L’intervento di Adelmo Gaetani in apertura della Cerimonia di Intitolazione della Sala Conferenze di CamCommercio di Lecce all’on. Giacinto Urso (Lecce 17.10.2025)

Adelmo GAETANI
Un saluto alle Autorità e ai presenti e un ringraziamento al presidente della Camera di Commercio, Mario Vadrucci, per avermi affidato il compito, gravoso quanto gratificante, di ricordare in questa sede la lezione valoriale dell’on. Giacinto Urso, uomo d’altri tempi che sapeva essere un uomo di questi tempi, dei nostri tempi.

Quanto dirò richiama alcuni miei giudizi, ma è soprattutto il lascito della sua preziosa testimonianza sul recente passato e delle schiette analisi sul contrastato presente.
Mancavano sei mesi al Centenario, quando ci ha lasciato. Sull’età amava scherzare: “Dicono che sono in forma e porto bene gli anni, purtroppo sono loro che non portano bene me”. E poi il forte desiderio di ricongiungersi, come aveva scritto, “A Rosaria, consorte mia, e a Vito, nostro figlio che luce non vide”.
Il ricordo è vivo, la sua lezione di vita, saggezza e virtù civiche indelebile. La pienezza del pensiero non era solo il frutto delle esperienze maturate in oltre 80 anni di attività pubblica, ma anche di un’attitudine al ragionamento prodigo di indicazioni concrete sul che fare.
Forte nei suoi ideali, era un politico che anteponeva il servizio alla Comunità e alle Istituzioni a qualsiasi valutazione di comodo. Considerava il territorio di riferimento come lo spazio vitale sul quale piantare l’albero della vicinanza ai cittadini. Un albero con radici profonde, ma con i rami che dovevano crescere, coprire e proteggere innanzitutto i più deboli.
Iscritto all’Azione Cattolica a 15 anni, partecipa ai corsi di formazione che avevano tra i relatori Aldo Moro. Quasi un segno del destino. Giovanissimo aderisce alla Dc e inizia il lungo impegno politico: segretario di sezione a Nociglia, consigliere comunale, sindaco, parlamentare, sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei Governi Moro IV e V, presidente della Commissione Igiene e Sanità di Montecitorio che aveva promosso la riforma del Servizio Sanitario Nazionale, varata nel 1978 e, sottolineava con rammarico, oggi tradita dall’andazzo generale che vede la sanità sempre più costosa e irraggiungibile ai meno abbienti.
Conclusa per scelta consapevole l’esperienza parlamentare, viene eletto presidente della Provincia, sempre pronto alle battaglie in difesa del territorio, poi Difensore civico.
Ma, oltre le Istituzioni, prosegue la sua attività di servizio.
Per dieci anni, sino al 2022, quando decide di lasciare l’incarico invocando motivi anagrafici – ed è toccato a chi vi parla succedergli -, aveva presieduto l’Associazione Antonio Maglio, promotrice dell’omonimo Premio Nazionale di Giornalismo che si svolge ad Alezio, giunto alla XIV edizione. Anche in questa veste aveva saputo esercitare il ruolo di “educatore civico”: considerava l’informazione libera e pluralista un bene prezioso per la democrazia. Ai giornalisti chiedeva di tenere alta la bandiera dell’autonomia e di essere scomodi nei confronti di ogni potere.
Urso non era un giornalista, in senso professionale, ma aveva un vivo interesse pubblicistico, tanto che, libero da impegni Istituzionali, nel 1995 avvia una collaborazione con “Quotidiano” che a partire dal 1999, e per quasi un quarto di secolo, diventa la rubrica domenicale “Periscopio”, apprezzata dai lettori per l’acutezza e la vastità delle riflessioni tra attualità, memoria e denuncia inflessibile di ogni stortura e criticità sociali.
Gran parte degli articoli sono raccolti in due volumi intitolati “Storia e Storie”, mentre il materiale per il terzo volume, già da lui visionato, sarebbe pronto per una pubblicazione postuma che completi la conoscenza dei suoi scritti.
