Busto di Giulio Cesare Vanini

Pietro DE FLORIO  

Lucilio Vanini o, meglio Giulio Cesare, come amava farsi chiamare, nacque a Taurisano nel 1585, fu un filosofo libertino, nei suoi scritti concepiva un mondo meccanicisticamente determinato, privo di provvidenzialismi rassicuranti, in un universo senza Dio, eterno in cui non c’è inizio né fine. A causa di queste idee, accusato di ateismo e blasfemia, fu arso vivo a Tolosa il 9 febbraio 1616. Pubblicò in latino il dialogo I Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali (dialogo qui adoperato – vedere nota – e i passi riportati sono con il titolo abbreviato in Meravigliosi) e l’Anfiteatro dell’eterna Provvidenza, opere rispettivamente pubblicate nel 1615 e 1616.

La paleo-epistemologia di Giulio Cesare Vanini non può essere un sistema teoretico assimilabile alla scienza di Galileo o Newton, linguaggio e schemi concettuali sono ancora quelli della tradizione aristotelico-tomista e le sue speculazioni sul mondo dei fenomeni appaiono sostanzialmente intrise di naturalismo rinascimentale. La figura del Vanini, sebbene considerata minore, quantomeno ha contribuito, con il suo argomentare brillante e arguto, apprezzato nei circoli libertini francesi, a mettere in crisi il sistema dei valori tradizionali, facendo da battistrada al periodo dei lumi.

Il filosofo salentino spazza via pregiudizi e credenze, liquida il mito del rassicurante platonismo cristiano, mette in discussione le certezze scolastico-aristoteliche e l’idea di un universo certo, finito e mosso da intelligenze angeliche in armonia con il superiore e benefico impulso divino. Sfata il primato antropologico, l’uomo è solo un essere come tutti i viventi, non vi è alcun teleologismo, tutto è materia, senza gerarchie qualitative, in terra come in cielo.

Una posizione, dunque, contro gli asserti della metafisica (sebbene ne adoperi la metodologia logica), ciò che conta per il Vanini è l’esperienza osservativa sull’esistente, ovviamente non da paragonarsi a quella novecentesca assimilabile al Circolo di Vienna, ma prodotta da fatti vissuti da se stesso, da altri, da deduzioni logiche e testimonianze storiche, una specie di verificabilità di eventi in “linea di principio”, quasi a voler anticipare, in qualche modo, la teoria della verificazione di Moritz Schlick.

Allora si potrebbe porre la questione, considerata l’insofferenza del Nostro per le verità acritiche, se il suo pensiero possa essere, sincronicamente accostato (oltre le ovvie riserve), al sistema epistemologico di tradizione italiana e con il fondatore della Filosofia della Scienza Ludovico Geymonat (torinese 1908-1991). Gli studi del filosofo piemontese ponevano in evidenza, nell’immediato dopoguerra, il valore culturale della scienza, la filosofia (in opposizione con i principi idealistici gentiliani e crociani, ancora persistenti e in parte funzionali al Fascismo) doveva liberare, con una rigorosa analisi logica, l’imprecisione o vaghezza dei concetti, mentre alla ricerca scientifica spettava il ruolo di formulare nuove proposizioni (leggi o teorie) e deciderne la falsità o l’esattezza. Il filosofo aveva il compito solo di valutare il significato dei termini e la sensatezza dell’asserto, affinchè si giungesse a teorie scientifiche sempre rivedibili in grado di spiegare i fenomeni, senza pregiudizi e, senz’altro il Vanini avrebbe sottoscritto queste ultime parole, vale a dire spiegare e comprendere gli eventi escludendo fondamenti eterni e preconcetti, attraverso la chiarezza esplicativa.

Mutazioni e biologismi

Uno degli argomenti che il Vanini tratta nei Meravigliosi segreti della natura è l’origine dei viventi e dell’uomo in particolare. Il filosofo, nel terzo libro intende superare la fissità metafisica e ontologica del mondo esistente di stampo aristotelico-tomista e, rifacendosi all’universo pluralista dei greci, trae il principio che in natura tutto si trasforma e si evolve. Gli animali si generano, sia attraverso il seme, sia per mezzo della putredine, con l’aiuto del caldo, umido e densità della materia (Meravigliosi, III, 30 p.205; III, 34 pp. 226-227).

