La divisione delle carriere dei magistrati, attuata con una riforma costituzionale, e non con una legge ordinaria, che pure sarebbe stata sufficiente per dividere le funzioni, è solo il grimaldello per mettere sotto controllo e ridurre l’indipendenza dei pubblici ministeri. Ma, si dirà, la riforma non lo dice questo. E ci mancherebbe altro che lo avessero detto anche apertamente. La riforma, da questo punto di vista, viene fatta al buio, e voteranno al buio anche coloro che, in buona fede o sotto la spinta populista, pensano che tutti i mali dell’Italia sono da attribuire ai magistrati. Saranno, infatti, fondamentali le leggi e i decreti attuativi, come, per esempio, stabilire i criteri delle votazioni dei Csm e dell’Alta corte, stabilire quali saranno le priorità dei reati da far perseguire dalle procure o se si arriverà anche a sottrarre la gestione della polizia giudiziaria ai magistrati per affidarla al ministero dell’Interno. Bastano solo queste tre incognite per capire quali potranno essere gli effetti concreti della riforma, che cambia ben sette articoli della Costituzione, per dare la possibilità a chi governa di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
L.d.M.


















