Nazareno VALENTE
Tra Settecento ed Ottocento la questione alimentò vivaci discussioni coinvolgendo rinomati storici e semplici cronisti.
Motivo del contendere: Rudiae, località celebre tra i cultori delle antichità per aver dato nel lontano 239 a.C. i natali a Quinto Ennio — autore a cui senza esitazione Cicerone assegnava la palma di sommo poeta epico della latinità1 — che sembrava svanita nel nulla. Si era d’accordo solo su un punto che questa scomparsa cittadina si trovasse in quella regione che i Greci chiamavano Messapia, ma che i nostri antichi concittadini denominavano insieme ai Romani Calabria, e noi moderni Salento. L’effettiva collocazione era oggetto invece di discussioni senza fine: c’era chi affermava che Rudiae avesse sede tra Ceglie ed Oria; chi vicina ad Ostuni; chi dalle parti di Carovigno; chi prossima a Grottaglie ed, infine, chi alle porte di Lecce. In pratica ciascuno tirava acqua ai resti archeologici che si trovavano nei pressi della propria città, rendendo difficile ogni possibile soluzione.
Ad un certo punto però due opinioni presero il sopravvento: quella che indirizzava al sito archeologico di Pezza Petrosa, nel comune di Villa Castelli nei pressi della provinciale che porta a Grottaglie, e quella che preferiva i resti di Rugge posti di fatto nella periferia di Lecce e distanti dal centro abitato non più di tre km. Finì così per essere una specie di derby tra Grottaglie e Lecce e, come tutte le stracittadine, il cimento si svolse a colpi di ricostruzioni storiche con articoli sempre meno accademici e sempre più polemici, oltre che pungenti nei confronti del convincimento altrui. Quando ormai si era prossimi alle offese, riuscì a tacitare tutti — più che a metterli d’accordo — un mostro sacro dell’epoca, la cui opinione non poteva essere certo messa in discussione da anonimi studiosi. Si trattava di Theodor Mommsen, a buona ragione ritenuto il maggiore classicista del XIX secolo, il quale sostenne, sulla base del ritrovamento di un’epigrafe dalle parti di Monteroni di Lecce che dava testimonianza della presenza in quei pressi di un “municipio rudino”, che Rudiae non poteva che identificarsi con i resti archeologici siti in località Rugge, sulla strada che va verso San Pietro in Lama. Un parere così autorevole fu sufficiente e, da quel momento in poi, l’opinione di Mommsen divenne un punto fermo che nessuno osò più mettere in dubbio, a parte qualche mugugno, però sempre più flebile, di chi continuava a pensarla diversamente.
La cosa sembrava così scontata — e lo è tuttora, basterebbe interrogare l’AI per rendersene conto — che anch’io, in genere portato a mettere tutto in discussione, mi adeguai collocando Rudiae accanto a Lecce2.
Ora, però, mi pento d’averlo fatto.
Il convincimento che Mommsen fosse nel giusto ha incominciato a vacillare quando sono andato dietro ad una curiosa nota redatta da un traduttore della “Geografia” di Strabone, storico e geografo attivo tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. Per la precisione la nota lamentava errori di calcolo fatti da Strabone nel computo della lunghezza del periplo della penisola salentina, proprio mentre si soffermava a parlare di Rudiae3. Per deformazione professionale — sono pur sempre uno statistico, sebbene appassionato di storia — non c’è nulla che stimoli la mia attenzione più dei numeri. Così, andando dietro agli ipotetici errori di Strabone, ho scoperto che Mommsen non aveva risolto nulla, anzi aveva assunto per buona la soluzione forse meno credibile. Questo almeno sulla base di quel poco che c’è rimasto delle fonti letterarie antiche che trattano di Ennio, di Rudiae e delle questioni ad essi inerenti.
Riesaminiamo pertanto insieme gli indizi giunti sino a noi partendo dallo scenario entro cui si svolge questa nostra storia.
Quando nacque Ennio, l’allora Calabria (figura n. 1) era stata conquistata dai romani da circa trent’anni ed era abitata dai Calabri (zona 1) stanziati lungo la costa adriatica e nel centro della costa ionica; dai Sallentini (zona 2) dimoranti nel sud della costa ionica; dai Greci di Taranto (zona 3) nel nord-ovest ed infine (zona 4) dai Latini della colonia di Brindisi; Brindisi che in precedenza era stata Calabra. Nella cartina ritroviamo le principali località del tempo e Rudiae collocata lì dove ipotizzato da Mommsen.

Per meglio collegare quanto diremo successivamente, è utile ricordare che strutturalmente Roma aveva imposto alle città conquistate due diversi regimi istituzionali.
