In queste tristi ore per la scomparsa dell’On. Giacinto Urso, proponiamo la sua prefazione al libro di Lino De Matteis “Storia del Grande Salento”, nella quale egli esprime – persino in versi – tutto il suo amore e attaccamento per la sua terra.
Tra i tanti guai e guasti, provocati dai terribili perigli del momento, si inserisce pure il vizio della memoria corta, imposto da una sfacciata indifferenza e, in parte, dall’uso sfrenato degli strumenti informatici, padroni, oramai, dell’informazione quotidiana e dello scibile corrente.
Uno stato di fatto, tutto da riflettere, che non riguarda il disporre o meno della buona memoria personale, che, nel tempo, viene sciupata dalla vecchiaia o da eventuali decadimenti fisici a carico di ognuno di noi. Il mio riferimento è diretto alla memoria storica, che ingloba eventi, personaggi, situazioni e le angustie dei tempi, con particolare riguardo al passato, miniera sempre ricca di novità ignorate.
In proposito, spesso si vaneggia che la storicità della memoria sia un orpello fuori moda, un requisito superfluo sino a considerarla inutile e deviante. Nel contesto dei suoi pregevoli articoli, il nostro Antonio Errico, da sapienziale maestro del pensare e dello scrivere, ha richiamato la comune attenzione sul citato preoccupante fenomeno. Testualmente ci ha avvertito: «senza storia e senza memoria, si vive un presente assoluto, lineare, senza profondità, senza prospettiva, sospeso, che viene dal niente e va verso il niente. Senza storia e memoria – continua il Prof. Errico – non si può conoscere quello che è stato, per cui si comincia tutto daccapo, si improvvisa in continuazione. Eppure, storia e memoria configurano la nostra esistenza, il nostro modo di confrontarsi con gli esseri, i paesaggi, il presente, il passato e il futuro».
Parole sante, pensieri appropriati, limpidi richiami, che danno ristoro ad un sano vivere civile e a una dotazione culturale robusta per poter affrontare problemi, carichi di essenzialità da risolvere e di sopravvivenze da garantire.
È, su questa linea, che Lino De Matteis pone davanti ai nostri occhi l’unito racconto di cadenza storica, rammentando a noi salentini da dove veniamo, quali itinerari abbiamo subito o percorso, quanti avvenimenti hanno volteggiato sulle nostre teste, quali patimenti si sono sopportati e quante scarse gioie si sono raccolte.
Non solo. Guidati da sua mano e dalla sua mente, Lino, essendo giornalista indagatore di lunga esperienza, ci dettaglia, passi il termine, quale è stato il nostro fondante divenire, umano e territoriale, offrendoci forbita puntualità e ricchezza di particolari.
Tanto da saper sgomitolare una rete di fili ben distinti per comprendere, appieno, le variegate conseguenzialità, scaturite dai continui rivolgimenti. In merito, va tenuto presente che l’autore del saggio, che segue, è anche un veterano viaggiatore, che ha pellegrinato, logorando le suola delle scarpe, per compilare una interessante, originale guida turistica sul Salento, visitato, in lungo e in largo, scoprendo fattezze inedite.
E, ora, si apra il sipario sul libro, posto alla nostra attenzione. Entri in palcoscenico, con il suo titolo “Storia del Grande Salento. Dalle radici di Terra d’Otranto ai cento anni delle Province di Brindisi, Lecce e Taranto”, con i suoi molteplici protagonisti, con i suoi reiterati spezzettamenti territoriali, con le sue civiltà variegate, con uno stuolo infinito di saccheggi, inflitti da bramosie padronali.
Iniziando dall’età antica, passando dall’età di mezzo, a quella moderna e a quella contemporanea.
Un gigantesco agglomerato di vicende, mobile, convulso, polverizzato, ricomposto, poi infranto, difficile, di sovente, a decifrare. Una terra originale e complessa, sfuggente, un po’ rassegnata alla ventura, soggetta a bieca spartizione, a vassallaggi capricciosi, legati al tiranno o all’avveduto di turno, dediti a sposalizi a cascata, perimetrati da interessi di reddito o di potenza, onusti di crudeltà, tradimenti e sfide temerarie.
A questo punto si potrà dire, da pochi o da molti, che i contenuti del saggio in esame, sono stati fritti e rifritti da varie fonti e, quindi, ampiamente conosciuti. Non vi è dubbio che quando si attinge a canoni storici la materia trattata difficilmente diviene innovativa.
