- A quindici anni dalla scomparsa del giornalista salentino Antonio Maglio (13 gennaio 2007), fondatore del “Quotidiano di Lecce, Brindisi, Taranto” oggi “Nuovo Quotidiano di Puglia”, un ricordo personale del direttore de ilGrandeSalento.it, Lino De Matteis, suo amico e stretto collaboratore fin dai tempi de “La Tribuna del Salento”.
di Lino DE MATTEIS
Caro Antonio,
ti ricordi? Ci siamo conosciuti tra i banconi della tipografia dell’Editrice Salentina, a Galatina. Erano i primi anni Settanta. Tu dirigevi La Tribuna del Salento, io ero un giovane ventenne ambizioso che voleva fare il giornalista, scrivevo già per alcuni periodici locali e, sulla scia del Sessantotto, avevo fondato con degli amici dei giornali studenteschi. Un’altra epoca. Si stampava a “caldo” allora, le pagine venivano composte da tipografi bravissimi, manovravano con l’abilità di prestigiatori i caratteri dei titoli e le righe di piombo delle colonne di testo.
Capelli crespi e barba sagomata che accentuava il tuo profilo greco, sempre immerso nella nube di fumo che sprigionavi a stantuffo dalla pipa, perennemente in bocca, serrata tra i denti fino a consumarne il bocchino. Irrequieto, continuamente in movimento, sollecitato da quel simpatico tic che ti portava a girare di scatto la testa da un lato, come per stirarti il collo. Con la biro all’orecchio, pronta ad essere impugnata per correggere le lenzuolate di bozze sporche d’inchiostro, emanavi una carica di energia che contaminava l’intera tipografia, la stessa in cui viene stampato questo volume e dove ancora oggi ti ricordano con affetto. Una simpatia innata che si manifestava anche nell’affibbiare a ciascuno un soprannome inventato da te: gnaschi, gnischi, cuia…, epiteti affettuosi per gli amici, ma anche nomignoli ed espressioni pesanti per i nemici. Quante risate, Antonio!
Mi proponesti di collaborare. Non potevo sperare di meglio. Iniziai con entusiasmo a frequentare la redazione di viale Lo Re, a Lecce. Quella tua offerta ha segnato la mia vita. Fu la mia più grande fortuna, perché mi ha consentito di fare ciò che desiderano proprio qui, nella mia terra, senza dover emigrare, cercare lavoro nei santuari del giornalismo italiano, a Roma o a Milano. Era il progetto che portavi nel cuore: realizzare qualcosa di grande nel mondo giornalistico in questa “terra di frontiera”, nell’estremo Sud di un Mezzogiorno lontano dai circuiti editoriali. Un progetto che ho condiviso sin dall’inizio. Ci sei riuscito e siamo in molti a doverti riconoscenza.
Anni meravigliosi quelli alla Tribuna. Facevamo la fame, certo, ma ci divertivamo, campavamo di passione, di convinzioni profonde, di ideali e avevamo una fortissima consapevolezza del nostro ruolo nella società e una tenacia indomita nel difendere la nostra libertà. Il nostro appagamento maggiore era semplicemente essere impegnati a fare del Giornalismo, quello vero, “dalla parte della gente”, che dà voce a chi non ce l’ha e che tiene sotto controllo il Potere. Sì, eravamo proprio convinti che dovevamo essere “il cane da guardia della democrazia” per smascherare prepotenze, soprusi e interessi privati di chi gestisce la cosa pubblica, manovra la politica e muove l’economia.
Grazie a te questi principi erano diventati pratica quotidiana. Quante battaglie abbiamo fatto senza mai diventarne protagonisti? Tante, tantissime: a partire da quella per il recupero della Cavtat, la “nave dei veleni” jogoslava affondata nel Canale d’Otranto, per arrivare a quelle per la tutela delle grotte preistoriche di Porto Badisco, per l’umanizzazione dell’ospedale psichiatrico di Lecce per la trasparenza dello Iacp, ecc.. L’elenco sarebbe lungo. Ma c’è qualcuna che, più di altre, mi ha lasciato una cicatrice di soddisfazione indelebile, come quando mi consentisti di pubblicare i documenti sui fondi neri alla Banca Piccolo Credito Salentino, il cui presidente onorario era addirittura l’arcivescovo di Lecce. “Mani pulite” era ancora lontana, ma nel nostro piccolo svelammo una tangentopoli ante litteram, costringendo a dimettersi l’intero consiglio di amministrazione di quell’istituto di credito.