A Brindisi aveva dedotto una colonia latina, che serviva sia per controllare i territori appena conquistati, sia per diffondere nel tempo la latinità in tutta la regione. Le colonie latine, da non confondere come concetto con quelle ottocentesche che erano tutt’altra entità, pur essendo strettamente collegate a Roma, godevano di un’ampia autonomia avendo propri organi e battendo moneta. I coloni erano per lo più Romani che avevano rinunciato alla cittadinanza romana, acquisendo quella latina, ma anche Latini e gente del posto che aveva accettato la nuova forma di governo. Quindi Brindisi aveva una popolazione mista, composta da Romani, Latini e Brindisini tutti però in possesso della cittadinanza latina e la cui lingua ufficiale era conseguentemente il latino.
Con tutte le altre città dell’allora Calabria, compresa Taranto, Roma aveva invece stipulato un foedus (un accordo, e per questo motivo, erano dette città federate) in forza del quale le varie comunità potevano adottare autonome forme di governo, mantenendo la propria lingua ed i propri costumi originari, ma private della possibilità di svolgere una propria politica estera. Era pertanto Roma che, a nome delle città federate, trattava con ogni altro Stato regolandone qualsiasi rapporto. In altre parole questo voleva dire che stabiliva Roma se le comunità dovessero essere in pace o in guerra con gli altri stati e quindi quali fossero i loro amici e quali i nemici. Al pari delle colonie latine, quando Roma lo richiedeva, le città federate erano obbligate a fornire propri contingenti militari strutturati in reparti ausiliari ben distinti dalle legioni romani, anche riguardo ai simboli ed ai gradi adottati.
In definitiva, ai tempi di Ennio, le comunità continuavano ad usare le proprie lingue originarie, il greco i Tarantini ed il messapico4 le città calabre e sallentine. L’unica eccezione era costituita da Brindisi che, in quanto colonia di diritto latino, aveva adottato la lingua dei conquistatori, vale a dire il latino.
Il diverso stato giuridico comportò inoltre che Brindisi, proprio perché più strettamente legata all’Urbe, fosse favorita in ogni modo rispetto alle altre comunità e, con il tempo, assunse una posizione di evidente e netto predominio nella zona. Il porto di Taranto, che sino all’arrivo dei Romani era stato il centro favorito dai traffici provenienti dalla Grecia, in parte decadde e subì la crescita di quello brindisino che lo soppiantò divenendo il polo quasi esclusivo dei commerci con l’Oriente. Da Brindisi incominciarono a passare persone, merci ed idee facendola divenire una delle più rinomate metropoli del futuro impero, mentre Taranto ed il resto del mondo salentino subivano un evidente ridimensionamento. In più Brindisi, grazie alla sua latinità, poteva trattare con Roma in posizione privilegiata rispetto alle altre città che invece, sebbene formalmente alleate, erano di fatto costrette a subire uno stato di palese sudditanza.
Passando a Ennio si è certi che fosse nato a Rudiae: lo attestano praticamente tutti gli autori antichi che si soffermano su questo aspetto. Cicerone lo chiama «uomo di Rudiae» («Rudinum hominem»5), mentre Silio Italico, Strabone e Mela6 lo affermano più o meno esplicitamente.
L’unico a non essere d’accordo è san Girolamo che lo dice tarantino7. Tuttavia san Girolamo lo dichiara in una traduzione per sua stessa ammissione alquanto libera del “Chronicon” di Eusebio di Cesarea, forse equivocando su un’espressione di Svetonio. Lo storico del periodo imperiale riportava infatti nella sua opera che Ennio era mezzo greco8, ma l’affermava nel senso che, pur non essendo il greco la sua lingua madre, lo conosceva talmente alla perfezione da insegnarlo. Ed è per altro lo stesso Girolamo a riportare in una parte successiva del suo medesimo scritto che le ossa del poeta furono traslate a Rudiae9, e non a Taranto, come sarebbe avvenuto se vi fosse nato. In aggiunta è Ennio stesso che rivendica origini calabre, ritenendosi discendente del re Messapo10 e a far sapere che era nato a Rudiae11. Per cui della sua parola non possiamo certo dubitare.
Allo stesso modo si può dare per scontato che Rudiae si trovasse nell’allora Calabria: lo affermano Ovidio12, le annotazioni di Servio ai versi di Orazio13, Strabone14 e Silio Italico che per altro precisa che furono i Calabri a «mandarlo dalla loro ispida terra»15. Il che serve a chiarire che Rudiae era – o era stato – un insediamento calabro e non sallentino.
Maggiori informazioni sulla collocazione di Rudiae ci sono state fornite invece da quattro autori che scrivono in periodi molto diversi tra loro e che, per questo, elenco in ordine cronologico: Strabone, Pomponio Mela, Plinio il Vecchio e Claudio Tolomeo.