Però, la faticosa ricerca di De Matteis ha in sé, sicuramente, un pregio. Vanta una esposizione ordinata, affrescata al meglio e ben collegata, tanto da renderla comprensibile. Con in più una finalizzazione ben precisa.
Ricavare dai dissesti della filiera storica, obbligati segni di superamento, di territorialità ottimale, che, nell’oggi, possono ritrovare nuovi, validi sbocchi.
Cioè, divisioni, mutazioni, decadenze, disagi, logoramenti, smarrimenti e così via, sopportati o accettati nello ieri servono, a loro volta, per ricavare spunti di doverose revisioni da attualizzare in un domani di cambiamenti possibili. Si tratta pure di concedere, con accortezza, tempo al tempo. Regola aurea da non dimenticare mai perché, in tal modo, si risucchia il buon passato, non lo si isola nel dimenticatoio e lo si riversa alla meditazione del presente, concretizzando un armonioso futuro, non per caso, ma al pari di un avvertito convincimento, segnato dalla ragione e dal pensiero rinnovato. Vi è anche da sottolineare che, nel libro di De Matteis, scorrono sprazzi di attenta verifica e di spiccata veridicità su eventi, già permeati da manipolazioni interessate.
Il primo proviene dal citato disegno fascista degli anni 1920, che, d’improvviso, scompone la Provincia di Lecce e istituisce altre due Province, Brindisi e Taranto, spezzando la Terra d’Otranto.
Un atto compiuto, per attirare consensi campanilistici e per assicurarsi facili controlli di regime.
Un preludio, che si riverbera, sotto altri aspetti, modalità e risultati, nel 1947, quando, in stesura degli articoli della nostra Costituzione repubblicana, su documentata perorazione del deputato Giuseppe Codacci-Pisanelli e di altri Costituenti si chiese e si ottenne la promozione del Salento, con le sue tre Province, a Regione.
Traguardo che sembrò raggiunto e poi, diciamo subdolamente, cancellato in una Sottocommissione dei 75, facendo avanzare la tesi di dover meglio confermare soltanto le Regioni esistenti all’epoca della discussione. Forse, in proposito, non sarà mancata la solita “manina”, con occulti complotti escludenti o contrarietà di principio.
Ma, al centro del diniego, con certezza, hanno avuto la meglio le posizioni avverse dei Costituenti, delle Province di Taranto e di Brindisi. Segue la valorizzazione della unitaria Circoscrizione elettorale Lecce-Brindisi-Taranto, che mi vide eletto Deputato, al Parlamento e al Governo nazionale, per cinque legislature, purtroppo, man mano, infranta, sino ai nostri giorni, da un susseguirsi di malsane nuove leggi elettorali, che travolsero il tessuto unificante, che dava amalgama provvida al territorio salentino, sia pure per turni elettorali. Sono questi passaggi a confermare che l’unitarietà salentina, anche negli ultimi tempi, ha registrato sostanziali modifiche, e alla rinfusa, ha deviato l’idea di Grande Salento, ammesso che sia stata balenata.
Purtroppo, si conferma l’andazzo eterno di accorpamenti momentanei e di rotture subitanee, restando terra tormentata nei suoi assilli secolari, consumati da continua fibrillazione pendolare.
Passiamo agli anni 1950 del secolo scorso. Sopravviene una miracolosa compattazione. Prende forma l’intuizione di Teodoro Pellegrino, mitico direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce, consistente nella volontà di istituire la Libera Università di Lecce, che trovò l’assenso delle Istituzioni e di un comitato ristretto di fondatori, che mi ebbe partecipe e, al momento, ultimo componente, ancora in vita.
Iniziativa straordinaria e unica, che vantò un protagonista di eccezione: il popolo delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto sino a indurre i cittadini della triplice terra a tassarsi di un tributo di scopo per sovvenzionare l’ardito esperimento universitario.
Finalmente si capì – in nome della cultura, seme che concede sempre frutti – che continuare il beato (?) isolazionismo non reca fortuna e dissolve il valore dell’unità d’intenti.
A tal proposito, per completezza di informazione, va rammentato che la salutare sortita universitaria, guidata da un Consorzio interprovinciale universitario permanente, nel tempo, si è rattrappita soltanto alla terra di Lecce, trascurando, così, una organica ed effettiva estensione alle terre di Brindisi e Taranto.
