di Giovanni SECLI’
Annnibale Paloscia, chi era costui? E’ scomparso nel silenzio dei media, uno dei decani del giornalismo italiano, maestro nell’analisi politica del Belpaese in primis. Ha indagato cosa si cela dietro e dentro i palazzi del potere, a partire dal Viminale; ha radiografato dinamiche politico-sociali, che hanno messo a rischio la democrazia e la Costituzione, come le vicende di Genova 1960.
Nello stesso giorno è passato a “miglior vita” Giampiero Galeazzi, dieci anni in meno, ma una carriera sempre sulla ribalta, intrecciata tra iniziali successi sportivi, lunghi decenni di cronache del pallone e non solo, comparse televisive. La sua dipartita ha conosciuto gli onori dei titoli cubitali, quasi un lutto nazionale.
Competenza e capacità professionale hanno accomunato entrambi: ma non è questo alla base del compianto universale per Galeazzi. Lo è invece l’essere stato megafono dello spettacolo nazional-popolare (una volta, ora invece epigono pseudo sportivo della globalizzazione) Giornalista sul più visibile dei palcoscenici, della cui fari ha beneficiato. E che purtroppo fanno aggio sulla professionalità, sulla cultura; i riflettori del video sulla sobrietà della cartastampata.
Neppure i giornali hanno ricordato Paloscia, se non con qualche necrologio a pagamento. E’ un autolesionismo, rimarca la subalternità ormai introiettata nei confronti dell’egemonia del video, che sempre più induce ad un giornalismo d’immagine, pregiudica l’approfondimento da un lato la riflessione dall’altro. Paloscia era maestro, ma non personaggio; un maestro – non comodo all’apparato – soprattutto per i numerosi testi di analisi politica. Era militante di un giornalismo di passione e di scelta di campo, ma non di parte: schierato solo dalla parte dell’analisi critica.
Ma nell’Italia dalla testa a forma di pallone e dalle gambe modellate sulle due ruote alla Rossi, tutto ciò non merita ricordo, non rappresenta un modello. Un paese che ha ancora bisogno di eroi…. per merito dei piedi, dei muscoli, dell’immagine, della stravaganza e dell’effimero. I media in generale ne sono complici, con l’esaltazione di tali “virtu” rispetto a quelle della ragione, del sacrificio, dell’impegno, della discrezione, dell’approfondimento. Si ha quasi nostalgia della vecchia triade di eroi nazionalpopolari dell’Italia “patria di santi, navigatori, poeti”. Anch’esse tre virtù ormai “fuorigioco” (avrebbe decretato Galeazzi, scalzate da quelle rappresentate dalla nuova triade di eroi del belpaese: calciatori, influencer, attori, cntanti & C !
Paloscia aveva indagato i palazzi del potere italiano; forse per questo solo a Galeazzi è stato riservato il doppio privilegio: commemorato dai palazzi, ospitato solo il suo feretro nel palazzo Campidoglio…!
Quale messaggio culturale ed etico viene dato ai cittadini, alle nuove generazioni, al mondo della cultura? Soprattutto sport e spettacolo (divertissement di massa) danno notorietà, fama non solo ai protagonisti ma anche a chi ne esalta le doti e le prodezze; tale fama si sublima in modello di vita da esaltare: Berrettini, ancor più Rossi, rimuovendo le rispettive “marachelle” e furbizie con il fisco italiano.
La pandemia ha fatto ricordare che i veri eroi sono le formiche quotidiane, in camice bianco o verde; e, per estensione, tutti coloro che nella quotidianità, spesso con sacrificio e senza riflettori, permettono di soddisfare i nostri bisogni primari e anche quelli voluttuari. Ma tale ribaltamento dei valori è durato ben poco, o si ripropone negli anfratti o nelle cesure del modello di vita egemone: dove cicale e farfalle seducono sempre più con la propria visibilità. E chiamiamo progresso la crescente alienazione – indotta e subita – in modelli di vita che offendono le vite-modello della maggioranza, ancor più quando condotte lontano dalle luci della ribalta.


