Strabone, il più vicino ad Ennio, scrive su Rudiae nella sua “Geografia” all’incirca verso il 20 d.C. usando però con ogni probabilità come fonte Artemidoro, la cui opera scritta qualche decennio prima è andata perduta, e descrivendo quindi una situazione ben anteriore ai suoi tempi e di fatto precedente all’avvento delle regioni augustee.
Va a questo punto premesso che, come qualsiasi autore antico, anche Strabone va interpretato per quello che dice ma, mi verrebbe da dire, soprattutto nei suoi silenzi. Come capita infatti in scritti recenti, anche in antichità si omettevano le informazioni ritenute scontate. Tanto per intenderci, se dovessimo raccontare di un viaggio fatto ad esempio da Otranto a Brindisi — vale a dire tra due città che si trovano sul mare e sulla stessa costa — non preciseremmo certo che per compierlo abbiamo seguito una via terrestre, per il semplice motivo che lo diamo per sottinteso. Mentre, se avessimo preso un traghetto e seguito la via di mare, lo avremmo reso esplicito. Ai tempi di Artemidoro e Strabone era esattamente il contrario: i viaggi per mare erano quelli più usuali per cui per andare da Otranto a Brindisi era implicito che si sarebbe seguita la via marittima, e la precisazione sarebbe stata fornita solo se fosse stata seguita la via di terra.
Si deve poi tenere presente che allora non c’erano carte geografiche come le nostre ma solo itinerari, in cui le località erano elencate mano a mano che si raggiungevano nel senso della percorrenza inizialmente scelta. Per questo nel descrivere un’isola o una penisola i geografi utilizzavano per lo più il periplo, mentre per gli altri territori seguivano un itinerario in una direzione prefissata, ad esempio da nord a sud o da sud a nord.
Non a caso, per descrivere la penisola salentina, Strabone usa per l’appunto il periplo ed elenca così i vari tragitti che devono essere percorsi per completarlo, fornendo di volta in volta la loro lunghezza ed omettendo il mezzo usato se si seguiva la via usuale, vale a dire quella marittima.
Per inciso, Strabone ci fa sapere che Rudiae è una città greca — intendendo con tale specificazione che era di origine arcaica, com’era nella tradizione degli autori greci di considerare le più antiche città calabre di fondazione cretese — e che è collocata nell’entroterra16. Poi, fornita l’informazione che il periplo della penisola salentina misura 1400 stadi17, inizia a percorrerlo partendo da Taranto. Ecco pertanto la descrizione del suo viaggio limitato alle parti di nostro interesse (figura n. 2): «Compiendo il periplo da Taranto verso Brindisi s’incontra dopo 600 stadi il piccolo centro di Baris, ora chiamato Veretum, che si trova alla punta del territorio salentino… Di lì a Leuca c’è una distanza di ottanta stadi… Da Leuca alla cittadina di Otranto sono 150 stadi; di là a Brindisi 400»18. Nel compiere questo itinerario precisa che da Taranto a Baris «è molto più comodo il percorso terrestre»19 sottintendendo in tal modo che negli altri tragitti, si segue un percorso marittimo, compreso quindi quello da Otranto a Brindisi.

A questo punto Strabone inserisce una digressione riguardante l’isola di Sason che «si trova a mezza strada tra l’Epiro e Brindisi»20 affermando che, a volte, da Sason, invece di andare direttamente a Brindisi, «si piega a sinistra sino ad Otranto da dove, atteso il vento favorevole, si prosegue sino ai porti di Brindisi» («διόπερ οἱ μὴ δυνάμενοι κρατεῖν τῆς εὐθυπλοίας καταίρουσιν ἐν ἀριστερᾷ ἐκ τοῦ Σάσωνος πρὸς τὸν Ὑδροῦντα, ἐντεῦθεν δὲ τηρήσαντες φορὸν πνεῦμα προσέχουσι τοῖς μὲν Βρεντεσίνων λιμέσιν»21).
Il passo successivo («ἐκβάντες δὲ πεζεύουσι συντομώτερον ἐπὶ Ῥοδιῶν πόλεως Ἑλληνίδος, ἐξ ἧς ἦν ὁ ποιητὴς Ἔννιος») viene formalmente tradotto in due modi diversi22.
In quello che trova maggiori sostenitori si prosegue così: «Oppure, sbarcati [a Otranto], vi si giunge [a Brindisi] per una via più breve che passa per Rudiae, città greca della quale era originario il poeta Ennio». Mentre altri, traducono in quest’altra maniera: «E, una volta sbarcati qui [a Brindisi], procedono a piedi per una via alquanto breve verso Rudiae, città greca della quale era originario il poeta Ennio».
