Nazareno VALENTE 

Cassio Dione fece una brillante carriera politica divenendo console e proconsole. Tuttavia queste cariche, che in periodo repubblicano rappresentavano l’apice, in quello imperiale erano ampiamente svalutate e non gli diedero particolare fama.

Analoga sorte ha subito pure quando si è cimentato come storico e, sebbene gran parte della sua opera sia riuscita a giungere sino a noi, ugualmente risulta un autore di nicchia.  E ciò forse a causa del suo stile poco coinvolgente – avrebbe voluto rinverdire il modo di fare sobrio e distaccato di Tucidide, ma non ne possedeva capacità espositiva e profondità di indagine – o più probabilmente perché scelse di scrivere in lingua greca, ormai alla portata di pochi intimi, da quando il liceo classico è relegato al ruolo di cenerentola dell’ordinamento scolastico. Sicché allo stato attuale i classici greci o non vengono letti, oppure lo sono subendo passivamente le traduzioni formalmente senza difetti, ma non sempre garanti del pensiero dell’autore. Morale della favola, Dione è poco conosciuto e di conseguenza poco considerato anche tra gli addetti ai lavori, il che è un vero peccato: da alto funzionario qual era, ebbe la possibilità di consultare gli archivi statali e di acquisire informazioni a volte inaccessibili agli altri storici del suo tempo.

Non per niente i suoi scritti sono in grado di regalare preziosità ineguagliabili, soprattutto se non si è costretti a ricorrere alle traduzioni, e, in un paio di occasioni, a goderne è stata proprio la storia della mia città d’origine. È infatti grazie allo storico bitinico se si è a conoscenza della dichiarazione ufficiale di guerra fatta nel III secolo a.C. da Roma a Brindisi. Leggendo le colpe che l’Urbe attribuiva alla malcapitata mia città — per latro esplicitate al solo scopo di tenersi buoni gli déi e giustificarsi del perché ricorrevano alla forza delle armi — si evidenzia un aspetto essenziale. Manca proprio il torto principale che tutti i libri di storia addebitano ai miei concittadini, vale a dire quello di aver aderito alla coalizione tarantina contro Roma. Dal che si desume che, a differenza di quello che si scrive comunemente, Brindisi non fece comunella con Taranto, né la guerra brindisina era un’appendice di quella tarantina ma un conflitto a sé stante.

In più Dione fa sapere che i torti subiti di cui si lamentavano i Romani erano aria fritta, un pretesto («προφάσει»1) e nulla più. In realtà il motivo era ben altro, come lo storico chiarisce affermando testualmente: «[i Romani] volevano impadronirsi di Brindisi in quanto ben fornita di un buon porto e di luogo di avvicinamento e di sbarco per chi naviga dall’Illiria e dalla Grecia, posto in modo tale da poter salpare e ormeggiare con il medesimo vento» («ἐβούλοντο οἰκειώσασθαι τὸ Βρεντέσιον, ὡς εὐλίμενον καὶ προσβολὴν καὶ κάταρσιν ἐκ τῆς Ἰλλυρίδος καὶ τῆς Ἑλλάδος τοιαύτην ἔχον ὥσθ’ ὑπὸ τοῦ αὐτοῦ πνεύματος καὶ ἐξανάγεσθαί τινας καὶ καταίρειν»2).

Per comprendere appieno le parole di Dione, ed in fondo come mai per impadronirsi di un porto Roma intraprese una guerra durata due estati, occorre soffermarsi sul brano nella parte in cui, discorrendo del “buon porto” di Brindisi, si evidenzia che esso è «posto in maniera tale da poter salpare ed ormeggiare con il medesimo vento». Occorre infatti ricordare che allora si navigava a vela e che, di fatto, si era nelle mani dei venti che, insieme alle braccia, costituivano l’unica forza motrice. Per questo in antichità si veleggiava, sempre che il vento fosse favorevole, soltanto durante le buone stagioni e il più possibile vicino le coste (cabotaggio), affrontando il mare aperto esclusivamente se non se ne poteva fare a meno. Pertanto nel viaggio verso l’Oriente i momenti più pericolosi erano quelli in cui, navigando d’altura, si passava da una sponda all’altra. Bastava un nonnulla: una tempesta, un vento impetuoso, il mare troppo mosso per andare fuori rotta oppure rischiare addirittura il naufragio.

Si pensi per un istante quante tragiche traversie e cambiamenti di rotta dovette affrontare, per quanto prudente, saggio ed astuto, il povero Ulisse, solo per recarsi da Troia ad Itaca. Vero che aveva contro quasi tutti gli dèi coalizzati, tuttavia anche chi era in pace con l’Olimpo intero rischiava andando per mare di lasciarci le penne. Si narra che ad arrivare sani e salvi alla meta o a finire in pasto dei pesci si avevano quasi le stesse probabilità. Non per niente, prima di iniziare un viaggio, si faceva immancabilmente testamento. In definitiva, i venti la facevano da padrone ed il loro spirare era essenziale nell’economia di un viaggio che, in più, doveva avvenire seguendo una rotta che minimizzasse i rischi conseguenti al dover affrontare la navigazione d’altura.