Il filosofo taurisanese chiama in causa la biologia della generazione spontanea, in cui si sostiene che gli organismi nascano dalle decomposizioni organiche, si tratta di una teoria già elaborata nell’antichità, ancora attuale nel 600’ e il Vanini la fa propria per criticare la chiusa fissità del creato. I viventi, comprese le piante nascono e si trasformano anche in maniera equivoca (senza accoppiamento di sessi), specialmente nel mare, fonte primaria di vita dove le trasformazioni e riproduzioni avvengono più frequentemente (Meravigliosi, III, 30), insomma acqua e aggregati di putredine sono i catalizzatori ideali, affinché possa nascere la vita, qui le particelle si uniscono in nuovi e vitali composti.

L’autore a sostegno della propria argomentazione riporta alcuni suggestivi casi osservati di riproduzione equivoca, come la nascita di topi, rane e altri animali, da materie diverse, cioè fango, letame e simili e la forza produttiva non sta in questa materia corruttibile, ma nell’energia del sole (causa agente vivificatrice) (Ivi, III, 29, p. 187). Esiste anche la generazione per via univoca (per accoppiamento) dove i generi animali sviluppano, attraverso incroci, varietà di specie, nascendo dalla stessa materia o seme. Va detto, inoltre, che la generazione univoca è più nobile, poiché la venuta al mondo di un individuo non avviene attraverso il decadimento e fermentazione del materiale esterno (fango ecc.), ma dalla perfetta bontà del seme, ovvero sostanza dell’essere. “Le forme che si dicono in modo identico (univocae) […], sono in potere della materia come nel seme del cavallo è contenuta la forma equina”. Infatti “il cavallo non si genera dal seme equino per corruzione, come la rana (o il topo, nda) che è generata dal limo putrefatto, ma per suo perfezionamento” (Ivi, III, 29, p. 187). Ne consegue una specie di catena evolutiva dell’essere: all’inizio sta ciò che è remoto e biologicamente elementare che non ha un seme (generazione equivoca); il livello intermedio appartiene agli ovipari (nda), in questo caso all’interno dell’uovo non si nota nulla di corrotto (come il fango e putredine) e, infine si arriva al livello superiore in cui si genera direttamente tramite il seme (Ivi, III, 29, p. 188).  In definitiva, secondo gli studi post-rinascimentali, la vita si diffonde attraverso le due modalità anzidette e, il tratto comune consiste che un genere o specie può trasformarsi in qualcosa d’altro, come il grano in loglio, un animale in un altro, nello stesso modo in cui dall’incrocio tra un asino e una cavalla nasce un asino. Quindi, continua il Nostro, che cosa impedisce che “il seme del pesce possa trasformarsi così da far nascere un uomo?”, innanzitutto perché “nulla è più fecondo del mare” (Ivi, III, 30, p. 205), (quasi a voler precorrere la moderna biologia in ciò che si definisce Plancton), popolato da strane creature antropomorfe, secondo varie testimonianze antiche e contemporanee.

La nascita dell’uomo

Pian piano nel dialogo si scivola verso la spinosa questione della generazione dell’uomo o, meglio, della sua origine naturale, argomenti pericolosi con i quali è facile essere incolpati di eresia. Si è osservato che gli animali si trasformano naturalmente come il bruco in farfalla o un verme in volatile e, si tratta, in generale di affermazioni che il Vanini ascolta da ipotetici atei anonimi che, nel gioco della dissimulazione retorica, si addossano l’onere delle opinioni più pericolose, affrancando così l’autore da qualsiasi responsabilità (almeno questa era l’intenzione). L’uomo per l’ortodossia cattolica non è un animale, ma un essere superiore creato da Dio a sua immagine, quindi signore del mondo, pertanto deve esistere un primato antropologico, una discontinuità tra ciò che è umano e ciò che non lo è, cosa che il Nostro, in quanto precursore degli studi evoluzionistici, ridimensiona.

