessuno voleva ascoltare, perché in quegli anni possedevamo l’arroganza di chi crede di avere tutto davanti a sé. Mentre, nell’angolo più buio della festa, due giovani belli, insicuri, infinitamente vivi, si abbracciavano con una serietà che non avrebbero mai più avuto.
Poi seppi che Sapore di sale, la canzone di Paoli che aveva favorito tanti amori, era nata anch’essa da un amore: lei, la futura attrice Stefania Sandrelli, aveva quindici anni; lui, Paoli, era un uomo sposato. Ma ciò che è singolare è che la sua canzone non arrivò come un semplice ricordo, bensì come qualcosa che la nostra generazione intuiva senza saperlo: in realtà non parlava dell’estate, né del mare, né nemmeno del desiderio, ma della perdita nell’istante esatto della felicità. Una malinconia del futuro.
Gino Paoli lo sapeva. Forse per questo nel 1963, in pieno successo, si sparò al petto. Non morì, anche se il proiettile rimase lì, impossibile da estrarre. Si racconta che quel gesto disperato e teatrale fece sì che Stefania Sandrelli, che lo aveva lasciato, tornasse da lui. Che l’amore riprendesse. Poi arrivò la stanchezza, come quasi sempre. Ma ciò che conta rimase: l’istante sospeso, la canzone, l’estate che non sarebbe durata, i ragazzi che, senza saperlo, grazie a tutto quello, imparavamo che l’amore non si misura dalla sua eternità, ma dall’intensità del momento e dall’impronta che lascia quando si spezza.
Gino Paoli è morto qualche settimana fa, con più di novant’anni, in quell’Italia dove tutto era cominciato. Aveva ancora la vecchia pallottola vicino al cuore. Quando ho saputo della sua morte, ho riascoltato le sue canzoni e tra queste è risuonata Sapore di sale per confermare che nel ricordo nulla è cambiato, che quell’estate non se n’è mai andata. E che i ragazzi di allora siamo ancora lì, abbracciati nella penombra, immobili in quell’istante perfetto in cui ancora non sapevamo come finisce tutto.
Arturo Pérez Reverte


