Il Salento, o meglio il Grande Salento, tema rilanciato da un recente libro di Lino De Matteis, che Urso aveva commentato con favore, era un altro punto di costante interesse. Diceva: “Sono un sostenitore della necessità che il Sud Puglia trovi un raccordo di visione e di azione tra le Province di Brindisi, Lecce e Taranto con l’obiettivo di promuovere l’integrazione di territori contigui. Traguardo raggiungibile mobilitando forze sociali e corpi intermedi, non per soppiantare la Regione Puglia, ma per realizzare un’entità che faccia sentire la sua voce nell’Ente regionale”.
Poi il legame con la Città di Lecce, della quale era cittadino onorario, ma per lui colpevolmente restia ad assumere un ruolo di guida e di coordinamento delle realtà locali della Provincia, sino alla battuta sferzante: “Evidentemente i leccesi si sentono più Oronziani che Salentini”.
Per il Salento e la sua evoluzione socio-economica ha fatto molto, attivando processi organizzativi, in una prospettiva che guardava lontano. Agli inizi degli anni Cinquanta aveva sostenuto l’associazionismo per accompagnare il processo di crescita del territorio. Impegnato a promuovere la nascita di Cisl, Coldiretti e Acli, aveva puntato sulla Confartigianato per sostenere botteghe e piccoli laboratori artigianali, molti dei quali sono oggi importanti e innovative realtà produttive di questa terra.
Convinto fautore dell’Università di Lecce, nel 1955, quando pochi ne capivano la rilevanza e forse ancor meno ne comprendevano l’urgenza. Spesso ricordava la vicenda di un Ateneo creato grazie ad una contribuzione straordinaria che venne da famiglie salentine e che consentì alle Istituzioni di scommettere, come lui voleva, sul valore della cultura e dell’alta formazione per consentire al Salento un innalzamento sociale.
Il suo rapporto con la politica è stato improntato a spirito di servizio, lavoro, rigore, esperienza, equilibrio, trasparenza nel rapporto con i cittadini e confronto aperto con amici e avversari. Niente chiacchiere, frasi urlate, improvvisazione, gestazione di lobby occasionali, operanti in un sistema di potere tanto grigio quanto indifferente al bene comune.
Il suo impegno politico e istituzionale è stato tracciato da un faticoso processo di formazione passato attraverso l’esperienza di amministratore comunale, prima di poter levare lo sguardo verso traguardi più alti. Oggi – e se ne doleva – si assiste alla stupefacente entrata in scena di personaggi venuti dal nulla che rimbalzano miracolosamente sino ai vertici dello Stato, senza nessuna esperienza, nessun collegamento con i cittadini, senza aver mai masticato il filo spinato della politica. A loro indirizzava lo sbeffeggio, anche se con signorile distacco: “Troviamo in giro personaggi che dicono di sapere tutto e poi vogliono fare l’aranciata con i limoni”. E aggiungeva: “La politica è smarrita. Non parlo da nostalgico del passato, anzi mi sento un ostinato nostalgico di un futuro che non vedo. Come ripartire? Innanzitutto conoscendo e praticando le regole fissate dalla Costituzione, ma non sarà facile, perché la Carta fondamentale è tanto riverita quanto sconosciuta”.
La Costituzione, diceva ancora “precede la politica e la orienta nella direzione dell’interesse generale. La politica è l’espressione del contesto sociale, ma la società non sa e non può dettare indicazioni utili se non ha nella sua visione il tragitto che porta ad affermare una democrazia vera che, peraltro, in questo momento sta diventando una democrazia senza popolo”.
Era preoccupato del fatto che, con l’avvento di Internet, i social fossero diventati la rumorosa piazza dove gli insulti avevano sostituito la formazione e la battuta truce l’approfondimento delle tematiche emergenti. “Forse sono io che non comprendo”, ripeteva, “ma probabilmente siamo noi tutti che stiamo perdendo la bussola”. “Internet – aggiungeva – ha spalancato le porte ad un mondo che non conoscevamo dove ciascuno di noi si manifesta in solitudine, dietro lo schermo di un telefonino. Da un angolo in penombra della propria abitazione si può immaginare di cambiare la realtà con un click, si può intervenire su ogni argomento e si può dire tutto pur non sapendo niente. Sono i miracoli della cosiddetta democrazia della Rete, nella quale molti sono imprigionati”.