Nel dialogo 37 dei Meravigliosi segreti della natura, si dice che il primo uomo sia stato generato dal fango, come già nell’antichità sosteneva Diodoro Siculo, un fenomeno favorito dagli influssi celesti (in linea con il determinismo aristotelico-arabo), perché “talvolta per una congiunzione astrale possano prodursi forme che si applicano alla materia così che se ne possa derivare la nascita dell’uomo nel modo suddetto”, cioè dal fango (Meravigliosi, III, 37, pp. 232 -233). Anche Ovidio (Le Metamofosi) pensava che dal fango e dal sole potessero nascere i viventi, pertanto è possibile (con formula dubitativa e cautelativa) “che il primo uomo sia nato dalla putredine delle scimmie, di porci e rane. A tali animali, egli, infatti, è molto simile nella carne e nei costumi. Ci sono, poi alcuni atei più moderati, i quali affermano che soltanto gli Etiopi derivano dalle specie e dal seme delle scimmie” (Meravigliosi, III, 37, p. 233).

Si tratta di argomentazioni forti che il Vanini provvede a stemperare e circoscrivere, attribuendo ad atei moderati la tesi della provenienza dalle scimmie dei soli Etiopi e non dei bianchi occidentali. Dopotutto l’uomo, come vuole l’ortodossia, è un essere nobile, cammina in posizione eretta e non come le scimmie, ma si tratta, soggiunge l’autore, di adattamenti ambientali, se si educasse un bambino appena nato nei boschi, potrebbe diventare un quadrupede, evolvendo adeguati e compatibili modelli culturali e psicofisici di risposta adattandosi alle necessità di sopravvivenza all’aperto (Ivi, III, 37, p. 234).

L’uomo è un ente materiale, viene al mondo come tutti gli altri animali, in lui non vi è alcun suggello divino, né un destino particolare e provvidenzialistico. Egli è parte della natura, ne segue i meccanismi e non abita al centro dell’universo, con buona pace della speculazione antropocentrica rinascimentale negli animali e, implicitamente nell’uomo, ad eccezione del primo nato per generazione equivoca (cioè senza accoppiamento) dalla putredine, l’essere o forma non proviene dall’esterno (Ivi, III, 29 p. 196), da un qualcosa di universale e assoluto, ma univocamente dal seme che è insito nella materia (Ivi, III, 29 p. 187).

La separazione dalla dottrina cattolica è netta, si dissolve l’idea dell’anima incorporea proveniente da Dio che faccia sentire e agire il corpo, come sosteneva Tommaso D’Aquino (Compendio di Teologia, cap. 93). L’anima o spirito è un soffio o un respiro, un qualcosa di fisico e naturale, avvertito specialmente come nell’affanno ed è questa energia che da forma al seme (e sta in questo) emesso “spumeggiante” e ansimando (Ivi, III, 29 p. 187). E il seme è nell’anima, così un cane è già cane prima di nascere (Ivi, III, 29 p. 188). Ma le cose stanno in maniera diversa, il cane prima di nascere è un essere imperfetto o incompleto, si direbbe in potenza, se fosse in atto (o completo) non potrebbe nascere, mancando la capacità di venire al mondo (in quanto “seme e cane […] differiscono solo negli accidenti”) (Ivi, III, 29 p. 188), di conseguenza, generalizzando, non potrebbe nascere nessun uomo, se anima e seme coincidessero totalmente e il Vanini, per precauzione, evita approfondimenti espliciti, riferendosi, invece, solo a cani o a cavalli. Nel “seme del cavallo è contenuta la forma equina” e l’anima, spirito o soffio è “nel corpo del seme”, un po’ come il caglio nel latte (Ivi, III, 29, 30 pp. 186 – 192) ecc. sottolineando, con analogie, possibili verifiche di principio.

Materia e seme

Quindi esiste la parità biologica tra tutti gli esseri viventi, in quanto si riproducono univocamente allo stesso modo, senza l’azione dell’anima calata dall’alto, in fondo se l’uomo fosse una creatura privilegiata con l’anima infusa da Dio, il seme umano non potrebbe generare una persona, perché verrebbe generata direttamente da Dio, così l’uomo sarebbe geneticamente insufficiente e il suo sperma inferiore a quello di un cagnolino, perché almeno quest’ultimo è capace di generarsi con il proprio liquido seminale, “dunque il seme del cagnolino sarà più eccellente del mio” (Ivi, III, 29 p. 192), soggiunge ironicamente il filosofo. Inoltre l’uomo non possiede alcun primato sessuale, entrambi i generi maschio e femmina nel procreare hanno pari dignità, contrariamente a quanto sosteneva Aristotele (Riproduzione degli animali pp.736b – 737a). Per provare ciò il Vanini si avvale di presunte osservazioni dirette: “la donna nell’amplesso emette seme, anzi lo emette anche quando nel sogno dà sfogo ai suoi notturni desideri d’amore” e “in una donna in dissezione (il Vanini aveva studiato a Padova anatomie e fisiologia) ho visto […] (o chissà cosa credeva di vedere, richiamando implicitamente uno studio di J. Fernel del 1564, nda) una gran quantità di seme che già cominciava a biancheggiare”. Pertanto, “la Natura ha predisposto il seme per la generazione, ma lo ha posto anche nelle donne; quindi quella sapientissima maestra che non fa nulla invano, ha predisposto per la generazione anche il seme femminile” (Meravigliosi, III, 29, p. 193), quindi viene superato il primato formale maschile, tipico di una certa ortodossia cattolica e peripatetica, la donna ha un ruolo attivo nella generazione non inferiore all’uomo.