Prima che i Romani s’impadronissero del porto brindisino, la rotta più percorsa da chi andava in Oriente passava per Corfù e prevedeva un tragitto marino alquanto lungo e tratti da compiersi in mare aperto non certo banali. Questo perché Brindisi, sino ad allora, aveva negato di norma l’uso del proprio porto per il fatto che ad avventurarsi in questi viaggi erano per lo più Greci alleati dei Tarantini e, quindi, suoi potenziali nemici. Una volta che i Romani s’impossessarono della città sfruttarono le potenzialità del suo porto dal quale si poteva, come già detto, andare e venire dall’altra sponda senza particolari problemi, sfruttando uno stesso vento favorevole.

Una simile prerogativa è evidenziata anche nelle carte nautiche, pure in un periodo in cui la navigazione a vela era stata soppiantata da quella a vapore. Lo si può constatare dal particolare di una carta dei primissimi anni del secolo scorso che dava un resoconto visivo delle correnti che normalmente solcano il mare Adriatico (nella foto).

Basta uno sguardo per notare come vi sia la presenza di una possibile corrente favorevole che consente di andare da Brindisi a Durazzo in via diretta, seguendo soltanto il flusso dei venti. In più, non essendo questa corrente costante, nel ritorno permetteva di attendere condizioni favorevoli, prima di mettersi in viaggio, oppure di piegare poco più a sud per fare la traversata dove non c’erano venti contrari.

Proprio questo gioco favorevole dei venti indusse i Romani a collegare la loro città a Brindisi, tramite la via Appia, e, per mezzo della via Egnazia, la città Durazzo, che si trova sull’altra sponda, alle principali città orientali sino a Costantinopoli.

Non fu pertanto l’Appia — come si afferma spesso — a fare la fortuna di Brindisi ed a farla diventare la porta d’Oriente. Furono piuttosto il porto e le correnti a indurre i Romani a cucirle addosso un impianto stradale adeguato per porla in una posizione di privilegio nei viaggi da e per l’Oriente. Inoltre, all’interno dello stesso impianto viario non era certo la via Appia a rivestire il ruolo di maggior rilievo. Lo si può facilmente desumere da alcune circostanze su cui non si è soliti soffermarsi e che, invece, andrebbero tenute presenti. La principale che, per l’avvento della via Traiana, il ramo dell’Appia che andava da Benevento a Brindisi subì un declino irreversibile, tanto da essere relegato a smaltire il solo traffico locale che si svolgeva tra Taranto e Brindisi. Di conseguenza, sin dal II secolo, giunti a Benevento, le armate, i viaggiatori comuni e le merci in viaggio per Brindisi abbandonavano la via Appia e s’incamminava per la via Traiana. Se poi si porta alla mente la famosa V satira del I libro di Orazio, si scopre che, anche prima della entrata in funzione della via Traiana, i viaggiatori preferivano affrontare i disagi della Litoranea e della via Minucia, piuttosto che seguire la via Appia, per il semplice motivo che così risparmiavano una giornata di viaggio.

Si consideri poi che, quando un paio di secoli dopo la via Traiana divenne anch’essa ingestibile per la crisi che ormai attanagliava l’impero romano, per quanto con difficoltà, il porto di Brindisi continuò ugualmente a svolgere un ruolo di rilievo nelle rotte per l’Oriente. Collassò invece in maniera inesorabile nel momento stesso in cui, nel V secolo inoltrato, fu la via Egnazia a divenire impraticabile. Fu allora che il porto di Brindisi perse ogni attrattiva e fu del tutto abbandonato dai traffici, per altro già di per sé diradatisi di molto rispetto al passato. Ritornò così in auge l’antica rotta che faceva scalo a Taranto ed a Otranto e che passava per l’isola di Corfù. Neppure il pieno ripristino della via Traiana, avvenuto nel secolo successivo, produsse alcun beneficio al porto brindisino che continuò a rimanere del tutto emarginato dai traffici: la perdurante inagibilità della via Egnazia rendeva inutile la rotta per Brindisi e Durazzo.

In definitiva, le fortune di Brindisi erano strettamente collegate all’uso della via Egnazia e, non a caso, non appena i Bizantini nell’XI secolo ne ripresero il controllo, l’importanza dello scalo brindisino riemerse e la città tornò a recitare il ruolo di porta per l’Oriente.

In ogni caso ci vollero quasi seicento anni e, tanto per ribadire che la via Appia non c’entrava nulla con questa rinascita, nello stesso periodo in cui tornava in auge l’approdo brindisino della regina delle vie era rimasto in vita solo un lontano ricordo.

1 CASSIO DIONE (II secolo d.C. – III secolo d.C), Storia romana, in ZONARA (XI secolo d.C – XII secolo d.C.), Epitome, VIII 7, 3.
2 Ibidem, (CASSIO DIONE, Storia romana., in ZONARA (XI secolo d.C – XII secolo d.C.), Epitome, , VIII 7, 3).

Nazareno VALENTE
Ha studiato Scienze Statistiche ed Economiche presso Università degli Studi di Padova, dove poi ha lavorato. Appassionato di storia e lettore di saggi sull'antichità greca e romana. Sportivo, gli piace correre.