Pantaleone PAGLIULA
L’entrata nel cuore dell’inverno e il freddo di questi giorni mi invitano a una riflessione sulla fragilità dei nostri equilibri climatici, sulla vulnerabilità del nostro Pianeta e su come la crisi climatica, ormai evidente in ogni stagione dell’anno, incide in modo crescente sulle economie e sulle società non risparmiando nessun continente.
Solo nel 2024, sono scomparsi 6,74 milioni di ettari di foreste tropicali. Questo dato, il più alto degli ultimi vent’anni, ci dice che ogni minuto perdiamo un’area di foreste tropicali pari a diciotto campi da calcio che serve a custodire oltre il 60% della biodiversità mondiale e rappresenta un presidio fondamentale per la stabilità del clima.
Eppure, attività economiche come l’espansione agricola, l’estrazione mineraria e il commercio di materie prime come soia, carne bovina, olio di palma, legname continuano ad accelerarne la sua distruzione con ripercussioni immediate come minore sicurezza alimentare, scarsità di risorse, sistemi produttivi più fragili. I disastri climatici in termini economici nell’anno 2025, da poco concluso, sono costati più di 120 miliardi di dollari.
Gli Stati Unici, con il presidente Trump che spinge sfacciatamente per il fossile, risultano essere il Paese più vulnerabile e che spende più soldi al mondo per gli effetti della crisi climatica. Solo gli incendi in California dello scorso anno sono costati 60 miliardi di dollari di danni e la morte di oltre 400 persone.
In Europa lo scenario non è incoraggiante considerando che oltre l’80% degli habitat protetti si trova in condizioni critiche o compromesse e la capacità dei suoli e delle foreste di assorbire carbonio si è ridotta del 30% nell’ultimo decennio.
L’Italia, che ospita una delle biodiversità più ricche del continente, affronta pressioni crescenti dovute al consumo di suolo, all’inquinamento delle acque, all’urbanizzazione e agli effetti sempre più visibili del cambiamento climatico.
Da queste considerazioni risulta evidente che la crisi ambientale non può più essere considerata come un tema separato dalle politiche economiche.
I servizi che la natura offre, dalla regolazione climatica alla fertilità dei suoli, dalla disponibilità d’acqua alla protezione contro gli eventi estremi, sono essenziali per il funzionamento del sistema economico anche se raramente compaiano nei bilanci.
La perdita di biodiversità può dunque generare rischi di collasso di interi sistemi finanziari, incidendo sulla produzione, sulle catene di approvvigionamento e sulla capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.
Anche I conflitti armati in corso, oltre a rappresentare una tragedia umana, contribuiscono in modo significativo ad aggravare la crisi climatica con la distruzione di habitat, perdita di biodiversità, inquinamento acustico e luminoso, contaminazione da sostanze chimiche altamente dannose per la salute e per l’ambiente chiamate PFSA.
Purtroppo si fa forza a capire che di fronte a sfide climatiche, geopolitiche e sociali che si intrecciano sempre più, investire nella tutela della natura non è solo un gesto idealistico, ma anche una scelta di lungimiranza economica.
Proteggere gli ecosistemi significa rafforzare la resilienza delle nostre economie e preservare le condizioni necessarie a uno sviluppo davvero sostenibile per oggi e per le generazioni che verranno.
Il cambiamento climatico sta amplificando in modo evidente e certificabile gli eventi estremi in tutto il mondo, incrementandone l’intensità e i costi in termini di vite umane perse, mezzi di sussistenza distrutte ed economie pesantemente danneggiate.
Quello a cui abbiamo assistito nel 2025 e che è documentato da tempo non è un avvertimento per il futuro: è la realtà attuale.


