Nel primo caso, Rudiae verrebbe a trovarsi tra Otranto e Brindisi — e quindi nella collocazione prevista dal Mommsen — e, non a caso, è la traduzione preferita da chi identifica Rudiae con i resti archeologici di Rugge. Mentre nel secondo caso, Rudiae verrebbe a trovarsi dopo Brindisi e, quindi — dichiarano i sostenitori dell’ipotesi Pezza Petrosa — sulla strada che va verso Taranto.
Nel primo caso però ci si basa sull’ipotesi che il tragitto terrestre che passa per Rudiae sia più breve di quello marittimo indicato in precedenza. Cosa che però contrasta con la realtà. E basta guardare la cartina per constatare che è addirittura il contrario.
Di fatto anche attualmente il percorso stradale da Otranto a Brindisi è, sia pure non di molto, superiore a quello marittimo. Figuriamoci in antichità in cui i sentieri, in presenza di ostacoli naturali, erano costretti ad aggirarli e non a scavalcarli come le moderne strade consentono, allungando di conseguenza il percorso, mentre i tragitti marini erano più brevi, perché la stazza dei navigli era tale che consentiva di tenersi vicini alla costa e di compiere un arco di curva meno ampio.
La traduzione che pone Rudiae sulla via che va da Otranto a Brindisi è pertanto del tutto irrealistica. Ne consegue che Rudiae non può che essere posizionata dopo Brindisi, ma, a mio giudizio, non, come vorrebbero i fautori di Pezza Petrosa, sulla via che va verso Taranto, quanto piuttosto su quella che va verso il nord. Mi induce a crederlo proprio il presunto errore di conteggio che il traduttore imputa a Strabone.
Vediamo pertanto quale sarebbe questo errore di calcolo.
Come già riportato, Strabone ha premesso che il periplo è di 1400 stadi. Mentre il traduttore, nel sommare le distanze dei vari tragitti indicati, ottiene giustamente: 600 + 80 + 150 + 400, vale a dire 1230 stadi. Per cui lamenta una differenza di 170 stadi che ritiene dovuta alla circostanza che Strabone abbia sbagliato a fare la somma.
Il traduttore però perviene a questa conclusione presupponendo che il periplo sia stato di fatto completato giungendo a Brindisi. Ma così non può essere per il semplice motivo che Brindisi non era certo la località più a nord della Calabria e che il periplo in effetti si conclude a Rudiae, che non a caso Strabone inserisce nell’ultimo tragitto. Di conseguenza, a mio avviso, i 170 stadi mancanti non sono altro che la distanza che intercorreva da Brindisi a Rudiae.
Fosse così, Rudiae non troverebbe collocazione né accanto a Lecce, né ad ovest di Brindisi, nei pressi di Grottaglie, ma a nord nell’entroterra, alla distanza di 170 stadi (all’incirca 30km) da Brindisi, presumibilmente nella porzione della Valle d’Itria che faceva da confine tra la colonia di Brindisi ed il territorio dei Peuceti, popolazione questa che risiedeva nell’attuale provincia di Bari23. E dal momento che la prima città peuceta che s’incontrava passato il confine era Egnazia, tra questa città e Brindisi.
Questa la mia ipotesi che, in quanto tale, va necessariamente verificata con tutti gli altri dati in nostro possesso per poterle assegnare una qualche credibilità.
Iniziamo con Ovidio, il quale scrive: «Ennio meritò, sebbene nato tra le alture calabre, di essere sepolto vicino a te, grande Scipione» («Ennius emeruit, calabris in montibus ortus / contiguus poni, Scipio magne, tibi»24). Di là dell’ammirazione che traspare da questi versi, si evince in maniera chiara che Ennio era nato in una zona della Calabria in cui erano presenti alture. Di conseguenza da questo punto di vista appare più verosimile una località della Valle d’Itria che una cittadina di pianura come Rugge.
Ancor più significativo il passo in cui Gellio ricorda che «Ennio diceva di avere tre anime in quanto parlava greco, osco e latino» («Ennius tria corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret»25). Dal che emerge in maniera evidente come Rudiae si trovasse ai confini di tre mondi: quello greco identificato da Taranto; quello osco parlato anche dalla gente peuceta e quello latino rappresentato in quel particolare momento storico dalla colonia brindisina. Si noti poi che l’unica lingua, ovvero l’unica anima, di cui non affermava di essere in possesso era proprio quella messapica identificabile con Rugge.
Ancora una volta la zona della Valle d’Itria s’intona molto più di Rugge, che non aveva significativi contatti con i Peuceti e che in aggiunta non aveva ancora nulla di latino.
Che la vera natura di Ennio fosse poi quella latina lo certifica tutta la sua produzione letteraria, Svetonio che lo dichiara, come già riportato, mezzo greco ed anche un passo poco considerato di Silio Italico che, nel ricordare la partecipazione del poeta alla seconda guerra punica, afferma che «combatteva nelle prime file, la destra onorata della latina vite» («Miscebat primas acies, Latiaeque superbum / Vitis adornabat dextram decus»26).