Anche, quando, ironia della sorte, si volle passare dal titolo di Università di Lecce a quello più comprensivo di Università del Salento.
Decisione appropriata, che finalmente venne a fregiarsi della parola “Salento”, rimasta – ahinoi – per un lungo periodo, sulla carta e basta, provocando legittime rimostranze e altre intrusioni universitarie a scapito dei presupposti unitari, tenuti poco presenti da distratti reggitori. Da non dimenticare che si svolse pure un “Premio Salento” di autorevole pregio culturale, poi soppresso, e un “Centro Studi Salentini” rigoglioso e poi malamente archiviato.
Conseguenza. Lo sdrucito timbro dell’altezzoso isolazionismo fu, ancora una volta, tirato fuori dal cassetto delle abitudini, dimenticando, con sciocca tenacia, che le concentrazioni, specie se affollate e, a prima vista, differenti possono pure non piacere, ma le corse solitarie restano patetiche, sterili, non concedono gare e avventure, occupando, in contempo, il primo e l’ultimo posto. Anche le surroghe, alle prove dei fatti, in questo campo, pur dotate di studi, di buone volontà e di slanci moderni, sono risultate friabili e inavvedute. Il riferimento è agli accorpamenti territoriali tra Comuni limitrofi, alle Unioni dei Comuni, a formule sofisticate di convergenza. Certo, possono sembrare utili di fronte al nulla. Però, non prosperano e le nostalgie campanilistiche riemergono sovrane. In sintesi, di fatto non muore il vecchio, né sorge il nuovo. Circola l’ibrido del fare perché si faccia qualcosa. Infatti, non si scaccia facilmente l’ombra del campanile, anche dove non esiste.
Ci vuole altro, di pensato, di contemporaneo e di concreto. Innanzi tutto vi è un Salento da riscattare all’unitarietà, pur se, nel tempo, si possono impiantare ulteriori arditezze conseguenziali. Anche le Province, al momento, risultano scompigliate e, ammesso che risorgano come Lazzaro per tardivi pentimenti, non sono più modelli sostenibili alle esigenze del futuro, che pretende uno sguardo oltre la collina, sospinto dagli eventi, che incalzano e pretendono interpretazioni innovative. Il libro di De Matteis si limita alla voce “Salento”, ma l’intera filiera degli Enti locali, ora in sofferenza, chiede revisioni e nuovi traguardi. Anche le Regioni, che il già Presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Saverio Nitti, ai suoi tempi, abbastanza lontani, definì: “funghi di confusione”, non si accorgono, allo stato attuale, di risultare vecchiotte e pesanti. Per giunta si baloccano con istinti di strapotere centralizzato, gonfio di clientele. In aggiunta, si parla e si sparla di “autonomia differenziata”, scelerata prospettiva a favore delle Regioni del Nord senza prima esercitare una sacrosanta solidale “autonomia differenziata” a favore delle Regioni del Sud, che, da secoli, hanno una partenza storica di depressione economica, pur ricevendo l’ipocrita riconoscimento petulante che una Italia, priva della perequazione del Sud, non regge. Il citato richiamo non è fuori tema. Perché, da tempo, nel nostro Paese, non si esercita, in maniera costante ed esemplare, la scienza degli assetti territoriali, più corrispondenti al terzo millennio. Si ama la staticità, che la si ingiuria come tradizione e che, invece, sopporta croniche stoltezze. Allora, si abbia a cuore il ritorno alle radici per dare linfa, dove possibile, a innovative soluzioni. A nuovi virgulti, dotati di buona salute amministrativa e di compattezza, che non saranno del tutto risolutivi, ma, di certo, più consoni ad accordare comuni vantaggi e avanzamenti progressivi per l’aver saputo fare squadra e presentarsi uniti.
Ecco che, sempre di più, si delinea l’esigenza del “Grande Salento”, ancorato ad una sana complementarietà scambievole tra le Province di Lecce, Brindisi e Taranto. Una entità che non si prefigga alcuna scissione o cesura con la restante territorialità della Puglia, attenuando eventuali supremazie cocciute, egemonie metropolitane e baldanze paesane. Quando sarà, diverrà refrigerio per tutti e interscambio solido. Volendo, sarà benefico al vero vivere in comunione. Senza preconcetti e senza pennacchi.
