Martano, l'incontro con don Antonio Coluccia (sulla destra)

Fernando DURANTE

Un caldo, fragoroso applauso ha accolto, giovedì, l’ingresso del prete di frontiera contro le mafie, don Antonio Coluccia, nativo di Specchia (Le), nell’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore, di Martano, “S. Trinchese”. Il sacerdote è entrato nell’Istituto in compagnia dei suoi strumenti di battaglia delle notti nei quartieri di periferia romani: megafono e pallone (poi donato agli studenti). Il primo usato per urlare i pericoli della droga e richiamare le forze dell’ordine; il secondo per dire che “dovete fare sport”, ma, “non essere tifosi; ragazzi fate attenzione alle tifoserie” perché, il “tifo acceca”. Don Antonio è anche il fondatore dell’opera di sostegno ai poveri, “don Giustino onlus”.

A fare gli onori di casa dell’Istituto è stato il professore Roberto Refolo, che, nel suo intervento ha ricordato che la “nostra scuola è sempre stata sensibile verso i problemi legati all’uso delle droghe, contro la violenza”, tanto da non perdere l’occasione di invitare i diversi personaggi che “dedicano la vita alla diffusione della cultura della solidarietà, della lotta contro tutte le mafie, contro tutte le droghe”. Il sindaco, Fabio Tarantino, ha detto che l’incontro “è testimonianza viva, motivo di arricchimento, da parte di un personaggio come don Antonio, un prete di strada che lancia un messaggio d’amore, un prete di frontiera contro tutte le mafie, un prete coraggioso”. Il sacrificio del sacerdote, la sua passione verso quella missione del redimere i giovani, ha proseguito Tarantino, “contiene un messaggio di coraggio”.

A prendere la parola, poi, è stato, il sindaco dei ragazzi, Giulio De Carlo, per dire dell’impegno contro l’illegalità. L’applauso seguente alle parole di Giulio viene stimolato da don Antonio. Giacinta Calò, docente nell’Istituto, nelle parole del sacerdote ha rilevato la presenza di quella speranza “di cui ci chiedono i ragazzi, dell’orgoglio”. Prendendo a pretesto un passo della Divina Commedia, stimola a “non essere ignavi”, a schierarsi. “Il cristiano si deve schierare dalla parte della legge”.

Poi, ha preso la parola don Antonio per raccontare la storia della sua chiamata al sacerdozio, per essere un prete “indigesto” alla mafia, a chi non rispetta la legge, non rispetta la Costituzione. Al cui riferimento ritorna spesso nel suo raccontare. “Sono figlio di emigrante, so cosa vuol dire essere poveri”, ha continuato. Nel suo essere stato fidanzato, fino ad un trentuno dicembre di qualche anno fa. Momento in cui, “per amore, ho comunicato alla ragazza che volevo farmi prete”. Tanti aneddoti di vita vissuta, come quello del manifesto, a Supersano, in cui era stato affisso con una benda sugli occhi, da parte di qualche malavitoso con la scritta: “Buono da mangiare”. “Avevo risposto che ero indigesto”, scatenando una risata generale. Rileva, ancora, che “il Salento ha concesso troppo spazio alla criminalità”. La gente si è girata dall’altra parte nel momento in cui ha visto atti criminali. “Non bisogna avere paura”, ha stimolato citando l’articolo 3 della Costituzione, laddove si legge che: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando la libertà dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. In quel caso, “la Repubblica rimuove li ostacoli”. Parlando della sua vita romana, racconta di vivere in mezzo a ragazzi di strada assoggettati alla criminalità organizzata, a san Basilio. Luogo in cui a fare il palo allo spaccio h24 si guadagna 100/150 euro al giorno. Bene, continua, “quei ragazzi non saranno mai felici, per quanto, la felicità è un diritto”. Ed ancora: “non è importante quanto vivi, ma come vivi, non siate innamorati della bella vita ma della vita bella”. Poi, chiudendo il suo intervento, agli studenti dice: “la tua vita è stupefacente, non lo è la sostanza che cerchi”.