Mentre il Salento, a partire dagli anni Novanta, diventava un brand internazionale fortemente attrattivo per il turismo, Taranto veniva penalizzata come città inquinata oscurando la sua gloriosa storia di capitale della Magna Grecia.

Non solo salute, ma anche danni all’immagine della città. Il giudice Raffaele Viglione della seconda sezione civile del Tribunale di Taranto ha condannato Fabio Arturo Riva, uno degli ex proprietari dell’Ilva, a giudizio in qualità di erede del padre Emilio contro cui fu avviata la causa prima della sua scomparsa nel 2014, e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, a risarcire il Comune di Taranto e le sue partecipate Amiu e Amat con la somma di oltre 12 milioni di euro, di cui 8 milioni solo per danno d’immagine. La sentenza di primo grado si riferisce ai danni che la grande fabbrica avrebbe provocato alla città tra il 1995 e il 2014. Fabio Riva e Capogrosso sono stati già condannati nel processo “Ambiente svenduto” per il presunto disastro ambientale causato dal Siderurgico rispettivamente a 22 anni e 21 anni di reclusione. Ripercorrendo la storia giudiziaria dell’acciaieria e i contenuti delle perizie e degli studi scientifici, il giudice scrive che «i racconti, i numeri, le scene di questo disastro ambientale hanno gettato nell’oblio dell’immaginario collettivo ogni legame identitario della città al mare e al proprio passato: la storia gloriosa e millenaria di Taranto, che l’aveva vista “capitale della Magna Grecia” tra le più antiche, floride e potenti colonie fondate nell’Italia meridionale e nella Sicilia orientale, è stata soppiantata dalla sua storia recente, una cronaca nera fatta di immagini terrorizzanti e record percentuali indesiderati». Il giudice ha disposto il risarcimento di oltre 3 milioni e 200mila euro per i danni materiali subiti dal patrimonio immobiliare comunale nei quartieri Città Vecchia e Paolo VI e 8 milioni di euro come risarcimento per il danno all’immagine, alla reputazione e all’identità storica e culturale della città.