Riflessione geymonatiana

Il rozzo evoluzionismo pre-scientifico del Vanini, potrebbe essere definito, stando alla definizione di Geymonat, una tecnica della ragione (concetto ereditato da Nicola Abbagnano), in quanto la ragione incoraggia la ricerca, affrancando il pensiero dai pregiudizi, attraverso una serie di ragionamenti logici rivedibili e via via perfezionabili (Saggi di filosofia neorazionalistica, Einaudi Torino, 1953, p. 161).

Ciò si può applicare alle argomentazioni vaniniane di stampo induttivo, osservativo e secondo le varie testimonianze degli antichi o atei contemporanei in cui si descrivono le varie trasformazioni biologiche, l’effetto facilitatore della putredine, l’irraggiamento solare ecc. Argomentazioni bizzarre, ma sono pur sempre tecniche, a loro modo, logico-indagative, magari ancora di stampo aristotelico che guardano alla generazione spontanea equivoca, tuttavia, non manca nel Vanini lo sforzo logico e gnoseologico per definire una metodologia di indagine ipotetica. Con il procedere degli studi e analisi epistemologiche, l’apparato concettuale vaniniano incline al naturalismo rinascimentale, verrà superato da una nuova tecnica della ragione, sia essa galileiana, newtoniana o spallanzaniana, ma le argomentazioni del Nostro rimarranno, comunque, delle tappe di passaggio propedeutico, quanto necessario. In altre parole la speculazione del taurisanese (e, questo vale anche per la patristica e scolastica in generale), nei suoi legami con il criterio dell’aristotelismo scolastico e con i sottili approfondimenti teologici (sebbene critici e sovversivi), possa apparire sterile o inutile, ebbene è proprio da questo l’esercizio logico capace di spiegare, attraverso argomentazioni coerenti la realtà e ciò che sta oltre, senza alcun supporto scientifico (di una scienza sperimentale che doveva ancora nascere), ricorrendo a soluzioni metafisiche, nasce il pensiero moderno. Insomma ciò che è nuovo trova sempre fondamento in ciò che lo ha preceduto, quindi la ragione, prerogativa umana universale, affronta logicamente le problematiche ancora, per così dire, immature, superandole grazie a metodologie sempre più raffinate. Qui sta lo sviluppo storico delle teorie scientifiche, vale a dire il trapasso da conoscenze di stampo ontologico o empiricamente meno probabili, ad altre più soddisfacenti che sappiano, per il momento, risolvere i problemi posti dalla natura. Quindi non c’è posto per le rivoluzioni scientifiche teorizzate da Kuhn, in quanto è difficile, arbitrario e relativo individuare i mutamenti di paradigma tra periodi di scienza normale e il mutamento rivoluzionario. (Riflessioni critiche su Kuhn e Popper, Dedalo Bari, 1983, pp. 30 – 31).

Nota, fonte da cui sono stati tratti i passi delle citazioni di testo: Giulio Cesare Vanini, Tutte le Opere, Monografia introduttiva, Testo critico e Note di Francesco Paolo Raimondi; traduzione di Francesco Paolo Raimondi e Luigi Crudo, appendici di Mario Carparelli, Bompiani, Milano, 2010.

Pietro DE FLORIO
Già prof. di Storia dell'Arte, Filosofia e Lettere, formatore orientatore presso Provincia di Lecce ed Enti di formazione privati. Lauree in Lettere e in Filosofia con varie abilitazioni per l'insegnamento.