di Adelmo GAETANI
L’incubo Xylella continua. Uno studio della Coldiretti fornisce le cifre del disastro in Puglia: in dieci anni sono stati contagiati 21 milioni di ulivi, la filiera dei frantoi disarticolata, la produzione di olio extravergine quasi dimezzata e 5mila posti di lavoro persi.
Un bollettino di guerra, mai dichiarata eppure condotta in modo distruttivo dal silenzioso e subdolo batterio-killer. Secondo il report, la Xylella avanza alla velocità di 20 chilometri l’anno, così è risalita verso il Nord percorrendo i circa 200 chilometri che separano le zone di Leuca-Gallipoli, dove il cancro comparve dieci anni fa, per arrivare a Polignano, Monopoli, Castellana Grotte, dopo aver toccato in profondità le province di Brindisi e Taranto. E la sua avanzata non trova ostacoli.
I danni maggiori in provincia di Lecce: contagiati e poi inceneriti 10 milioni di ulivi, su un totale di 11, con il conseguente crollo della produzione olearia del 75% (20-25% nel Brindisino, 15% nel Tarantino). Un disastro dal punto di vista economico, sociale, ambientale e paesaggistico le cui conseguenze si fa ancora fatica a valutare nella loro effettiva drammaticità. Ora il campanello d’allarme scuote la Puglia intera.
Quello che è successo nel Salento potrebbe replicarsi in tutta la regione, anche perché, oggi come dieci anni fa, la possibilità di risposte adeguate alla Xylella si scontra con la realtà di soluzioni fitosanitarie efficaci che tardano ad arrivare. Così gli ulivi contagiati sono destinati ad essiccare e l’unica misura praticabile resta quella dello sradicamento degli alberi malati e, laddove ci sono le condizioni socio-economiche, del reimpianto con varietà resistenti alla Xylella.
Dopo il disastro, nella provincia di Lecce è stata avviata – tra poche luci e molte ombre – la fase della ricostruzione. Poche luci, perché gli interventi previsti procedono con esasperante lentezza e incertezze di ogni genere. Molte ombre perché quel poco che si fa non è inserito in un piano generale di rigenerazione territoriale che prefiguri e persegua una precisa idea di paesaggio salentino nel dopo-Xylella.
Basterebbe riflettere su alcuni numeri per comprendere quanto decisivo sia il punto di vista strategico per neutralizzare i persistenti elementi di confusione e allontanare in tal modo i rischi di una saldatura tra interventi pubblici contraddittori e piccoli interessi di bottega che allontanerebbe qualsiasi possibilità di un ordinato e coerente intervento capace di dare al Salento una nuova carta d’identità, dopo aver pianto la scomparsa del patrimonio di ulivi secolari, i Giganti buoni, come li ha definiti Stefano Martella in un libro-denuncia diventato docufilm con la regia di Davide Barletti e Lorenzo Conte.
Andare avanti, questo è l’imperativo. Ma come?
Prima della Xylella, gli uliveti occupavano 85.000 ettari della provincia di Lecce, circa un quarto dell’intero territorio, con 11 milioni di alberi. Ora, spiega Giovanni Melcarne, agronomo, coraggioso imprenditore olivicolo e sperimentatore di nuove varietà capaci di resistere al batterio, si può prevedere che non più di 25.000-30.000 ettari saranno destinati alla coltivazione preesistente. Dall’avvio dei reimpianti si riesce ad intervenire su 1.000-1.200 ettari l’anno: al ritmo di oggi serviranno almeno 20-25 anni per completare la piantumazione sui terreni che ospiteranno i nuovi ulivi. Nuovi, proprio così, perché saranno altra cosa rispetto agli alberi che abbiamo conosciuto sinora e che hanno fatto da cornice e da quadro del Salento per oltre venti secoli. I nuovi uliveti, soprattutto delle varietà Leccino e Favolosa, avranno carattere superintensivo con circa 500-550 piante per ettaro, contro le 60-80 delle vecchie piantagioni. Il che significa che, a operazione conclusa, il numero di ulivi passerà dagli 11 milioni che erano a oltre 16 milioni, ma saranno alberelli, tipo agrumi, a volte più piccoli. C’è di buono che il 90% dell’olio sarà extravergine, mentre prima non superava il 50%.
Quindi, addio ai vecchi e cari Giganti, ma resteranno gli ulivi e, a sorpresa, aumenterà il loro numero pur su terreni di dimensioni ridotte.
Resta l’incognita sui circa 60.000 ettari rimanenti la cui destinazione diventa un nodo intricato, difficile da sciogliere. L’abbandono delle campagne, l’eccessivo frazionamento dei terreni sono ostacoli strutturali, difficilmente superabili con misure provvisorie. La scarsa disponibilità di acqua e la mancanza di filiere produttive e commerciali rendono problematica la piantumazione dei frutteti e la loro resa economica.
Allora, che fare, per evitare che una parte importante del nostro territorio diventi un deserto? Una risposta è stata data da Gianluca Tramutola, studioso salentino di fama internazionale e docente di Progettazione del paesaggio all’Accademia delle Belle Arti di Amsterdam: bisogna guardare ad un processo di transizione illuminato da un Progetto strategico per evitare lo sgradevole effetto di un territorio senza capo né coda, “a macchia di leopardo”.
In altre parole, bisognerebbe mettersi al lavoro prima possibile, con un’autorevole Cabina di regia che coordini ed orienti l’operazione “rinascita del Salento”. E’ un banco di prova per tutti, ma in particolare per il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, chiamato, se vuole davvero essere al fianco di chi scommette con fiducia sul futuro della propria terra, a battere un colpo, mettendo da parte parole fuorvianti, speriamo “dal sen sfuggite”, che alterano gravemente la realtà dei fatti.


