E poi l’inchiesta per dimostrare che nel Salento la miseria spingeva le famiglie a vendere i bambini: mi consentisti di andare a Neviano sotto le mentite spoglie di un avvocato-mediatore di un ricco facoltoso del capoluogo e di contrattare l’acquisto di un bambino. Con la madre e un mezzano stabilì il prezzo, mi diedero le foto del piccolo. Pubblicammo tutto, ma non puntammo il dito contro quella povera donna, che lasciammo nell’anonimato, bensì contro il bisogno, la miseria e l’estrema povertà espresse in quelle sue poche parole: «Te lo do perché spero che viva meglio che con noi».
E ancora quando riuscì ad intervistare quello studente di Maglie ricoverato in ospedale perché aveva perduto la voce, traumatizzato da una carica delle forze dell’ordine durante una manifestazione. Il ragazzo era piantonato, ma io riuscì con uno stratagemma ad aggirare la vigilanza e a porgli alcune domande per farmi raccontare com’erano andate realmente le cose. Il ragazzo mi scrisse le risposte su dei fogli di carta. Pubblicammo le foto del documento autografo. Quant’era bello fare così il giornalista. Tu condividevi, mi sostenevi e mi incitavi a continuare a cercare la verità, sempre e comunque, al di fuori e, talvolta, contro le versioni ufficiali.
Sulle idee e le opinioni, poi, non c’erano ordini di scuderia. Quante volte mi hai consentito di scrivere cose che non condividevi, quante volte ho potuto polemizzato perfino con l’editore, Ennio Bonea, che mi replicava sul suo stesso giornale. La Tribuna è stata così per me una insuperabile palestra di libertà. In questo clima e con questi principi, hai allevato attorno a te un manipolo di giornalisti liberi, onesti, leali, intraprendenti, con la schiena diritta di fronte a chiunque. Ci hai accompagnati per mano a fondare, il 23 luglio 1975, una cooperativa di giornalisti salentini, la Cogisa, che da Bonea prese in gestione la testata. Una società di giornalisti che si autogestiscono liberamente, un fatto inedito dalle nostre parti. Eravamo maturati professionalmente e quel prestigioso settimanale, nelle tue mani sempre più diffuso ed autorevole, era diventato troppo piccolo, ci stava stretto. Era forse tempo di cominciare a pensare al “grande salto”, a quel progetto che avevi nel cuore e nella mente, a quel sogno che avevi covato per anni: fare un quotidiano a Lecce.
Ci hai coinvolti durante la gestazione dell’impresa, la tua impresa. Ti abbiamo seguito come i pulcini seguono la loro chioccia, su e giù a confrontare progetti e programmi, ad esaminare rotative e quant’altro potesse tecnologicamente servire a mettere su una tipografia, a incontrare questo e quell’altro, con appuntamenti stravaganti, una volta perfino in una stazione di servizio autostradale. Ci hai tirati dentro come soci fondatori nell’Edisalento srl, la società editrice del Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto. Hai voluto che anche nella nuova società editoriale ci fosse presente fisicamente quel manipolo di giornalisti che ti avevano accompagnato fino a quel momento. Una sorta di traccia lasciata formalmente ai posteri di quella continuità tra la Tribuna e il Quotidiano.
Lasciasti la direzione della Tribuna in punta di piedi, con una modestia impressionante, che solo chi ha una profonda sensibilità e sa di stare per varare un grande progetto può permettersi. Soltanto poche righe di commiato, pubblicate sull’ultimo numero della Tribuna, il 22 marzo 1979, sotto lo scarno titolo “Scade il mandato”: Con la conclusione della periodicità settimanale della “Tribuna” scade il mandato di direttore responsabile, che ho assunto l’11 settembre 1973 con trepidazione e umiltà e che ho espletato con la massima onestà. Questo commiato mi è particolarmente doloroso perché sancisce la fine di un giornale senza padroni. Non voglio aggiungere altro su questo giornale, che per me è stato molto di più di un posto di lavoro. Sento di dover ringraziare l’editore per la fiducia accordatami, i colleghi per la collaborazione, e soprattutto i lettori ai quali ho destinato ogni mio sforzo. Sono riconoscente a tutti per quello che mi hanno insegnato in questi anni.
Dai, Antonio! Diciamoci la verità: senza di te, senza la Tribuna del Salento e senza quel manipolo di giornalisti che avevi forgiato, il Quotidiano non ci sarebbe stato. Ma questa è una storia dimenticata, che molti non conoscono neanche e che è ancora tutta da scrivere.
