Gentile direttore,
ripropongo integralmente un articolo pubblicato sulla Voce del Sud il 19 ottobre 1963 perché il lettore lo acquisisca e cerchi di commentarlo come meglio riesce a fare. Andrebbe inviato al Presidente Putin ma ciò è oggettivamente impossibile. Di là dal destinatario, il testo contiene elementi di attualità e verità dimenticate o sconosciute ai più, specialmente ai giovani o a chi non conosce la storia contemporanea. La notizia, se non è ingigantita dal giornale citato, notoriamente di destra, nasconde un messaggio antichissimo risalente al tempo di Aristotele il quale sosteneva che “la prima cosa che svanisce in natura è la gratitudine”. E poi suggerisce un’amara riflessione atemporale: la storia si ripete nei suoi corsi e ricorsi, e il genere umano (o chi lo guida) si dimostra puntualmente e colpevolmente impreparato pur avendo avuto in mano elementi per non dimostrare questa sua debolezza congenita.
Rossella Barletta
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Manca il pane nella “patria del socialismo”. Aiutare il popolo russo ma non il regime sovietico
L’Unione Sovietica sta attraversando la più grave crisi alimentare di questo dopoguerra. A Mosca è stato addirittura razionato il pane. Tutta la diplomazia è stata mobilitata dal Cremlino nell’unico sforzo di ottenere forniture di grano e di farina. A chi si sono rivolti Krusciov e compagni? Naturalmente a quei paesi, come gli Stati Uniti, il Canadà, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania occidentale, accusati dai comunisti di avere delle strutture economiche antiquate e pregiudizialmente contrarie al benessere materiale del popolo: è una delle solite, tante contraddizioni che rientrano nella logica più elementare dei metodi del comunismo internazionale.
I paesi interpellati hanno risposto più o meno prontamente all’appello, inviando od impegnandosi ad inviare migliaia di tonnellate di grano e di farina nell’Unione Sovietica.
Aiutare il popolo russo, va bene. Ma avallare in tal modo la minaccia comunista nel mondo è per lo meno pericoloso. […] L’URSS – rileva l’Agenzia EURO – riuscirà dunque ad uscire dalle sue difficoltà interne. I giornali sovietici, naturalmente si guarderanno bene dal dire ai russi che il pane che essi mangiano è frutto di farina americana o canadese e non viene dal sacco bucato di Krusciov. Il silenzio della stampa sovietica non dovrebbe stupire nessuno.
Le illusorie prospettive del dialogo fra oriente ed occidente – i fatti positivi, al contrario delle parole, si possono sintetizzare finora soltanto nell’accordo di Mosca per la sospensione parziale degli esperimenti nucleari – hanno spinto i giovani occidentali ad aiutare l’Unione Sovietica. C’è solo da sperare nella “gratitudine” di Krusciov a questo punto. Ma è francamente poco.
[La Voce del Sud, 19 ottobre 1963]


