Ora abbiamo già riportato che, quando Roma era impegnata in un conflitto bellico, le città federate e le colonie latine fornivano contingenti militari che operavano in reparti ausiliari ben distinti da quelli romani. Ebbene, se Rudiae avesse avuto una collocazione prossima a Lecce, Ennio avrebbe combattuto in un reparto calabro. Nel passo di Silio Italico si desume invece in maniera incontrovertibile che Ennio faceva parte di un contingente latino. La vite latina era infatti una tipica insegna dei reparti latini, indossata da chi aveva il grado di centurione. Inevitabile conclusione: il reparto in cui militava il poeta, essendo latino, non poteva che essere quello messo a disposizione dalla colonia di Brindisi.
Se non bastasse, mettendo insieme le testimonianze di Plinio il Vecchio27 e di san Girolamo28, si viene a sapere che la sorella di Ennio risiedeva stabilmente a Brindisi dove infatti nacque il figlio Marco Pacuvio, altra gloria latina. Grazie al drammaturgo Pompilio, allievo di Marco Pacuvio, apprendiamo che questi era a sua volta allievo di Ennio («Pacui discipulus dicor; porro is fuit <Enni>»29). Il che induce a credere che, per fare da maestro a Pacuvio, anche Ennio dovesse risiedere a Brindisi e che magari Rudiae facesse addirittura parte del territorio della colonia brindisina, se il trasferirsi da una località all’altra era così usuale.
Tornando alla possibile collocazione di Rudiae, anche Pomponio Mela, un paio di decenni dopo Strabone, testimonia che la patria di Ennio si trovava a nord di Brindisi, ai confini con la terra dei Peuceti. Nella sua descrizione che utilizza un itinerario che va da nord a sud afferma infatti: “Dopo vi sono Bari, Egnazia e Rudiae, celebre per il suo cittadino Ennio, e già in Calabria Brindisi, Valesio e Lecce”. Come dire che anche per Mela Rudiae era posizionata tra Brindisi ed Egnazia («post Barium et Gnatia et Ennio cive nobiles Rudiae, et iam in Calabria Brundisium, Valetium, Lupiae…»30).
Lo stesso vale pure per Plinio il Vecchio che scrive mezzo secolo dopo Strabone: «Confinante con Brindisi è il territorio dei Pedicoli [Peuceti]… Le città dei Pedicoli sono Rudiae, Gnatia e Bari…» («Brundisio conterminus Poediculorum ager… Poediculorum oppida Rudiae, Gnatia, Barium…»31). In altre parole, a nord di Brindisi, c’era Rudiae, poi Egnazia ed infine Bari.
Queste due testimonianze, che in maniera inequivocabile collocano Rudiae tra Brindisi ed Egnazia, sono state ritenute non attinenti da Mommsen, in quanto riportano che Rudiae era situata nella terra dei Pedicoli e non in quella dei Calabri. Per cui, ad avviso dell’illustre studioso, Mela e Plinio il Vecchio stanno parlando di un’altra Rudiae. Peccato che Mommsen non abbia tenuto presente che i due autori, nel fare le loro descrizioni, utilizzavano la nuova configurazione geografica conseguente alle regioni augustee. Queste ultime accorpavano infatti le località per scopi prettamente statistici, quali ad esempio la raccolta dei voti dati dalle comunità sui progetti di legge e l’effettuazione delle leve militari, e tenevano poco in conto gli aspetti etnici. Per questo motivo c’erano comunità calabre inserite insieme a quelle peucete che conseguentemente venivano classificate per tali. Questo fluttuare da una zona amministrativa all’altra delle località di confine è un fenomeno per altro riscontrabile anche in tempi più recenti. Si pensi per esemplificare a Fasano e Cisternino che, all’istituzione nel 1927 della provincia di Brindisi, divennero località brindisine da baresi che erano state in precedenza. Non per questo vengono considerate due Fasano o due Cisternino distinte. Evidente quindi che Strabone, Mela e Plinio parlano della stessa Rudiae solo che, scrivendo in tempi diversi, la inseriscono in contesti i cui riferimenti geografici sono in una qual certa misura differenti.
La Ῥουδία (Roudìa) descritta da Tolomeo è invece in effetti altra località rispetto a Rudiae, visto che è collocata a nord di Nardò ed è dichiarata esplicitamente sallentina, e non calabra32. D’altra parte Tolomeo scrive circa un secolo dopo Mela, quando la nostra Rudiae è un villaggio che va scomparendo, tanto è vero che, decenni prima, Silio Italico la dice degna di essere citata solo per aver dato i natali ad Ennio («Nunc Rudiae solo memorabile nomen alunmo»33). Come dire che già nel I secolo era ridotta ad un modesto vicus. Tuttavia, quest’ultima affermazione di Silio Italico si accorda poco con l’epigrafe su cui Mommsen si è basato per ipotizzare che Rugge era l’antica Rudiae. L’epigrafe testimonierebbe infatti in maniera chiara che la patria di Ennio, al tempo dell’imperatore Adriano, e quindi nel II secolo, non era un vicus ma un municipio.