Come lasciasti la Tribuna, così, in punta di piedi, entrasti nella tua nuova creatura, umilmente e senza alcuna enfasi, restando per un bel po’ di tempo perfino fuori dalla gerenza del Quotidiano e senza scrivere una riga sulle sue pagine. Il direttore era un altro, Beppe Lopez, un giovane e bravo professionista che aveva lasciato la Repubblica per l’avventura salentina, ma tu eri quello che con grande umanità faceva girare la macchina del giornale, una macchina che avevi messo a punto nei mesi precedenti, ancor prima che fosse scelto il direttore. Ne conoscevi tutti i segreti, gli ingranaggi più nascosti perché li avevi sistemati tu stesso, pezzo pezzo. Sapevi vita, morte e miracoli di tutti i giornalisti che avevi coinvolto nella redazione, come pure di quella banda di simpatici scapestrati che lavoravano in tipografia. Con tutti avevi un rapporto umano e fraterno.
Ricordi quando convocavi tutti intorno a te? Nei momenti particolari, quando c’era qualche improvvisa difficoltà tecnica per la stampa o quando c’era qualche notizia importante dell’ultima ora, ci chiamavi tutti intorno al tuo tavolo per cambiare in corsa il giornale, rifare palinsesti, cambiare menabò, ecc. Qualche volta la situazione era così complessa e confusa che andavi letteralmente in tilt. Con tutti noi intorno al tuo tavolo, in mezzo alla solita nuvola di fumo, ti bloccavi all’improvviso, perché avevi scordato il motivo per cui ti eravamo tutti intorno e, aggiustando con una mano le carte e con l’altra reggendo la pipa, dicevi spaesato: «Allora, che cosa dobbiamo fare?». Ma era solo un attimo, perché immediatamente dopo partivano le disposizioni e i compiti che ciascuno doveva svolgere perché il giornale andasse in stampa e arrivasse in edicola aggiornato con le notizie più fresche. E sì che ce l’abbiamo fatta a farlo arrivare in edicola ogni giorno, a costo di andare a stamparlo altrove e a fare l’alba. Un “miracolo” che, all’inizio di questa avventura, si ripeteva ogni giorno.
Hai scelto di fare il vice. Neanche quando Lopez se ne dovette andare per i contrasti con la proprietà volesti assumere l’incarico di direttore, che pure ti era stato offerto con insistenza. «I giornali restano, i direttori passano», mi dicesti. Non approfondimmo l’argomento, ma nelle tue parole e nel tono con cui le avevi pronunciate percepì una ritrosia profonda ai compromessi cui i ruoli di comando spesso costringono e insieme un profondo attaccamento alla parte più genuina della tua creatura, la redazione. Percepì che per te l’essere il “vice direttore” ti consentiva di stare nell’area delle decisioni ma ti dava anche un senso di libertà e autonomia, una possibilità di restare te stesso, senza rinunciare ai valori cui credevi, al rapporto umano con i tuoi collaboratori. Forse eri già consapevole che quel “giornale senza padroni” che avevi realizzato con la Tribuna non sarebbe stato più possibile. Con quest’animo facesti accomodare sullo scranno più alto della redazione altri due direttori, Vittorio Bruno Stamerra e Giulio Mastroianni.
Ma l’anima del giornale restavi sempre tu, Antonio! Anche da vice direttore, hai fatto delle cose straordinarie. Hai saputo coniugare le tue radici, l’attaccamento per la tua terra con una visione più ampia, europea, internazionale. Quando ancora i giornali nazionali non avevano scoperto i gadget, ti eri inventato gli “inserti” da offrire insieme al giornale, una serie di fascicoli che restano ancora oggi la più approfondita e organica ricerca storico-antropologica del Salento: ti occupasti della storia degli stemmi comunali, di quella dei santi patroni, dei soprannomi paesani, delle tradizioni culinarie, dei racconti popolari, delle storie, delle leggende, delle maleparole, ecc. Ma tutto questo senza trascurare il tuo respiro mitteleuropeo, la tua conoscenza dei Balcani, dell’Ungheria in particolare, con i tuoi frequenti viaggi a Bubapest, indagando e scrivendo sulle radici profonde dell’Europa e su i suoi legami con il Vicino Oriente: “l’Oriente che è in noi”, l’avevi definito. Hai intuito prima di altri che proprio quelle radici storiche e culturali sarebbero state l’humus sul quale sarebbe imploso il Muro di Berlino nel 1989 e avrebbero rimesso in moto la storia dell’Europa.
