Paolo Carascosi

Aveva appena sedici anni quando Paolo Carascosi ha iniziato a lavorare nell’edicola, prima di sua zia, poi di suo padre. Oggi, 11 dicembre, compie 70 anni e ha deciso di chiudere l’attività, non senza qualche rimpianto ma con la determinazione di chi vuole voltare pagina e la soddisfazione di aver lavorato a pieno un’intera vita.

L’edicola Carascosi, in viale dell’Università, 117, che chiuderà tra una decina di giorni, è stata punto di riferimento per diverse generazioni di lettori di giornali nella zona di Porta Rudiae, un luogo di incontro e di socializzazione, che ha visto consolidare amicizie. «L’attività – racconta Paolo – era stata aperta da mio zio, Benedetto Lupo, professore alla scuola Magistrale, settanta anni fa, per dare un lavoro a mia zia. La sede era al mercato di Porta Rudiae, dove ora c’è la pescheria. Ma il sindaco di allora, Massari, decise di chiudere tutte le attività del mercato che davano all’esterno, per lasciare aperte solo quelle all’interno. A mio zio però questo non andava bene e trovò questo locale, dove venne a lavorare mia zia, affiancando alla vendita di giornali anche l’attività di cartolibreria».

Agli inizi degli anni Cinquanta, il padre di Paolo lavorava presso un panificio che si trovava di fronte alla ex sede dei vigili urbani di Lecce. «Quando il panificio fallì e mio padre si trovò senza lavoro – ricorda Paolo – mia zia gli disse di andare a lavorare da lei, anche se c’era già una commessa che l’aiutava, soprattutto per la vendita dei libri scolastici, che allora si davano con i buoni. E così fu che mio padre cominciò a lavorare nell’edicola. Quando, nel 1966, la ragazza andò via, emigrante in Germania insieme alla sua famiglia, mio padre, che nel frattempo era rimasto solo qui in edicola, perché mia zia era morta, mi chiese di andare a dargli una mano. Avevo sedici anni».

«Per non far chiudere l’attività e visto che qualcosa sapevo di come funzionava l’edicola – racconta Paolo – ho iniziato a lavorare e ho continuato fino all’età di 18 anni, quando mi arrivò la cartolina per partire militare. Riuscimmo a farmi esonerare per un anno, ma poi dovetti partire per Trapani. Quando tornai, dopo la naia, qui non era rimasto quasi niente, con papà da solo l’attività era molto calata, avevamo perso la concessione dei libri scolastici, la vendita dei francobolli, le cambiali, ecc.».

A quel punto la decisione di prendere in mano le sorti dell’edicola fu quasi d’obbligo. «Nel 1972, mi rimboccai le maniche e mi dissi “tocca a me” – racconta Paolo –. Anche se prima ero iscritto come coadiuvante, ho preso la titolarità dell’attività e ho cominciato a rimodernare il locale. Prima c’erano gli scaffali in legno, che ho ancora nel garage, i giornali appesi con le mollette. Andai a Pomezia, dove c’era un’industria che produceva scaffali, e arredai questa prima stanza, che allora era divisa da un muro da quella di dietro».

«Le cose, grazie al cielo, cominciarono a girare bene – continua Paolo –. Negli anni Ottanta c’è stato il boom della vendita dei giornali e del totocalcio, si lavorava benissimo. Decisi di ammodernare ancora l’edicola. Una domenica, nel 1983, nasceva mia figlia Ilenia quel giorno, venimmo qui alle tre del mattino e facemmo il pavimento nuovo. Decisi anche di allargare il locale, abbattendo il muro che divideva l’altra stanza, e andai di nuovo a Pomezia per acquistare altri scaffali e il bancone per i giochi».

Una carrellata di ricordi, con qualche nostalgia per l’amarcord di quelli anni mitici. «Qui accanto – ricorda Paolo – c’era in funzione il carcere dei Bobò, che servivo io, centinaia di giornali al giorno, si lavorava tantissimo. Tra il carcere e me, c’era il negozio di alimentari di Stefano Napolitano, che è rimasto anche se ha cambiato diverse gestioni. Napolitano aveva anche il bar “Rosso e Nero”. Sull’altro lato dell’edicola, c’era quello che vendeva i legumi, un certo Gianbattista Greco, aveva una grande quantità di sacchi di legumi sparsi sul pavimento a chianche. Più avanti c’era la latteria di Franco Colonna, che vendeva mozzarelle, dove c’è adesso il fotografo Leone c’era il negozio di arredamenti degli Està e, più avanti, la macelleria di Ronzino Perrone… la storia è lunghissima da raccontare».

Dopo oltre mezzo secolo di attività, questa lunghissima storia finisce. «Prima o poi bisogna smettere – conclude con un pizzico di emozione Paolo –. Chiudo perché mi sono stancato, non posso continuare con questo ritmo quotidiano. Ma non è facile trovare qualcuno che voglia l’edicola, sia per le complicazioni che frappone il fisco sia perché non è facile fare questo lavoro, richiede molto sacrificio, dedizione, impegno e responsabilità, a volte solo per guadagnare pochi spiccioli. Le edicole chiuderanno, tra dieci anni non esisteranno più, i giornali se li leggeranno su Internet. È un’attività destinata a chiudere. Tutto si sta spostando su Internet, dai giochi al pagamento delle bollette, dai biglietti dei bus ai certificati … Tutte cose che ciascuno potrà fare comodamente dal proprio smartphone».

Auguri Paolo e buona vita!

L.d.M.