Di questa epigrafe tutte le opere riportano il testo, senza però mai mostrarla. Lo ha fatto Armando Polito in un articolo pubblicato nel 2014 sul sito della Fondazione Terra d’Otranto34. Ebbene nella foto fatta da Corrado Notario (figura n. 3) si può notare innanzitutto che l’epigrafe ha affrontato bene il tempo, in quanto non dimostra neppure alla lontana gli anni posseduti. La si direbbe vecchia di appena qualche secolo, mentre ne dovrebbe avere alle spalle più di diciannove.

Non solo, racconta una storia alquanto inverosimile: quella del rudino Marco Tuccio Ceriale, figlio di un liberto, che, pur avendo avuto una vita terrena breve, era riuscito nell’impresa di ottenere tutta una serie di riconoscimenti difficilmente raggiungibili anche da un rampollo di nobile ed antica schiatta.
Elenchiamoli: cavaliere (e qui siamo nel campo del possibile) fornito di cavallo pubblico, un onore che in genere solo le famiglie di cavalierato secolare potevano vantare; patrono del municipio, quando nella stragrande dei casi lo divenivano esponenti influenti delle città più in vista, Roma in particolare; quadrumviro edile di Rudiae e parimenti edile di Brindisi. Ora per quello che si sa, a Brindisi potevano concorrere a diventare quadrumviri edili solo i Brindisini. Dal momento che Marco Tuccio era Rudino e di un altro municipio, avrebbe potuto risiedere a Brindisi solo in qualità di incola, termine questo con cui si designava il forestiero che otteneva la possibilità di dimorare in un municipio diverso da quello di origine. Ebbene tale status non consentiva in linea di principio l’accesso alle più alte cariche municipali a cui comunque si perveniva alla fine di una lunga carriera politica e non certo in giovane età. Mentre Marco Tuccio lo era diventato addirittura in due diversi municipi, uno dei quali quello molto prestigioso di Brindisi, pur essendo figlio di un liberto ed in aggiunta da forestiero. Serve poi osservare che di fatto Tuccio, nell’assumere incarichi pubblici, ha dovuto violare una delle regole maggiormente seguite, vale a dire quella che non consentiva di fare al tempo stesso attività commerciale, cui si dedicavano i cavalieri, e carriera politica.
Passando poi alla confezione in sé, lo stile calligrafico del testo e la cattiva gestione dello spazio dell’epigrafe, con righe di troppa ineguale grandezza tra loro, fanno pensare a mani e menti diverse da quelle di un artigiano e di un erudito del II secolo. Senza contare che il municipium in pieno rigoglio che vorrebbe rappresentare contrasta con la modesta consistenza della Rudiae descritta, come già rilevato, da Silio Italico. In tal senso va sottolineato che pure altri ben più consistenti reperti archeologici lasciano presagire una Rugge ricca e piena di risorse, tanto da potersi permettere l’edificazione in epoca traianea di un anfiteatro in grado di ospitare circa 8.000 spettatori, che contraddice in maniera evidente con la modestia accertata della Rudiae dello stesso periodo.
In definitiva, data l’inaffidabilità dell’epigrafe conservata a Monteroni di Lecce35, non c’è nessuna traccia che pone in collegamento Rugge con la Rudiae di Ennio: brano di autore antico o tardoantico; documento o reperto archeologico che sia. In questa totale assenza di prove che sostengano l’ipotesi che viene data per scontata da tempo, non si può non dare credito alle fonti letterarie antiche e a tutti gli altri indizi già elencati e a mettersi a verificare la possibilità che Rudiae fosse collocata in realtà da tutt’altra parte. In particolare, come ipotizzo, in Valle d’Itria a nord-ovest di Brindisi.
Se non c’è traccia di Rugge in nessuna fonte letteraria antica, così non è in periodo medievale. Guidone, un cronista del XII secolo, ne parla sia pure di sfuggita chiamandola Ruge. L’opera di Guidone, in genere poco valutata, è infatti l’unica che, dopo essersi soffermata a parlare di Lictia (Lecce), dà nota che «congiunta ad essa si riconosce la città di Ruge» («Cui coniuncta civitas Ruge dignoscitur»36). Non solo, nel capoverso successivo, Guidone parla anche di Ennio dichiarando che era nato a Taranto37, perpetuando così l’errore di san Gerolamo ma facendoci nel contempo comprendere che neppure nel XII secolo Rugge veniva creduta la Rudiae di Ennio.