È su questo disegno, antico e nuovo, su cui occorre far planare i tre territori, che alcuni si ostinano a classificare come “area vasta”, rendendola una specie di struttura anonima, quasi una specie di parcheggio delle convenienze.
La stessa dizione di “Terra d’Otranto”, nell’oggi, pur fregiata di benemerenze storiche, può insospettire e produrre remore in quanto localizza una singola città, eletta e cara. Invece, il “Grande Salento” è più appropriato, comprende i tre azionisti e si chiama “grande” non per vanità e vastità territoriale ma per una intrinseca supremazia di forza, consistente nello stare insieme, per operare assieme e sapersi far valere assieme.
Già alcuni segni di incoraggiamento sono alle nostre spalle. Si ha l’Università del Salento; l’aeroporto del Salento; l’Ente portuale del Salento; le Accademie di belle arti e musicali; alcuni presidi giudiziari e giurisdizionali di alto livello, e così via. Espressioni significative, propedeutiche, di tendenza e di lodevoli tragitti compiuti.
Vi è anche da tener presente, nell’accennato contesto, che l’Università del Salento – palestra dei Saperi al servizio della comunità – a giusta ragione, si sente di già “Università dei due mari”, come ama vocarsi, lanciando un nuovo messaggio, che il compianto e illustre Prof. Gino Pisanò, profetizzò e mise in testa ai suoi sogni e alla sua operosità scientifica: quello del “Salento mediterraneo”, in me radicato. Tanto da spingermi a sostenere che noi salentini siamo una piattaforma, che ondeggia in tre mari, considerando il Mediterraneo il lembo più meridionale dell’Unione Europea da valutare non come frontiera ma come cerniera con i mondi africani, settentrionali e mediorientali, divenuti, ora, preda, per giochi nefasti, della Cina e della Russia.
Un “Grande Salento”, in proposito, contiene una vocazione naturale, che si ritrova nelle parole, pronunciate ad Otranto, nel 1980, dal Santo Papa, Giovanni Paolo II. Testualmente, ci ricordò, con lo sguardo rivolto verso l’Albania: «da questa antica terra, protesa, come una testa di ponte verso il Levante, noi guardiamo con attenzione e simpatia alle Regioni dell’Oriente». Una primaria missione, che, anni dopo, nella sua visita a Santa Maria di Leuca, il Papa Benedetto XVI, confermò, sostenendo che non si è al “finibus terrae”, in quel di Leuca. Occorre guardare oltre e altrove. Esortazioni autorevoli, dense di attualità, che il “Quotidiano” da sempre fece sue, declinate dal vice Direttore, Antonio Maglio, che spesso invocava: “l’Oriente che è in noi”.
Sia chiaro, a questo punto focale nello studio di Lino De Matteis, che il “Grande Salento” diventa tale se sfugge all’inclinazione, episodica e contingente, ad essere statico in sé, a tenersi presente per arricchire l’enfasi delle sciocche vanterie.
Il “Grande Salento” pretende una solenne scelta, meditata e irreversibile, che ottenga la convergenza delle pubbliche Amministrazioni del territorio, dei corpi sociali e professionali, degli Enti intermedi.
Si impone, perciò, una plenarietà totale e convinta, arricchita – ecco l’obbligo primario – dall’attivo consenso popolare. Deve anche suonare la sveglia ai dormienti e a quanti, sbagliando, credono che si possa godere diritti civili senza avvertire il rispetto dei doveri, che la nostra Costituzione prescrive.
Rammentando, sempre, che “la Storia siamo noi” e che la memoria storica non ammette amnesie, facili risoluzioni o allegre manomissioni.
L’impegno deve essere notevole, proveniente dal basso, fortemente discusso, scaglionato nel tempo, senza soverchia fretta e senza mollezze ritardanti.
A tal fine, mi piace riprendere un passo degli scritti del grande sociologo barese, Prof. Franco Cassano, da poco scomparso.
È una metafora istruttiva. Sino a dirci: «bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite a nero. Come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo. Perché andare a piedi è sfogliare il libro. Invece, correre è guardare soltanto la copertina».
Non sembri strano se il richiamo del Prof. Cassano possa da me essere assimilato ai passi da compiere per pervenire alla realtà del “Grande Salento”. Né si fraintenda il significato dell’autorevole richiamo.