Come spezzare le opprimenti e rigide catene “virtuali”, come recuperare i valori democratici, i principi di libertà, il dialogo sociale? E soprattutto, come restituire la speranza di una fase nuova? Urso non aveva dubbi: “Occorre riaprire le palestre di apprendimento politico nelle Comunità locali, come punto di partenza per esperienze di formazione. In caso contrario, sarà impossibile disporre di una nuova classe dirigente florida di pensiero pensato, di spirito di servizio, di etica rigorosa e di tormento del ben fare, rivolto a ricercare il bene comune”.
L’ampio orizzonte di Giacinto Urso teneva in sintonia il Globale e il Locale. Sempre partendo dal basso, per illuminare una visione d’insieme europea e internazionale, perché – diceva – “in un mondo globalizzato, nessun problema geopolitico può trovare soluzione senza condivisione di interessi e di prospettive”.
Le sue sono state letture originali sui complessi equilibri internazionali, ancora macchiati da guerre, ingiustizie, miseria, diffuse privazioni di libertà e democrazia. All’Europa rimproverava le debolezze causate dagli egoismi degli Stati e dall’incapacità di avere una politica estera condivisa, con ciò decretando la sua marginalità nel contesto globale.
Tuttavia, era viva in lui la speranza che il cammino europeo potesse ripartire, estraendo dagli archivi della storia e rendendola attuale, la lezione dei Padri fondatori De Gasperi, Adenauer e Schuman.
D’altra parte, proprio il sogno europeo dava forza e attualità all’idea sturziana delle Autonomie locali, in quanto articolazioni periferiche necessarie a promuovere una democrazia partecipativa capace di sintetizzare un virtuoso equilibrio dei poteri Statuali. Per Urso, i Comuni, le Province (non aveva condiviso il ridimensionamento), ma anche le Zone Vaste erano una ricchezza politica e amministrativa, perché coinvolgevano i cittadini preparandoli al Governo della cosa pubblica.
Sino agli ultimi mesi di vita, Giacinto Urso continuava a pensare al domani, con fiducia. Avendo partecipato alla ricostruzione di un Paese distrutto dalla guerra, sapeva che tutto è possibile se si vuole e se si fanno le cose per bene.
Lui, Maestro di tanti che lo cercavano per chiedere un consiglio – semmai senza farne tesoro – o per conoscere il suo punto di vista, mai scontato, ha avuto la fortuna di avere a sua volta grandi Maestri.
Su tutti, Aldo Moro, punto di riferimento ideale e politico. Erano gli anni Sessanta, l’on. Urso aveva chiesto di essere ricevuto dal segretario Dc, per riferire su un caso che aveva scosso il partito nel Salento. Concluso l’incontro, Moro saluta il suo interlocutore: “Torni a Lecce, faccia quello che è giusto fare, ma la prego, prima di parlare, taccia”.
Era un invito alla prudenza, alla riflessione, alla misurata scelta delle parole, non certo al silenzio. Soprattutto era lo spirito di una concezione politica in grado di parlare, di farsi ascoltare e, soprattutto, di farsi comprendere dai cittadini.
Una lezione che Giacinto Urso non aveva mai dimenticato e che in ogni modo ha cercato di trasmettere con l’esempio della sua esperienza di servizio equilibrato, ma incisivo e capace di dare lustro al Salento “accompagnandone, con inossidabile fede nel futuro, il percorso di crescita sociale e civile”.
Anche per questo lo ringraziamo, ma credo di poter dire che anche per questo la Camera di Commercio ha deciso di intitolare all’on. Giacinto Urso questa Sala nella quale siamo riuniti e che da oggi porterà il suo nome.


