Una simile ipotesi fece capolino per la prima volta nel De situ Iapygiae, dove Antonio De Ferrariis, meglio conosciuto con il nome accademico di Galateo, proprio contestando l’affermazione di Guidone sulla nascita di Ennio a Taranto, così conclude: «Io so solo questo per certo perché lo deduco per supposizione basandomi anche sulle iscrizioni incise sulle pietre, che questa città è Rudiae, quella che si trova vicino a Lecce dove nacque il poeta Quinto Ennio» («Hoc tantum habeto a me, quod coniectura, et lapidum inscriptionibus compertum habeto, has esse Rhudias, quae. Lupiis conterminae sunt, et in quibus natus est Q. Ennius Poeta»38).
Quali fossero state le sue congetture e, soprattutto, a quali iscrizioni egli si riferisse non è dato di sapere, pertanto bisogna fidarsi delle sue sole parole. Ed allo stesso modo, caduto ora l’avallo dell’epigrafe di Monteroni di Lecce, occorrerebbe fare atto di fede per continuare a credere all’ipotesi del Mommsen che la Rudiae di Ennio è da identificarsi con Rugge.
In aggiunta rientra tra i misteri la circostanza che, sinora, nessuno abbia sollevato dubbi sull’autenticità dell’epigrafe e ci sia voluto un dilettante, quale mi reputo, per richiamare l’attenzione su un reperto già in sé sospetto e che solleva più di un dubbio sia per il suo contenuto, sia per come è stato confezionato.
Un altro mistero è costituito dalla stessa Rugge. Per quanto a mio avviso non abbia dato i natali a Quinto Ennio, resta pur sempre un sito di notevole importanza archeologica. In particolare desta stupore come due comunità di quella entità, come Rugge e Lupiae, abbiano potuto coesistere nel II secolo d.C. indipendenti l’una dall’altra, pur trovandosi a stretto contatto e, in tal senso, violando un principio per certi versi assoluto che prevedeva che ciascuna città avesse l’uso esclusivo delle zone adiacenti.
Per quanto del tutto ipotetica, e tutta da verificare, una soluzione potrebbe esserci.
Occorre tuttavia ritornare indietro nel tempo quando Ennio da centurione combatteva nelle file della colonia latina di Brindisi contro Annibale.
Riavvolgiamo il nastro sino al 218 a.C. nel mentre l’arrivo e gli iniziali successi del Cartaginese riaccendono le aspirazioni di indipendenza di quasi tutte le ex colonie greche e di molti popoli italici i quali, convinti che i Romani stiano ormai per soccombere, defezionano schierandosi con i Punici. Tra i defezionisti è presente sicuramente Taranto e, per quanto mai chiarito quali, altri centri dell’allora Calabria. Livio li indica con disprezzo città insignificanti («ignobiles urbes»39), senza lasciar capire se il tono usato fosse per minimizzare l’accaduto oppure per rimarcare il loro infedele comportamento. È invece certo che Brindisi rimase fedele a Roma e si oppose con forza ad Annibale, tanto da essere espressamente citata tra le diciotto colonie il cui aiuto aveva consentito di far restare saldo il dominio romano. Altro dato certo è che l’Urbe, ripreso il controllo della situazione, si vendicò del torto subito e usò la mano pesante nei riguardi degli alleati che avevano violato i patti, imponendo clausole ancor più restrittive nei foedera stipulati. In particolare Taranto si vide costretta a cedere parte del suo territorio. Sicché, a nord della città, in una zona strategica dell’antica periferia greca che dava diretto accesso al porto del Mar Piccolo, Roma fondò nel 123 a.C. Neptunia, una colonia di diritto romano con l’intento di attuare un controllo più diffuso sulla cittadina ionica.
Evidente che pure gli altri centri defezionisti dovettero cedere parte del proprio territorio e, anche in questi casi, nelle zone di maggior prestigio Roma dovette attuare delle forme di controllo che di fatto crearono due comunità istituzionalmente distinte, pur se a stretto contatto, come accaduto a Taranto. Di fatto la coesistenza di Rugge e Lupiae è del tutto simile a quella storicamente accertata tra Neptunia e Taranto. Sicché, sebbene dell’istituzione di Rugge non sia rimasta traccia, la s’intravede nella sua collocazione così vicina a Lupiae ma allo stesso tempo distinta, tanto da prevedere all’interno di un abitato contiguo la presenza di distinte aree pubbliche, oltre al possesso di un proprio anfiteatro. Evidente che allo stato attuale questa rimane un’ipotesi basata solo su indizi, che però servirebbe a chiarire molti aspetti sinora rimasti oscuri e a conferire a Rugge una propria luce.