Si scarta la fretta ma si impreziosisce la lentezza riflessiva, per concedere completezza e penetrazione negli argomenti. Si tratta di convincere un popolo. Avvertiva l’economista Keynes che «il difficile non è convincere le persone alle idee nuove ma convincere le persone ad abbandonare le idee vecchie». È questo l’arduo compito verso il “Grande Salento”, tenendo presente che gli arrangiamenti sono deleteri. Invece, la radicalità va esercitata, ammorbidita dalla giusta causa. Tenendo presente che il “Grande Salento” non vuole essere etichetta scolastica ma una precisa prospettiva necessitata, liberandola anche dai frequenti “inglesismi” al posto delle parole in italiano, un flagello moderno insopportabile che, molte volte, cela il vuoto di idee, omaggiando l’abbaglio di pomposità astruse.
Un’ultima, dolorosa e dolorante, considerazione da non sottovalutare.
Le terre abitate dalle Province di Lecce, Brindisi e Taranto, cioè dall’auspicato “Grande Salento”, nell’oggi, risultano ridotte a un deserto atroce, dove è spento il grido del perduto verde a causa dell’incursione distruttiva provocata dalla “Xylella fastidiosa”, ormai irreversibile. Da noi si è perduto, soltanto, un immenso patrimonio delle mille risorse. Si è annullata anche l’antica, originale, superba identità e si arranca, alla rinfusa e senza guida unitaria, a ricostruire sul danno patito, usando, senza programmazione, reimpianti all’insegna della biodiversità arborea. Lavoro lungo, impegnativo, qualificato. Perciò anche questa immensa calamità, reclama un attivo “Grande Salento”, dove – va ripetuto – non si deve più arrestare la “Xylella”, che ha fatto terra bruciata, ma modellare, con tempi lunghi, la nuova identità futura, da rendere attrattiva al pari di quella incenerita. Necessita, in merito, di approntare un piano specifico, mirato, che spetta alla Regione, costituzionalmente responsabile del settore agricolo, redigere con leggi e con studi comparati.
E, ora, grazie a chi ha avuto la pazienza di leggermi. Grazie a Lino De Matteis e alla casa editrice “Grifo” e ai suoi “ragazzi”, a me tanto cari sin da quando ebbero stroncato dalla cieca violenza, il padre-fondatore. Grazie anche ai miei quasi 98 anni, messi a dura prova. Mi preme confessarvi che a me le prefazioni non piacciono molto, anche se ne ho scritte tante. Sarebbe meglio evitarle e lasciare il giudizio sui libri al gusto dei lettori.
Anche perché ho letto che le prefazioni sono un’arte difficile e misteriosa, in quanto si tratta di marcare la soglia di accesso di un libro. E io, per vero, stento a comprendere il difficile e il misterioso.
Al termine dei miei pensieri espressi unisco brevi versi di un non poeta e di un vero grande Poeta.
La poesia serve. È liberazione. È memoria storica. È emozione e, senza saperlo, spesso, colti e incolti riescono a ricavare parole in versi, nascoste nel comune nido del silenzio. Soprattutto, quando, per tanti motivi, la prosa si mostra stanca e stordita, spunta la benefica rugiada del verso, che rinfranca, affresca, concede godimento, ravviva.
Il non poeta, scandisce il seguente augurio, che riporto:
Mio grande, incantevole Salento
non divenire sudicio lembo
di ultime terre, abbrustolite
dal sole e dai mari sferzate.
Incombe il rischio
di vederti svenduto al primo,
danaroso bifolco che passa,
ignaro, per giunta, del tuo sangue,
che, da secoli, irriga le tue zolle,
oggi divenute tumulo di ceneri
del verde, succhiato e disperso.
Si freni il pianto.
Ergi la testa, pur senza chiome,
verso il futuro,
che, volendo, dentro di te, tu hai.
Passo alla sofferta poesia, quella di Vittorio Bodini, mio docente di italiano (1943):
Cade a pezzi quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto di bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e di ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.
Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.
Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.
Riscattiamo questo lungo buio, che include la notte della memoria corta. Accendiamo, la luce della memoria storica. In tal senso si colloca l’assoluto bisogno di un “Grande Salento”. Se mancherà nel domani, che viene, ci resterà soltanto la fascia al lutto e rimarremo esuli nella solita ristretta casa, per giunta dalla porta chiusa e in gretta contemplazione di noi stessi, spacciando l’illusione che ancor si vive.
Giacinto Urso


