Fu anche per questi tuoi interessi ampi che mi fosti particolarmente vicino in alcune circostanze che mi riguardarono personalmente. Come quando dal Libano, dove mi ero recato autonomamente nell’autunno 1983, scrissi degli articoli per la Repubblica, suscitando forse qualche invidia nella nostra redazione. Spiegasti, a chi dal giornale mi voleva licenziare, che era tutto regolare, perché avevo l’autorizzazione formale del direttore a collaborare con il quotidiano di Eugenio Scalfari, e che a Beirut avevo favorito anche il collega inviato del Quotidiano consentendoli di intervistare insieme a me il generale Franco Angioni, autorizzato dal ministero della Difesa a rispondere solo aRepubblica. Ma non potesti fare nulla quando poi, con estrema miopia, mi fu ritirata l’autorizzazione a scrivere per il giornale romano e mi fu imposto di lavorare in esclusiva solo per il Quotidiano.
Oppure quando, nell’estate 1990, mi difendesti pubblicamente sul giornale dagli attacchi di chi mi aveva invitato a partecipare come giornalista ad un viaggio di amicizia in Albania, quando il Paese delle Aquile era sulla soglia di profondi cambiamenti. Non mi perdonarono che a Tirana documentai, per primo in Italia, le mura che stavano innalzando intorno alle ambasciate straniere prese d’assalto per i visti. Difendesti il principio sacrosanto dell’autonomia professionale, e spiegasti che, pur se invitato in casa altrui, un giornalista non può esimersi dal raccontare la verità e descrivere ciò che vede.
Ma torniamo a te. Con il passare del tempo, il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto era sempre meno il “tuo giornale”. Forse ti eri stancato, forse avevi già intuito che il giornale più di tanto non sarebbe cresciuto, forse avevi anche percepito che si facevano avanti all’orizzonte tempi bui, con una crisi aziendale che avrebbe portato lacrime e sangue. Non avresti sopportato d’essere costretto a fare il carnefice di qualcuno dei tuoi ragazzi. E così approfittasti dei consistenti vantaggi di un prepensionamento per lasciare la tua creatura ed emigrare in Canada. Mi sarebbe piaciuto parlarne con te di questa decisione, sapere quale di quelle cause ti ha spinto ad andartene, se una in particolare o un po’ tutte insieme. Te ne andasti, ancora una volta, in punta di piedi, senza sbattere la porta e senza clamorosi commiati, ma con tanta tristezza nel cuore.
No, Antonio, col tempo, non è stato più il giornale che avevi sognato, il giornale che all’inizio ci aveva fatto sognare tutti. Non era più quel quotidiano “locale, moderno e popolare”, come lo aveva definito anche il primo direttore, Lopez. Un’esperienza unica nel panorama editoriale di quegli anni, Un giornale completo, senza bisogno di panini, legato sì al territorio ma con una capacità di guardare lontano, una finestra sull’Italia e sul mondo. Una testata con la testa pesante qui nel Sud, a Lecce, dove era prodotto, con una redazione in grado di guardare anche agli eventi globali e mediarli attraverso le peculiarità del locale. Un giornalismo glocal, locale e globale insieme, che ha saputo conquistarsi lo zoccolo duro dei lettori che non hanno più abbandonato il giornale. Quell’alberello fragile, che con tanta passione avevi piantato, con il tempo è diventato una quercia imponente, una realtà editoriale di prim’ordine nel Sud Italia, un giornale autorevole che ha cambiato il panorama giornalistico regionale, rappresentando veramente “l’altra faccia dell’informazione in Puglia”.
Quanta strada ha fatto questa tua creatura. A pensare che, quando uscì Quotidiano, al posto fisso delle Poste Italiane di Lecce non sapevano neanche cos’era una telefoto. E come dimenticare le difficoltà per scalzare il monopolio dell’informazione che a quei tempi aveva La Gazzetta del Mezzogiorno, unico quotidiano regionale. La Gazzetta era talmente il giornale per antonomasia, che, talvolta, per spiegare chi fossi alla gente più semplice con cui da cronista entravo in contatto, dovevo dire “un giornalista, come quelli della Gazzetta”… Quanti ricordi, Antonio! Di questo e di tant’altre cose avrei voluto parlarti in uno degli incontri che abbiamo avuto quando, qualche volta, sei tornato qui a Lecce da Toronto, dove ti eri recato subito dopo aver lasciato Quotidiano per lavorare al Corriere Canadese.