A tal proposito, sarebbe inoltre il caso di rilevare che nel corso del II secolo a.C. furono fatte numerose assegnazioni di terra divenuta pubblica, a seguito delle confische prima citate. Il che fa presupporre che le comunità di lingua messapica dissidenti siano state in numero considerevole e che, all’arrivo di Annibale, il processo di romanizzazione di quelle contrade fosse appena agli inizi. Che Lupiae abbia partecipato alla rivolta oppure no conta pertanto relativamente, il quadro che emerge fa comunque presagire un mondo messapico in aperto conflitto con quello romano. C’è pertanto da credere che una simile comunità, ancora legata alla propria lingua ed alle proprie tradizioni, non fosse in grado di esprimere al proprio interno lo scrittore che sarebbe poi divenuto il sommo poeta epico latino («summum epicum poetam»40). In altre parole, appare del tutto inverosimile una ricostruzione che faccia nascere Ennio in una zona che, oltre a non far parte della comunità latina, era con ogni probabilità addirittura ostile ad essa.
C’è da considerare infine che, se da un’auspicabile verifica compiuta da professionisti del settore dovessero risultare fondati i miei sospetti sulla modernità dell’epigrafe conservata a Monteroni di Lecce, più che di un’errata interpretazione, si tratterebbe di una vera e propria falsificazione settecentesca, che, sebbene non fatta a regola d’arte, è riuscita in ogni caso a farla franca per tutto questo tempo.
NOTE
- «Itaque licet dicere et Ennium summum epicum poetam», cicerone, De optimo genere oratorum, 2.
- Nazareno Valente, Brindisi Sconosciuta, Claudio Grenzi Editore, Foggia 1993, p. 17.
- (A cura di) Nicola Biffi, L’Italia di Strabone: testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988, p. 350.
- Che ci fosse percezione di una specifica lingua messapica è testimoniato da Strabone che usa appunto l’espressione «Μεσσαπίᾳ γλώττῃ» Strabone, Geografia, VI 3, 6.
- Cicerone, Pro Archia.
- Silio Italico, Punica, XII 396-397; Strabone, Geografia, VI 3, 5; Pomponio Mela, Chorographia, 66.
- Gerolamo, Chronicon, 240 a.C.
- Svetonio, de grammaticis et rhetoribus, 1, 1-2.
- Gerolamo, Chronicon, 168 a.C.
- Servio, In Vergilii Aeneida, VII 691. Per quanto i Greci chiamassero spesso Messapi anche i Sallentini, erano ai Calabri che si riferivano con tale etnico, e gli autori latini riservavano il termine Messapi ai soli Calabri.
- «Nos sumus Romani, qui fuimus ante Rudini» («Noi che un tempo fummo cittadini di Rudiae, siamo ora cittadini Romani») Ennio, Annali, XVIII.
- Ovidio, Ars amatoria, III 409.
- Servio, Acronis commentarium in Horatium Flaccum, Carmina IV, VIII, 20.
- Strabone, Geografia, VI 3, 5.
- Silio Italico, Punica, XII 396-397.
- Strabone, Geografia, VI 3, 5-6.
- Ibidem, VI 3, 1. Lo stadio era l’unità di misura adottato in Grecia e variava all’incirca tra i 177 m ed i 185 m.
- Ibidem, VI 3, 5.
- Ibidem.
- Ibidem
- Ibidem.
- Ibidem.
- Con ogni probabilità la colonia latina aveva un territorio più ampio dell’attuale provincia di Brindisi: ce lo fa credere la circostanza che Locorotondo faccia parte della diocesi di Ostuni. Le diocesi infatti ricalcavano in genere le precedenti ripartizioni romane.
- Ovidio, Ars amatoria, III 409-410.
- Gellio, Notti attiche, XVII 17, 1.
- Silio Italico, Punica, XII 394-395.
- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV 7, 19.
- Gerolamo, Chronicon, 154 a.C.
- Pompilio, Epigrammi, apud Varrone, Satire Menippee, fr. 356 B.
- Pomponio Mela, Chorographia, II 66.
- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III 11, 102.
- Tolomeo, Geografia, III 1, 67.
- Silio Italico, Punica, XII 397.
- Armando Polito, L’epigrafe di Rudie, ovvero CIL, IX, 23: un maquillage ben riuscito, però…, Fondazione Terra d’Otranto, 2014.
- Per quel che so, non è mai stata verificata l’antichità dell’epigrafe, né si conoscono i motivi per cui non sia conservata presso un archivio pubblico.
- Guidone, Geographia, 28.
- Ibidem, 29.
- Galateo, De situ Iapygiae, 14 7.
- Livio, Dalla fondazione di Roma, XXV 1, 1.
- Cicerone, De optimo genere oratorum, 2.
[testo tratto dalla rivista “Terrae” n. 62, Locorotondo 2026]


















