di Giovanni SECLÌ
Volano i falchi sui cieli di Kiev e su quelli di Mosca. Ma anche colombe silenti aprono le ali su quelli di Teheran e di Caracas. Messaggere disinteressate di pacificazione o di pragmatici interessi di distensione, che si nutrono anche del conflitto in corso? Ex malo bonum?
Maduro apre le riserve petrolifere del suo paese anche agli ex artigli del capitalismo USA. Contemporaneamente ne libera due prigionieri politici, da cinque anni imputati di essere spie. Washington, pur non riattivando i rapporti diplomatici chiusi da Trump, invia a Caracas una delegazione ad alto livello, in rappresentanza del Presidente e del Congresso; e derubrica a fantasma di se stesso Guaidò, fino all’altro ieri assunto a leader dei valori di libertà e democrazia nel Venezuela e nel sub-continente americano. Il petrolio venezuelano – a cavallo tra il XX e il XXI secolo perno dell’economia del paese, allora la più florida dell’America latina – ritorna ad avere uno sbocco verso il dollaro, in una fase felice per i paesi produttori, data l’impennata dei prezzi; mentre negli ultimi anni era stato congelato per l’ embargo o svenduto a monete e mercati deboli, trainando con sé il crollo dell’economia monocolturale venezuelana . Gli USA sottraggono così all’egemonia politica di Putin un suo alleato, loro scomodo vicino: complice anche l’astensione di Maduro nella risoluzione ONU contro l’aggressione all’Ucraina, e il suo reiterato auspicio della fine del conflitto .
Uguale strategia di distensione gli USA sembra prospetteranno anche in direzione di Cuba e Nicaragua. Per tempi, modalità e finalità essa è incardinata nella guerra all’Ucraina, occasione propizia alfine di tentare di scardinare – o almeno di modificare – i tradizionali rapporti egemonici o unilaterali della Russia con tali stati.
Pur con tempistiche e dinamiche alquanto differenti, il nuovo corso della diplomazia a stelle e a strisce verso l’Iran persegue un’analoga strategia. L’ICPOA – i colloqui USA-Iran sul nucleare – sono ripartiti da mesi, indipendentemente dalla tensione sull’Ucraina, dopo l’interruzione trumpiana. Non sostenuti da tutti negli USA e neppure sull’altro versante iraniano, cui si aggiunge lo scetticismo esplicito di Israele e quello interessato e subdolo delle monarchie sunnite mediorientali, rivali di Teheran. Diffidenza anche di Mosca: teme che i propri interessi, cresciuti in alcune regioni mediorientali grazie anche all’embargo subito dall’Iran, possano essere danneggiati dal conseguimento di accordi, prodromici all’eliminazione (o riduzione) delle sanzioni! Tuttavia l’attutimento dell’embargo, lo scongelamento dei diversi miliardi di petrodollari iraniani e la riapertura dei mercati sollecitano i pragmatici persiani ad insistere nel perseguire gli accordi: “mai così vicini”, ha dichiarato Ali Bagheri, il loro negoziatore. Sembra così allentarsi un teatro di tensioni politiche non certo secondario e non solo su scala regionale, che facevano riecheggiare minacce nucleari da parte di Israele. Insieme si contorce l’asse Mosca-Teheran – non certo gradito alla Casa Bianca – allineate e strumentalmente alleate per alcuni anni, nella comune battaglia contro l’Isis.
Il fragore dei bombardamenti, le urla e il pianto degli ucraini hanno però silenziato la notizia di tali dinamiche politiche in atto nei due scenari e l’effetto che ne può scaturire a livello di relazioni internazionali. Senza dubbio in Ucraina si ridefinisce la geopolitica, almeno quella euroasiatica; ma lo tsunami da Kiev può raggiungere anche altre regioni assai distanti, gravate da decenni da altri conflitti, in qualche caso non meno pericolosi per le prospettive militari o comunque di destabilizzazione di equilibri politici planetari.
Per le relazioni degli USA e dei suoi alleati (che talvolta ne subiscono diktat non graditi soprattutto per le ricadute economiche) con l’Iran e il Venezuela si assiste invece all’apertura o al rafforzamento di percorsi di distensione per molti impensabili. Con prospettive positive per i tre protagonisti e soprattutto per gli USA: grazie ad essi disarticolano alleanze ostili, a danno della Russia; recuperano il ruolo di egemonia geo-politica, in nome e rappresentanza dei valori occidentali (e con tornaconti pratici anche nazionali), perseguendo le vie della diplomazia e non della guerra. Il modello conflittuale praticato dalla Russia ne esce sconfitto già ora nella percezione pubblica dello scenario internazionale; ne sono inficiate e screditate anche alcune motivazioni e rivendicazioni nei confronti dell’Ucraina (mancato rispetto degli accordi di Minsk, egemonia sulle regioni del Donbass, tutela delle minoranze russe, etc.) che legittimamente Putin avrebbe potuto far valere battendo i pugni (o il tacco della scarpa, modello Kruscev) sui tavoli diplomatici e in seno alle organizzazioni internazionali. Invece di aggredire – inimicandosi gran parte dell’opinione pubblica mondiale – un altro stato dalla cultura e religione e nazionalità uguali a quelle della Russia. Come può pretendere di avere egemonia su un a popolazione sorella aggredita e violentata, con il pretesto di liberarsi – e liberarla – da un regime considerato ostile e vessatorio delle minoranze, che poteva neutralizzare con strategie economiche e diplomatiche? La cooperazione e non il conflitto, nel mondo totalmente interdipendente e globalizzato, risulta la strategia – ma anche il valore – più utile per tutti i soggetti in reciproca competizione.


