Già, la tua esperienza in Canada. Anche lì da “vice” hai fatto cose grandi con la tua irrefrenabile vena organizzativa. Come editore associato hai dato un impulso allo sviluppo della società editrice del quotidiano italo-canadese e del settimanale in lingua inglese Tandem. Da vicepresidente del “Consorzio giornali italiani transoceanici” hai collaborato con il Gruppo editoriale L’Espresso, contribuendo a far diffondere in accoppiata la Repubblica con il Corriere Canadese e America Oggi, quotidiano italiano di New York. In questa veste hai percorso pure Argentina e Australia. Ma neanche tutto ciò ha appagato la tua irrequietezza, ha colmato la tua ansia di realizzatore di iniziative editoriali, ha soddisfatto la curiosità di conoscere e raccontare nuove realtà.
Già, la tua esperienza in Canada. Anche lì da “vice” hai fatto cose grandi, pianificando lo sviluppo della società editrice del quotidiano italo-canadese e di Tandem, settimanale in lingua inglese. Lì sei stato anche vicepresidente del Consorzio giornali italiani transoceanici e hai collaborato con il Gruppo editoriale L’Espresso, contribuendo a far diffondere in accoppiata la Repubblica, oltre che con il Corriere Canadese, anche con America Oggi, quotidiano italiano di New York. E in questa veste hai anche percorso l’Argentina e l’Autralia. Ma anche tutto ciò non ha appagato la tua irrequietezza, non ha colmato la tua ansia di realizzatore di iniziative editoriali, non ha soddisfatto la curiosità di conoscere e raccontare la realtà.
Neanche l’esperienza americana è riuscita a cambiarti. In una delle ultime e-mail che ci siamo scambiati ho ritrovato il Maglio di sempre, quello vero con un carattere indomito, anche se profondamente segnato da amarezza e nostalgia, ma ancora pronto a resistere e a combattere. Permettimi di rileggertela. Era una risposta ad una mia e-mail nella quale mi rammaricavo di come le cose qui, in Italia e a Lecce, fossero cambiate. Il 19 dicembre 2001, mi scrivevi da Toronto: Coraggio, Lino. Non è possibile che l’idea più grande del secolo scorso – il socialismo – continui ad essere sbeffeggiata così, in Italia e nel mondo. Arriverà il momento in cui questi cazzoni, vati del liberismo sfrenato, si accorgeranno che si sono scavati la fossa da soli. Leggo le imprese del cav. S. Banana: ha il merito di non farmi rimpiangere l’Italia. E sì che io adoro l’Italia. Anch’io resisto. Ho mandato affanculo il mio editore anche per questo. In cinque anni non ho licenziato nessuno (e sì che alcuni lo avrebbero meritato, e a calci in culo): non potevo accettare che si giocasse con assunzioni e licenziamenti. Non mi andava, anche se ormai la gente qui prende il licenziamento come una routine: in questa società di merda, che si sta globalizzando, lavorare oggi in un giornale, domani in una drogheria e dopodomani in un’officina è perfettamente normale. Perciò non esiste specializzazione. Ho trovato livelli paurosi di professionalità, ma è naturale. Resistiamo, allora. E pensiamo a quanto di bene abbiamo fatto con il “nostro Quotidiano”. L’ultima volta che sono venuto in Italia mi sono angosciato: non sentivo il bisogno di comprarlo. E ciò mi ha molto rattristato: in passato se stavo assente per più di due settimane me lo facevo mandare, e non appena atterravo correvo a prendere in aeroporto l’edizione di Brindisi. Ma quel giornale aveva un senso. Anche questo ce l’ha, ma il senso è un altro, non il mio. Tanti affettuosi auguri ancora. Un grande abbraccio. Antonio.
Te l’ho voluta ricordare questa e-mail perché in essa trovo riassunto tutto il tuo animo più genuino e vero. E avermela mandata è stato il più grande regalo che potessi farmi, un regalo pieno di speranza e che mi ha fatto sentire meno solo.
Avrei voluto parlarti di tutte queste cose. Ma ogni volta pensavo, e speravo, che ci sarebbe stata sempre un’altra occasione e un’altra ancora. Mi sbagliavo, il destino ti ha rubato prematuramente a tutti noi e ai tuoi cari.
Avrei voluto dirti grazie per essere stato un fratello, un amico e un maestro.


















